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mercoledì 12 ottobre 2016

BALBI, Adriano

. - Nacque il 25 apr. 1782 a Venezia, da antica famiglia patrizia. Dopo essere stato ufficiale subalterno nell'esercito francese, nel 1807, abbandonata la carriera militare, andò ad insegnare matematica e francese nel collegio camaldolese di S. Michele a Murano. Qui, incoraggiato dall'abate del monastero, il futuro Gregorio XVI, e dal rettore del collegio, il futuro cardinale P. M. Zurla, si avviò allo studio della geografia e della statistica, pubblicando l'anno dopo la sua prima opera (Prospetto politico dello stato attuale del globo, Venezia 1808). Nel 1811 divenne professore di fisica nel liceo di Fermo, ma nel 1815, per ragioni politiche, tornò a Venezia. Dopo aver trascorso in Portogallo il biennio 1819-20, nel 1821, già sposato a una francese, si stabilì a Parigi, rimanendovi sino al 1835, quando si trasferì a Vienna in qualità di consigliere e statistico presso la suprema Conferenza di stato. Nel 1840, abbandonata Vienna, andò a Milano, vi rimase sino a tutto il 1846 e tornò poi a Venezia. Fu socio effettivo pensionario dell'Istituto lombardo di scienze e lettere, socio effettivo dell'Accademia delle scienze di Vienna; ebbe onorificenze cavalleresche da quasi tutti gli stati europei. J. Dumont d'Urville, nel 1842, nella relazione del suo ultimo viaggio al polo australe, dette il nome di B. all'estrema punta dell'isola di Bougainville, nell'arcipelago delle Salomone.
Il B. morì a Venezia il 13 marzo 1848.
Durante la sua permanenza in Portogallo, grazie anche alle sue relazioni d'amicizia coi capi del governo provvisorio del 1819, poté visitare buona parte del paese ed ebbe accesso agli archivi dello stato, venendo a conoscenza d'importanti documenti, che lo misero in grado di pubblicare a Parigi nel 1821 due importanti opere (Essai statistique sur le royaume de Portugal et d'Algarve, 2 voll.; Varietés politico-statistiques sur la Monarchie Portugaise), risultate assai superiori a tutte le altre del tempo nella descrizione delle reali condizioni antiche e recenti del Portogallo.
Nel 1826 usciva sempre a Parigi il suo Atlas ethnographique du globe, nel quale, con la collaborazione di molti filologi, vengono classate 860 lingue e circa cínquemila dialetti; la favorevole accoglienza ottenuta da questo atlante è testimoniata dalle numerose traduzioni. Due anni dopo pubblicava la Balance politique du globe (Paris 1828): N. Tommaseo la giudicava "lavoro importantissimo e agli uomini di stato, e agli amministratori, e a' viaggiatori, e alla studiosa gioventù" (Antologia, XXXII [1828], parte c, p. 31) e in particolare ammirava il tentativo di determinazione della popolazione del Brasile, "un vero modello di critica geografica e statistica, e di logica arguta insieme e diligente" (p. 34). La stima di popolazione fu un problema che attrasse molto l'attenzione del B., specialmente per le grandi discordanze notate tra i geografi dell'ultimo secolo, onde nell'Essai sur la population des deux mondes (Paris 1830) il B. tentò la valutazione della popolazione totale del mondo (740 milioni, secondo lui) e dette sagge norme sulla condotta della ricerca e sulle cautele necessarie nelle valutazioni dei numeri.
L'opera fondamentale del B., che gli procurò una larga rinomanza europea, fu l'Abregé de géographie (Paris 1833), un grosso volume nel quale era riassunta la scienza geografica dei suoi tempi e raccolto il meglio degli studi geografici compiuti nella sua vita.
Adottato come libro di testo nelle università francesi, l'Abregé ebbe traduzioni in italiano, spagnolo, portoghese, grec0, inglese, tedesco, con un favore che perdurò nel tempo, tanto che nel 1895 ne era pubblicata la ottava edizione tedesca. Sebbene si tratti di un'opera di divulgazione intelligente, soprattutto d'uso scolastico, l'Abregé ebbe fortuna anche presso gli specialisti, come A. von Humboldt, che apprezzavano l'informazione esatta e la cura critica della documentazione. L'opera è divisa in due parti, la generale e la descrittiva. Nella prima sono esposte le nozioni generali di astronomia, di matematica, di fisica, di geologia, di storia naturale, di antropologia, di statistica, di economia politica, necessarie, secondo il B., alla geografia. Nella geografia descrittiva particolare, l'elemento fisico si riduce a pochi cenni mentre vi sovrabbonda la descrizione politica. Il B. giudica inutili o incerte le classificazioni in uso tra i geografi del tempo nel campo della geografia umana, di cui le principali erano: secondo le razze, secondo lo stato sociale (selvaggi, barbari, inciviliti), secondo la nutrizione (antropofagi, frugivori, carnivori, ecc.), secondo la posizione topografica (montanari, abitanti della pianura), secondo il modo di vita (nomadi, pescatori, cacciatori, ecc.). Egli sostituisce questa classificazione dell'umanità con un'altra scandita in quattro gruppi principali: secondo la divisione politica, secondo il grado d'incivilimento, secondo le lingue parlate, secondo la professione religiosa. In complesso l'impostazione generale dell'opera è alquanto arretrata rispetto agli studi del tempo, appesantita da cospicui dati statistici non sempre connessi con gli argomenti trattati.
Il B. rivolse particolare attenzione alla statistica, che suscitava ai suoi tempi scarso interesse, non soltanto riportando tavole statistiche nei suoi trattati di geografia, ma anche con numerosi scritti specificamente destinati alla statistica, dai quali largamente attinsero, come notizie e come metodo, gli autori posteriori: il saggio statistico sul Portogallo e sulla Persia, la statistica dei delitti e dell'istruzione in Francia, la statistica delle biblioteche di Vienna e degli archivi di Venezia, le tavole statistiche della Russia, della Francia, dell'Olanda. Numerose e varie notizie statistiche sull'Italia, sparse nei suoi scritti, furono raccolte e ordinate dal figlio Eugenio in Miscellanea italiana. Ragionamenti di geografia e statistica patria di A. B. (Milano 1845).
Opere. Il B. redasse una quarantina di volumi e tavole, di cui dette l'elenco cronologico il figlio Eugenio nella Miscellanea italiana..., pp. 378-80; le numerose memorie sparse nei periodici del tempo furono raccolte sempre dal figlio in Scritti geografici statistici e vari..., s. 1, Torino 1841-42 (5 voll.); s. 2, Scritti minori di A. B., Milano 1845 (2 voll.): la seconda serie comprende quasi esclusivamente scritti statistici. Tra le sue opere: Essai historique et statistique sur le Royaume de Perse, Paris 1827; Statistique comparée des crimes et de l'instruction en France, Paris 1829; The World compared with the British Empire, Paris 1830; Compendio di geografia, secondo un nuovo disegno... Prima versione italiana dell'Abregé, approvata dall'autore, con giunte, Torino 1834 (2 voll.); Essai statistique des bibliothèques de Vienne, Vienne 1835.
Bibl.: J. G. H., L'Empire Russe... par A. B., in Antologia, XXXV (1829), p.te b, pp. 76-92; E. Balbi, Gea, ossia la Terra descritta secondo le norme di A. B. e le ultime e migliori notizie, I-IV, Trieste 1854-1859, passim; Id., A. B., ricordi biografici del figlio e discepolo suo, prof. E. B., in Bollett. d. Soc. geografica ital., s. 2, VI(1881), pp. 528-32; G. Jaja, A. B.,Roma 1903; C. Wurzbach, Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich, I, p. 130; J. C. Poggendorff, Biographisch literarisches Handwörterbuch für Mathematik..., I, col. 92; Enciclopedia Ital., V, p. 904.

CALEPPI, Lorenzo

. - Nato a Cervia il 29 apr. 1741 dal conte Nicola e da Luciana Salducci (Arch. Segr. Vat., Proc.Dat.171, f. 385: atto di battesimo), dopo aver compiuto gli studi medi presso il Collegio dei nobili di Ravenna diretto dai gesuiti, si laureò in utroque iure presso il Collegio dei giureconsulti di Cesena il 3 genn. 1767 (ibid.ff.378-381: certificato di laurea). Nel biennio 1766-1767 fu vicario e commissario generale per la provincia ferrarese dell'arcivescovo di Ravenna, card. Niccolò Oddi. Morto questo (25 maggio 1767), si trasferì a Roma, ove il Garampi lo introdusse nella Curia romana, ordinandolo egli stesso sacerdote l'11 maggio 1772 (ibid.f. 384: attestato dell'ordinazione). Quindi il C. seguì in qualità di uditore il Garampi, nominato nunzio dapprima a Varsavia (1772-1775), poi presso la corte asburgica a Vienna (1776-1785). Alla morte dell'imperatrice Maria Teresa (1780), ne recitò l'orazione funebre. Nel 1782, ritornato temporaneamente il Garampi a Roma, per accompagnarvi Pio VI reduce dalla nota visita a Giuseppe II, il C. restò a Vienna quale incaricato d'affari. Nel 1785 venne designato ablegato apostolico, per la presentazione della berretta cardinalizia al Garampi.
Terminata la nunziatura del Garampi, anche il C. tornò a Roma. Pio VI gli conferì il priorato della chiesa collegiata di S. Maria in Via Lata e cominciò a valersi di lui negli affari politico-diplomatici della S. Sede. Nel giugno del 1786 lo inviò a Napoli per intavolare le trattative con il governo napoletano in merito ad un eventuale concordato.
Partito da Roma, quasi in segreto, con l'istruzione di agire con i mezzi più facili e più conducenti all'intento di un equo e decente accomodamento fra la corte e la S. Sede (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, Napoli, 306, f. 253)il C. giunse a Napoli il 1º luglio 1786. Si rese presto conto che dietro l'atteggiamento apparentemente conciliativo del marchese Caracciolo si nascondeva la ferma volontà di non cedere alle richieste romane. Tentò allora di appoggiarsi sul generale Acton, confidando anche nella protezione della regina, ma si trattò di una speranza di breve durata. Già alla fine del febbraio successivo (ibid.310, ff. 94-99) faceva con sobria chiarezza il punto della situazione: "… qui non si pensa ormai più che a rompere la negoziazione o a cercar di conchiudere con troppi sagrificii per parte nostra". Eppure le trattative si protrassero ancora a lungo, con proposte e controproposte. I problemi più dibattuti riguardavano la nomina dei vescovi, i rapporti degli Ordini religiosi residenti nel Regno con i loro generali a Roma, la giurisdizione del nunzio, la concessione dei benefici ecclesiastici. Le due parti si irrigidirono sempre di più su posizioni opposte, rifiutando entrambe di cedere alle richieste dell'altra.
Nel giugno del 1787 il C. suggerì a Roma che Pio VI venisse nel Regno personalmente per raggiungere l'accordo o per bollare pubblicamente il comportamento della corte (cfr. "Qualche idea sulla possibilità di una gita di N.S. in Napoli",ibid.310, ff. 260-261); ma invece del papa vi si recò il segretario di Stato, cardinale Boncompagni Ludovisi (ottobre-novembre 1787). Anche le sue trattative restarono, però, infruttuose e l'impossibilità di raggiungere un accordo divenne ormai palese. Infatti, partito il cardinale, le relazioni tra il C. e il Caracciolo e l'Acton giunsero alla rottura e il C. lasciò definitivamente il Regno per Roma, ove giunse il 18 genn. 1788.
Durante le trattative il C. si rivelò soprattutto un intransigente difensore dei diritti della S. Sede, agendo con la massima coerenza, ma con scarsa abilità diplomatica. La responsabilità del fallimento delle negoziazioni non può essere, comunque, addossatagli, poiché la rottura derivò dalla diversità di prospettive secondo cui la S. Sede e il Regno di Napoli interpretavano i propri diritti e i reciproci rapporti.
Nel 1792 inizia una nuova fase nell'attività del C., che gli procurò particolari meriti e l'appellativo di "protecteur et père de tous les prêtres français" (Arch. Segr. Vat., Emigr.rivoluz. franc.5, f. 208), rifugiati nello Stato pontificio. Nell'ottobre 1792 Pio VI aprì, infatti, le porte al clero "refrattario" esiliato dalla Francia, provvedendo alle sue necessità economiche. Dell'organizzazione di questa complessa opera di soccorso si occupò, sotto la dipendenza della segreteria di Stato, per circa quattro anni appunto il C., che sin dal dicembre 1791 aveva cercato di aiutare gli ecclesiastici francesi emigrati, sistemandoli nelle case religiose.
Nel 1795 egli fu nominato anche segretario della "Congregazione deputata da N.S. per gli affari ecclesiastici di Polonia" (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato,Polonia, 344, Add. 5), incaricata di affrontare i problemi di quella Chiesa dopo la terza spartizione dei territori polacchi tra Russia, Prussia e Austria.
Nell'agosto del 1796 il C. fu nominato plenipotenziario pontificio, per condurre le trattative di pace tra la Francia e la S. Sede, che si dovevano svolgere a Firenze con i commissari dell'armata francese d'Italia, Garrau e Saliceti, grazie alla mediazione del ministro spagnolo a Roma, J. N. de Azara.
Giunto a Firenze il 6 settembre, il C. confidava di conseguire, nelle negoziazioni previste, delle condizioni che non fossero incompatibili cm le Istruzioni ricevute dal papa (cfr. Filippone, pp. 656-658): in particolare gli si ordinava di non accettare le richieste francesi - già presentate nei mesi precedenti a Parigi - di una totale sconfessione di tutti gli scritti e gli atti della S. Sede nei riguardi della Rivoluzione, e di contrapporre - se fosse stato necessario ed opportuno - una formula escogitata da mons. Di Pietro, con cui il pontefice "per prevenire qualunque abuso, che si potesse fare dei Brevi, Rescritti suddetti ecc. espressamente dichiara, non aver mai inteso prender parte nelle Civili Ordinazioni dei Governi, e che neppure la prenderà in avvenire…" (ibid., p. 663). Ma nell'incontro con i commissari francesi, il 9 sett., il C. fu invitato a firmare, nello spazio tassativo di sei giorni, un testo immodificabile che - tra le altre pesanti condizioni - riproponeva il temuto articolo che menomava il prestigio del pontefice anche come capo della Chiesa (era il famoso art. 4, in cui il papa, riconoscendo che "des ennemis communs ont abusé de sa confiance et surpris sa religion, pour expédier, publier et répandre, en son nom, différents actes dont le principe et l'effet sont également contraires à ses véritables intentions et aux droits respectifs des nations", avrebbe dovuto revocarli ed annullarli tutti: ibid., p. 706).
II C., che non aveva facoltà di accettare una simile proposta ("giacché non può darsi Plenipotenza in materia di Religione", l'avvertivano le Istruzioni), ritornò a Roma per sottoporla ad una congregazione cardinalizia. Questa, radunatasi il 13 settembre, decise a grande maggioranza di respingere lo schema di trattato che il Direttorio voleva imporre; e il C. ritornò a Firenze latore di un energico e sdegnoso messaggio di rifiuto, da lui stesso redatto (era stato scartato, infatti, il testo più moderato proposto dal Consalvi).
Rientrato definitivamente a Roma il 13 ottobre, il C. fu accolto trionfalmente dalla popolazione che, nell'eccitato clima antirivoluzionario, lo considerò, per il suo intransigente atteggiamento, l'artefice della resistenza ai tentativi firancesi di distruggere la religione e di limitare la sovranità dello Stato pontificio. Ma già pochi giorni dopo il Bonaparte fece sapere, tramite il card. Mattei, di voler riprendete le trattative con la S. Sede. Quest'ultima però temporeggiò nella speranza di potersi assicurare un valido aiuto austriaco per fronteggiare un'eventuale aggressione francese. Tardando l'accordo con gli Austriaci (si trattava dell'infruttuosa legazione a Vienna di mons. Giuseppe Albani) e realizzandosi invece l'invasione dello Stato pontificio da parte francese e la caduta di Ancona, Pio VI si convinse della necessità di riprendere le trattative. Si valse ancora una volta dell'opera del C., che venne inviato al seguito del card. Mattei a Tolentino, per trattare con Bonaparte e Cacault. Le negoziazioni - di cui il C. ci lasciò un resoconto prezioso - furono rapide e dopo appena tre giorni terminarono con un trattato (il testo fu preparato in comune tra il C. e il Cacault) che assicurava ai Francesi il possesso delle tre Legazioni, fissava altre pesanti forme di risarcimento a carico dello Stato pontificio, ma non toccava la politica religiosa del Papato.
Dopoché il trattato fu ratificato da Pio VI il 22 febbr. 1797, il C. restò a Roma e nel maggio successivo venne annoverato tra i chierici di Camera.
Durante l'occupazione di Roma, il C. si rifugiò nel Regno di Napoli (in Sicilia, durante il periodo della Repubblica partenopea), donde partì nel giugno del 1799 alla volta di Venezia. Era presente nella città durante il conclave, cui però non partecipò in nessuna funzione. Il neoeletto Pio VII, poco dopo esser tornato in Roma, lo designò - con l'incarico di svolgere trattative la difesa degli interessi dello Stato pontificio - suo inviato straordinario presso i generali Berthier e Murat. Il C. lasciò Roma il 6 febbr. 1801; si fermò prima a Foligno e nel marzo giunse a Firenze. Qui trattò prima con il governo provvisorio toscano, poi fu accreditato presso il re di Etruria, Lodovico I di Borbone. La sua missione terminò con l'arrivo a Firenze del nuovo nunzio, E. De Gregorio, il 20 ott. 1801.
Nel frattempo, e precisamente il 23 febbr. 1801, il C. era stato nominato arcivescovo di Nisibi, in partibus infidelium.Poté ottenere la consacrazione, però, solo dopo il suo ritorno da Firenze, il 15 nov. 1801. Il 19 dello stesso mese diventò assistente al soglio pontificio e il 23 dicembre successivo nunzio in Portogallo.
Egli giunse a Lisbona il 22 maggio 1802, con Vincenzo Macchi, uditore, e il fedele Camillo Luigi de' Rossi, che ne scriverà poi la biografia.
I principali problemi che il C. dovette affrontare nel Portogallo riguardarono la difficile situazione politica generale e l'emanazione dell'Alvará, la legge del 4 sett. 1804, "la più ingiuriosa all'autorità pontificia" (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato,Portogallo, 138, relazione del 9 ott. 1804), che subordinava al permesso dell'autorità civile - una giunta - i contatti tra i Portoghesi (sia ecclesiastici sia laici) e la Curia romana. Il C. si trovò poi nella necessità di giustificare davanti al mondo gli atteggiamenti di Pio VII verso Napoleone, senza compromettere nello stesso tempo la nunzia in un paese che, negli anni precedenti all'invasione francese, aveva cercato con ogni mezzo di conservare la neutralità. In proposito è interessante notare che il C. già nel 1803 previde l'eventualità di doversi trasferire nell'America latina, il che poi avverrà effettivamente nell'anno 1808.
Quando, infatti, in seguito all'invasione del Portogallo e al decreto di Napoleone con cui si dichiarò decaduta dal trono portoghese la casa di Braganza (II nov. 1807), la famiglia reale si trasferì in Brasile. la seguì anche il C. che giunse a Rio de Janeiro l'8 sett. 1808; primo nunzio che svolgesse la sua attività nell'America latina, mantenendo tuttavia il titolo di nunzio del Portogallo. In ogni caso la sua presenza a Rio gli permise di occuparsi anche dei problemi della Chiesa locale, soprattutto dei rapporti tra l'episcopato e il clero regolare. Egli partecipò attivamente anche agli affari politici della corte: gli fu richiesto tra l'altro di trattare con gli Inglesi il problema dell'apertura dei porti del Brasile alle navi britanniche.
Pio VII, per la sua lunga attività prestata al servizio della S. Sede, lo creò cardinale l'8 marzo 1816, ma prima che il C. potesse tornare a Roma, la morte lo colse a Rio de Janeiro il 10 genn. 1817.
Fonti e Bibl.: Arch.Segr. Vaticano, Carte Caleppi;Ibid., Epoca Napoleonica, Italia XI;C.L.de' Rossi, Memorie intorno alla vita del card. L. C. e ad alcuni avvenimenti che lo riguardano, Roma 1843; V. de Richemont, La première rencontre du pape et de la Republique française. Bonaparte et C. à Tolentino, Paris 1897; L. Rinieri, Della rovina di una monarchia. Relazioni storiche tra Pio VI e la corte di Napoli negli anni 1776-1799 secondo documenti inediti dell'Archivio Vaticano, Torino 1901, ad Indicem;J. Du Teil, Rome, Naples et le Directoire. Armistices et traités 1796-1797, Paris 1902, pp. 223-549: passim;Roma Lusitana, Manoscritto inedito dell'abate Francesco Cancellieri, a cura del marchese De Faria, Milano 1926 (Portogallo e Italia, vol. V), pp. 278-282; P. Savio, Clero francese ospite ne conventi de' cappuccini dello Stato pontificio,in L'Italia francescana, VIII(1933), pp. 77-99, 292-304, 370-387, 506-516, 596-622; H.Accioly, Os primeiros Núncios no Brasil, SãoPaulo 1949, pp. 19-126; L.Pásztor, Un capitolo della storia della diplomazia pontificia. La missione di Giuseppe Albani a Vienna prima del trattato di Tolentino, in Archivum historiae pontificiae, I(1963), pp. 295-383 passim;G.Filippone,Le relazioni tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria, Storia diplomatica del trattato di Tolentino, IIMilano 1967,ad Indicem.

domenica 3 luglio 2016

HERCOLANI (Ercolani), Filippo








. - Nacque a Bologna il 30 apr. 1663 dal conte Alfonso e dalla nobile romana Anna Maria Lanci, primo di quattro figli, due maschi e due femmine.
Educato in un collegio gesuita, probabilmente a Bologna, il 23 genn. 1687 fu condannato a morte e alla confisca dei beni dal tribunale del Torrone di Bologna come mandante dell'aggressione al birro Stefano Consarelli (1° ag. 1686), del notaio dello stesso Torrone, Pier Antonio Aleotti (20 ott. 1686), nonché dell'uccisione di Giuseppe Maria Colonna (3 ott. 1686). Rifugiatosi a Lucca, dopo qualche tempo ottenne la promessa della mano di Maria Maddalena Trenta, figlia di Jacopo, senatore e più volte gonfaloniere della Repubblica, pronipote per parte di madre del cardinale Giovan Battista Castrucci.
La morte del padre Alfonso e la conseguente cospicua eredità di cui l'H. entrò in possesso raffreddarono notevolmente i suoi propositi di nozze. A ciò si era aggiunto il forte interesse per Maria Maddalena mostrato da Federico, principe erede al trono di Danimarca, durante la sua visita a Lucca del 20 maggio 1692. Ma ormai l'H., con l'aiuto del fratello Astorre (nato nel 1669), il 6 apr. 1692 aveva ottenuto dal cardinal legato la grazia di rientrare a Bologna, con l'obbligo di pagare 2200 ducatoni e di dimostrare di aver "prodotto le paci" alle famiglie degli offesi, cosa che avvenne l'8 maggio.
Lasciata la Trenta alla clausura, prima a Siena e poi a Firenze, l'H. si dedicò al patrimonio e alla cura di quei rapporti che saranno alla base della sua carriera di diplomatico. Creato ciambellano dall'imperatore Leopoldo I d'Asburgo e poi marchese di Blumberg, nel 1696 l'H. fu a Modena, coinvolto in una lite con il cardinale Francesco Barberini iuniore, culminata in un tentativo di aggressione ai suoi danni, peraltro sventato, da parte di due sicari. La vicenda, dai risvolti complessi che riguardavano alcune famiglie protette dai due contendenti, fu ricomposta a Milano grazie alle aderenze dell'H. e alla mediazione dei conti Emilio Zambeccari e Carlo Borromeo. Dopo un breve soggiorno bolognese, nel 1698 l'H. fu a Venezia e poi nuovamente a Milano, dove affrontò in un duello il principe Francesco Pio di Carpi, questa volta per via di una prostituta veneziana da lui protetta. Ne seguì un breve bando, rientrato (4 febbr. 1699) per volere di Amalia Guglielmina di Brunswick-Lüneburg, da poco sposata all'erede al trono imperiale, Giuseppe d'Asburgo. Grazie all'intercessione della stessa Amalia Guglielmina, l'H., appena insignito del titolo di principe del Sacro Romano Impero (26 marzo 1699), ne sposò la damigella d'onore, la marchesa normanna Charlotte de Moy, la cui precoce morte, l'11 febbr. 1700, non sembrò suscitare in lui troppi rimpianti. Ma proprio con questo matrimonio l'H. era riuscito a introdursi nella corte viennese. Nel maggio 1700 si spostò a Roma per curare gli interessi lasciatigli dal padre, e vi risiedette più o meno stabilmente fino al 3 ag. 1702, quando, mentre era a Venezia, fu espulso dallo Stato pontificio per ordine del papa Clemente XI.
Più che gli scandali e i duelli, nei quali forse era coinvolto suo malgrado, a decidere per il provvedimento fu la scoperta e la relativa denuncia, fatta dal duca L.-J. de Vendôme, comandante supremo dell'armata francese in Italia, di una patente concessa dall'H. e sequestrata ad alcuni ladri e assassini ("ferabuti") arrestati in Lombardia nel corso della guerra di successione spagnola. Eguale lettera di protesta fu recapitata al Senato della Repubblica di Venezia, che però non ritenne di occuparsi ufficialmente del caso. Si rivelò una decisione quanto mai opportuna, dal momento che il 17 febbr. 1703 l'H. fu nominato da Leopoldo I consigliere aulico mentre era a Venezia, con "dispensa concedutale per gratia speciale dall'andar secondo l'uso inalterabile a dare detto giuramento di persona a Vienna" (Mercuri, 28 apr. 1703), ed era indicato dai dispacci dell'ambasciatore veneziano a Vienna Daniele (III) Dolfin (15 nov. 1704) come ormai prossimo ambasciatore cesareo presso la Repubblica. L'H. era sostenuto nelle sue ambizioni da Amalia Guglielmina. Il prestigioso incarico fu preparato nei minimi dettagli e senza badare a spese, tanto più che il 6 ott. 1703 aveva sposato la contessa bolognese Porzia Bianchetti Gambalunga, latrice di una dote di 70.000 lire, facendo passare in secondo piano la diffusa opinione per la quale il "matrimonio non fu molto applaudito per il genio incostante dello sposo, per la sua poca salute, e per qualche altra considerazione tendente a dubitare se possa credersi fortunato questo sposalizio" (Frati, p. 35). Divenuto padre di Maria Margherita (21 sett. 1704 - 15 maggio 1712), l'H. fu però costretto ad attendere la nomina ufficiale di ambasciatore a Venezia fino al 12 ag. 1705, essendo intervenuta nel frattempo la morte dell'imperatore Leopoldo I e dovendo quindi attendersi l'incoronazione dell'arciduca Giuseppe. Ma si dovettero anche dissipare le perplessità combinate di ministri austriaci e del Dolfin stesso, che costrinsero Giuseppe I a dare "commissioni ristrette e pronto riparo al primo disordine" commesso dall'H. (Arch. di Stato di Venezia, Senato, Dispacci,Germania, filza 188, 26 giugno 1705). Il 9 dic. 1705, preso alloggio al convento dei Servi, fece annunciare il suo arrivo in Pien Collegio dal segretario dell'ambasciata imperiale, e dal gennaio successivo fu occupato a sistemare il suo palazzo sul Canal Grande a S. Aponal. La dimora, già dipinta da Paolo Veronese in un celebre quadro oggi alla Gemäldegalerie di Dresda, era di alto livello, e l'H. pagava per essa 1100 ducati annui.
Per il disbrigo degli affari diplomatici, visti i forti limiti del mandato, l'H. delegava spesso il segretario dell'ambasciata e si presentava in prima persona in Pien Collegio solo quando lo richiedevano le occasioni ufficiali o se doveva ottenere concessioni strettamente personali. Per lo più tali affari riguardavano il transito di truppe austriache (era in corso la guerra di successione spagnola), o richieste di rifornimenti alle stesse, oppure ancora contestazioni all'operato di taluni "ferabuti", questa volta francesi organizzatisi ai danni degli Austriaci "con una piota ridotta in goletta per corseggiare il Golfo" (Arch. di Stato di Venezia, CollegioEsposizioni principi, reg. 97, 29 giugno 1706); infine per annunci formali quali quello della fine dell'assedio di Torino, seguito alla vittoria di Eugenio di Savoia (1706).
Più consona al carattere dell'H. era indubbiamente la partecipazione alle uscite ufficiali del doge che richiedevano, per consuetudine, la presenza dell'ambasciatore cesareo, nonché alle numerose e ricche feste organizzate a palazzo Coccina, come quella in onore dei principi di Weissenfels e d'Elberoff nel febbraio 1707.
Dal 12 maggio all'8 sett. 1707 l'H. fu a Vienna "per andare come dicesi a conferire coll'imperatore sopra affari importanti" (Mercuri, 7 maggio 1707), facendosi sostituire dall'agente Matteo Ferdinando Regalznigg. Il 22 ottobre successivo l'H. tornò a Venezia e alle abituali occupazioni: presenziò a una festa a palazzo Coccina nella quale "trattò lautamente il signor ambasciatore straordinario britannico [lord Manchester] col signor baron de Tassis, e conte di Vrutislav, che la sera partì per Firenze, e vi fu anche il ministro del duca di Savoia" (Mercuri, 22 ott. 1707).
L'ingresso ufficiale come ambasciatore cesareo avvenne solo il 23 sett. 1708, anche a causa di un ulteriore viaggio a Milano, tra il 5 maggio e il 16 giugno 1708, per complimentare la principessa di Wolfenbüttel e le fastidiose udienze con gli altri ambasciatori a Venezia, concernenti la complessa questione dell'eredità del duca di Mantova, Ferdinando Carlo Gonzaga.
Dopo i consueti colloqui con Daniele Dolfin (III), da poco ritornato dall'ambasceria ordinaria a Vienna, l'H. fu ricevuto dal Dolfin stesso e da sessanta senatori nell'isola di San Secondo per il tanto atteso ingresso ufficiale e la presentazione delle sue credenziali al Pien Collegio. La relazione del Dolfin (27 sett. 1708) e gli Avvisi confermano la ricchezza dell'apparato organizzato dall'H., nonché la generosità con cui aveva "fatto sempre grondare una fontana di vino alla plebe e gettatovi del pane, denaro" (Mercuri, 29 sett. 1708).
Anche dopo l'ingresso ufficiale, le caratteristiche dell'ambasciata dell'H. non mutarono, alternandosi le visite agli ambasciatori e la sua presenza alle occasioni ufficiali, quali la messa solenne ai Frari (6 febbr. 1712) per l'incoronazione di Carlo VI, e alle feste. Gli scandali di cui fu protagonista, lo costrinsero a rinchiudere la moglie - che nel frattempo gli aveva dato i figli Isotta (1709-16) e Alfonso (1710-61) - nella fortezza di Modena, sotto la sorveglianza del duca Rinaldo d'Este, dove ella morì il 26 apr. 1711.
Rientrato a Vienna dopo la fine dell'ambasciata (31 marzo 1714), l'H. fu nominato consigliere di Stato il 28 dicembre. Poco si sa del terzo matrimonio, con Adelaide Genghini (1718), e degli ultimi anni della sua vita, se non quanto è scritto nel suo testamento, aperto il 24 genn. 1722, giorno della sua morte a Bologna.
Per le vicende delle collezioni dell'H., importante bibliofilo e collezionista, si veda la voce Hercolani, Astorre.
L'H. è rappresentato in un dipinto, opera della bottega del bolognese Alessandro Calvi, donato nel 1776 dal suo omonimo pronipote, con altri diciassette ritratti di famiglia, alla Biblioteca dell'Istituto delle scienze di Bologna.
Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Bologna, Tribunale del Torrone, vol. 7332, f. 1; Arch. di Stato di Venezia, Collegio,Esposizioni principi, regg. 95, cc. 1-3, 6-7; 96, cc. 36r, 38v, 40-41; 97, cc. 1-2r, 5-6, 9r, 13-14r, 51r, 72v, 75v-76r; 98, cc. 36v-37, 52v-53r, 61v-62r, 74v, 92v-93r; 99, cc. 14v, 23v, 26v-28r, 29v-30, 48-50r, 75v-78r; 100, cc. 8r, 10v-11r, 17r, 29-35, 51v-52r; filza 117, 16 maggio 1714; Dieci savi alle decime in RialtoCatastici di VeneziaEstimo 1712S. PoloParrocchia di s. Aponal, reg. 430, c. 103, n. 130; SenatoCorti, regg. 81, c. 167; 91, cc. 48v-49r, 53v; SenatoDispacciGermania, filze 188, cc. 498-500; 189, c. 54v; Venezia, Biblioteca naz. Marciana, Mercuri [o Avvisi], 1682-1714 in particolare Mss. it., cl. VI, 477 (=12121); 479 (=12123); 481 (=12125); 482 (=12126); 483 (=12127); 484 (=12128); 485 (=12129); 486 (=12130); 487 (=12131); 488 (=12132); 489 (=12133); Vienna, Österreichisches Staatsarchiv, StaatskanzleiVenedig, ff. 16-18 ("Berichte 1685-1718"), passimTestamento e codicilli del principe del S.R.I. Filippo Ercolani, Bologna 1722; G. Sforza, Gli amori di Maria Maddalena Trenta con Federico IV di Danimarca, narrati da Francesco Settimani, Lucca 1879, ad nomen; V.A. Montanari, La nobilissima famiglia dei principi Hercolani di Bologna, Faenza 1883, passim; G. Sforza, Una monaca e un re, in Nuova Antologia, 16 dic. 1901, pp. 677-708; L. Frati, Il principe F. H. ambasciatore cesareo a Venezia, in Ateneo veneto, XXXI (1908), 1, pp. 27-48.

PALLAVICINO (Pallavicini), Stefano Benedetto









. – Nacque a Padova il 21 marzo 1672, primogenito (Croll, 1958, p. 263) del compositore Carlo e di Giulia Rossi, padovana.
La figura del genitore ne determinò il percorso esistenziale e professionale. Formato nella paterna Salò al collegio di S. Giustina dei padri Somaschi, dove dimostrò precoce predisposizione per la filosofia e la retorica, a quattordici anni venne condotto dal padre in Germania, dove trascorse, salvo viaggi di servizio in Italia e in Austria, l’intera esistenza. Cruciale fu in particolare il legame del padre con la Corte elettorale di Dresda, dove Pallavicino visse tra il 1686 e il 1694, e nuovamente dal 1716 alla morte. Nel 1687 rielaborò per Dresda, a ridosso della prima veneziana, il dramma La Gerusalemme liberata di Giulio Cesare Corradi, musica di suo padre; quell’anno stesso mise mano al primo dramma in proprio, L’Antiope, melodramma per musica destinato al padre, il quale tuttavia, morto prematuramente il 29 gennaio 1688, lasciò incompiuta la partitura, poi ultimata dal vicemaestro di cappella Nicolaus Adam Strungk e rappresentata a corte il 14 febbraio1689. Nel 1688 l’elettore Giovanni Giorgio III aveva già nominato Pallavicino «poeta in lingua italiana», con specifica competenza sull’opera italiana e stipendio di 500 talleri annui (Fürstenau, 1862, I, pp. 304 s.).
Licenziato alla morte dell’elettore, nel 1695 passò a Düsseldorf, dove fu nominato poeta di corte e ‘Segretario di S. Altezza Elettorale Palatina’. Vi compose una decina di drammi: Giocasta (1696, revisione d’un dramma di Giovanni Andrea Moniglia; musica di Johann Hugo von Wilderer), Telegono (1697, tragedia per musica, primo lavoro originale per Düsseldorf; Carlo Luigi Pietragrua), Tiberio imperator d’Oriente (dramma per musica, 1703), Faustolo (1706, favola pastorale; Wilderer), Arminio (dramma per musica, 1707; Agostino Steffani), Proserpina (1708, tragicommedia pastorale; Wilderer), Tassilone (tragedia per musica, 1709; Steffani), forse Amalasunta (tragedia per musica, 1713; Wilderer). Nel 1709 Giorgio Maria Rapparini sentenziò che «son chant héroïque et sublime lui attira l’approbation universelle» (cfr. Sartori; Croll, 1958, p. 26; Lindgren-Timms, 2003, p. 6).
La produzione drammatica di Pallavicino (una trentina tra lavori scenici e oratori in oltre mezzo secolo: 1687-1742), distribuita irregolarmente nelle diverse stagioni, presenta sensibili discontinuità stilistiche e nel contempo una costante predisposizione, notevole nel panorama coevo, a ibridare modelli italiani e francesi, secondo una cifra originale in cui si riconoscono retaggi dell’opera secentesca e modi arcadici (poi metastasiani). Mise notevoli doti di drammaturgo e versificatore al servizio d’una varietà di generi: tragedia, dramma e commedia per musica, pastorale, oratorio (e forse anche intermezzi). Gli spettacoli più grandiosi (Gerusalemme liberataTassiloneTeofaneAlfonso) rileggono la storia medievale come puntuale allegoria della politica moderna, conservando peraltro una notevole efficacia drammatica anche estrapolati dal contesto encomiastico originario.
Alla morte dell’elettore Giovanni Guglielmo (1716) Pallavicino ritornò via Kassel a Dresda, sua seconda patria, dove Antonio Lotti nel 1717 ricostituì una compagnia operistica per ordine del principe ereditario Federico Augusto (il futuro re Augusto III). Questi il 20 febbraio 1719 nominò Pallavicino poeta di corte in sostituzione dell’irreperibile Antonio Maria Lucchini, col cospicuo stipendio di 2000 fiorini imperiali (Lieber, 1997, p. 131). L’evento dinastico cruciale delle nozze del principe ereditario con Maria Giuseppa d’Asburgo offrì nel settembre 1719 un’occasione straordinaria per mettersi in luce allestendo, nel nuovo monumentale teatro di Corte con musica di Antonio Lotti, il dramma per musicaTeofane (ribattezzato Ottone, re di Germania e rimaneggiato da Nicola Francesco Haym, il dramma sarebbe poi stato intonato da Händel a Londra nel 1723; nel 1720-21 Pallavicino funse da tramite per il reclutamento di cantanti per la Royal Academy of Music, dove si progettava di dare, riveduto, il Tassilone).
Del principe ereditario (dal 1733 elettore) Pallavicino divenne segretario, svolgendo anche servizi di carattere diplomatico: nel 1723 fu a Praga per l’incoronazione di Carlo VI; nel 1730 e ancora nel 1731 a Vienna come segretario d’un ministro sassone; nel 1738-40, per le nozze della principessa Maria Amalia, accompagnò come consigliere d’ambasciata nel suo ultimo viaggio italiano il principe Federico Cristiano a Napoli, Roma, Venezia e poi a Vienna.
In Arcadia dal 26 novembre 1701 come Erifilo Criuntino, Pallavicino corrispose con parecchi intellettuali: importanti i carteggi con Giuseppe Riva, Agostino Steffani, Giovanni Giacomo Zamboni, Ludovico Antonio Muratori (gli rivide la traduzione delle Satire di Orazio, Pallavicino funse da intermediario per dedicare le Antiquitates Italicae ad Augusto III).
Negli anni Venti scrisse per la compagnia di Giovanni Alberto Ristori (al quale nel 1732 tentò di procurare un posto a Londra) due commedie per musica, tra le prime in Germania: Calandro (1726; prima opera italiana allestita in Russia, a Mosca nel 1731) e Un pazzo ne fa cento (1727), dal Don Chisciotte.
L’ultima, ferace produzione è legata all’ascesa al trono di Federico Augusto e al concomitante avvento di Johann Adolf Hasse (Pallavicino aveva preso parte alla trattativa per l’assunzione del nuovo maestro di cappella: cfr. Mojzysz, 2002 e 2011). Preceduta da due drammi seri per Ristori nel 1736 (Le fate Arianna), l’importante serie comprende Senocrita,AtalantaAsteria (1737), IreneAlfonso (1738, per le nozze coi Borboni di Napoli) e Numa Pompilio (1741).
Si aggiungano diversi oratori: Sagra pastorale (Bologna 1709), I pastori al presepio (ivi, 1721); soprattutto tardi e dresdensi: Il serpente di bronzo (1730, Jan Dismas Zelenka), Il cantico de’ tre fanciulli (1734, Hasse), I penitenti al sepolcro del Redentore (1736, Zelenka), Le Virtù appiè della Croce (1737, Hasse), e infine I pellegrini al sepolcro di Nostro Signore (1742, Hasse; poi 1798, Johann Gottlieb Naumann), un’opera centrale nella storia dell’oratorio settecentesco, eseguita poche settimane prima della morte del poeta.
Pallavicino scrisse numerosi componimenti d’occasione, sia a Düsseldorf sia a Dresda. Compose due brevi discorsiSull’amicizia e Sulla musica (entrambi nel quarto ed ultimo volume delle sue Opere, edite da Francesco Algarotti nel 1744, dunque ben noti al futuro autore del Saggio sopra l’opera in musica), letto quest’ultimo in Arcadia nel 1739.
Negli ultimi anni Pallavicino, traduttore di Locke Euripide Virgilio e della storia De’ fatti de’ tedeschi fino al principio della monarchia dei Franchi di Johann Jacob Mascov (Venezia 1731), si dedicò alla traduzione da Orazio (OdiSatire e parte delle Epistole): occasionata da un’accademia presso il maresciallo August Christoph Wackerbarth, avviata a Varsavia nel 1732, propiziata dal riposo forzato seguito a una caduta «nel servir di braccio» la primadonna Faustina Bordoni (Algarotti, 1744, p. n.n. di p.) e data alla luce, limitatamente alle Odi, nel Canzoniere d’Orazio ridotto in versi toscani(Leipzig 1736), fu molto apprezzata da contemporanei e posteri.
Morì a Dresda il 16 aprile 1742.
Fonti e Bibl.: S.B. Pallavicino, Il canzoniere d’Orazio ridotto in versi toscani, Leipzig 1736; F. Algarotti, Notizie pertinenti alla vita ed alle opere del sig. S.B. P., in Delle Opere del Signor S. B. P., Venezia 1744, I, s.n. di p.; A. Lombardi, Storia della letteratura italiana nel secolo XVIII, V, Venezia 1832, pp. 24 s.; G. Brunati, P. (S. B.), in Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo 18. e de’ contemporanei, a cura di E. De Tipaldo, V, Venezia 1837, pp. 306 s.; J.W. Moss,Manual of classical bibliography, London 1837, pp. 98-100; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des Theaters am Hofe zu Dresden, Dresden 1862, I, passim; Id., Die Oper «Antiope» und die Bestallungen der kurfürstlich-sächsischen Vice-Kapellmeisters Nicolaus Adam Strunck und des Hofpoeten S. P., in Monatshefte für Musikgeschi-chte, XII (1881), pp. 1-6; C.R. Mengelberg, Giovanni Alberto Ristori. Ein Beitrag zur Geschichte italienischer Kunstherrschaft in Deutschland im 18. Jahrhundert, Leipzig 1916, pp. 11, 16 s., 19; C. Pallavicino, La Gerusalemme liberata, a cura di H. Abert, Leipzig 1916; G. Croll, Musikgeschichtliches aus Rapparinis Johann-Wilhelm-Manuskript (1709), in Musikforschung, XI (1958), pp. 262-264; A. Steffani, Tassilone, a cura di G. Croll, Düsseldorf 1958; G. Steffen, Johann Hugo von Wilderer (1670 bis 1724): Kapellmeister am kurpfälzischen Hofe zu Düsseldorf und Mannheim, Köln 1960, passim; L. Bianconi - Th. Walker,Production, consumption and political function of seventeenth-century opera, in Early Music History, IV (1984), pp. 268 s.; O. Landmann, Die Komische Italienische Oper am Dresdner Hof in der ersten Hälfte des 18. Jahrhunderts, in Dresdener Operntraditionen, Dresden 1985, pp. 121-138; W. Dean, The Genesis and Early History of «Ottone», in Göttinger Händel-Beitrage, II (1986), pp. 129-140; M. Koch, Die Oratorien Johann Adolf Hasses: Überlieferung und Struktur, Pfaffenweiler 1989, passim; L. Lindgren, Musicians and Librettists in the Correspondence of Gio. Giacomo Zamboni, in Royal musical association research chronicle, XXIV (1991), ad ind.I libretti italiani di Georg Friedrich Händel e le loro fonti, I, 2, a cura di L. Bianconi, Firenze 1992, pp. 185-226; P. Rolli, Libretti per musica, a cura di C. Caruso, Milano 1993, p. XXV; N. Dubowy,Italienische Opern im mitteldeutschen Theater am Ende des 17. Jahrhunderts: Dresden und Leipzig, in Barockes Musiktheater im mitteldeutschen Raum im 17. und 18. Jahrhundert, a cura di F. Brusniak, Köln 1994, pp. 23-48; F. Marri,La dedica delle «Antiquitates Italicae», in Corte, buon governo, pubblica felicità: politica e coscienza civile nel Muratori, Firenze 1996, pp. 73-80; F. McLauchlan, Lotti’s «Teofane» (1719) and Handel’s «Ottone» (1723): A textual and musical study, in Music & Letters, LXXVIII (1997), pp. 349-390; M. Lieber, L’italiano alla corte di Augusto il Forte, in Italiano: lingua di cultura europea, a cura di H. Stammerjohann, Tübingen 1997, pp. 117-131; F. Marri, Ein italienischer Dichter an den Ufern der Elbe: S. B. P., in Elbflorenz. Italienische Präsenz in Dresden 16.-19. Jahrhundert, a cura di B. Marx, Dresden 2000, pp. 159-175; C. Campa, Die italienische Oper im Deutschland des 18. Jahrhunderts: Wirklichkeit, Wirkung, Rezeptionsästhetikibid., pp. 223 s.; Z. Mojzysz, 1730: Ein Jahr im Leben Johann Adolf Hasses im Spiegel zeitgenössischer Korrespondenz, in Johann Adolf Hasse in seiner Epocheund in der Gegenwart. Studien zur Stil- und Quellenproblematik, a cura di S. Paczkowski - A. Żórawska-Witkowska, Warszawa 2002, pp. 45-52; P. Mücke, Johann Adolf Hasses Dresdner Opern im Kontext der Hofkultur, Laaber 2003, ad ind.; L. Lindgren - C. Timms, The correspondence of Agostino Steffani and Giuseppe Riva, 1720-1728, and related correspondence with J. P. F. von Schönborn and S. B. Pallavicini, in Royal musical association research chronicle, XXXVI (2003), pp. 5-8, 33-43, 50 s., 73, 107 s.; C. Timms, Polymath of the Baroque: Agostino Steffani and his music, New York 2003, ad ind.; A. Iurilli, Orazio nella letteratura italiana: commentatori, traduttori, editori italiani di Quinto Orazio Flacco dal XV al XVIII secolo, Roma 2004, passim; R. Mellace, Johann Adolf Hasse, Palermo 2004, ad ind.; P. Mioli, Recitar cantando. Il teatro d’opera italiano.I: Il Seicento, Palermo 2008, pp. 305-309, 363-365; Ch. Seebald, Libretti vom ‘Mittelalter’: Entdeckungen von Historie in der (nord)deutschen und europäischen Oper um 1700, Tübingen 2009, pp. 197, 214 s., 250 s., 270; S. Woyke, Faustina Bordoni. Biographie, Vokalprofil, Rezeption, Frankfurt am Main 2010, p. 97; Z. Mojzysz, Cleofide: «Dramma per musica» von Johann Adolf Hasse, Stuttgart 2011, pp. 32 s., 45-50, 61-75; H.F. Plett, Energeia in Classical Antiquity and the Early Modern Age: the aesthetics of evidence, Leiden 2012, pp. 82-84; C. Sartori, I libretti italiani a stampa dalle origini al 1800,Indici, I, p. 301; Enciclopedia dello spettacolo, VII, Roma 1960, col. 1538; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti. Le biografie, V, p. 554; The New Grove dictionary of Opera, 1992, III, p. 838; The New Grove dictionary of music and musicians (ed. 2001), XIX, pp. 11 s.; Die Musik in Geschichte und GegenwartPersonenteil, XIII, coll. 52 s.

COLOMBO (Colomba, Columba), Luca Antonio





. - Figlio del pittore, stuccatore e architetto Giovanni Battista, nacque ad Arogno (Canton Ticino) il 19 febbr. 1661; allievo del padre, probabilmente lo seguì nei suoi viaggi attraverso l'Europa centrale. Sposò Annamaria, figlia di Giovanni Carloni di Scaria dalla quale non ebbe figli, tanto che nel 1726 nominò erede il fratello Angelo Domenico con i suoi figli. Pittore decoratore, fu al servizio di Eugenio di Savoia per il quale lavorò a Vienna, Pest e Praga (Thiemé-Becker). Il suo nome compare nei conti del 1710-11 del castello di Ludwigsburg, dove egli giunse da Praga, presentato da Eugenio di Savoia al duca di Württemberg Eberardo Ludovico (Fleischhauer, 1958, p. 156). Nel 1711 l'artista lavorava anche a Fulda dove dipinse, nei pennacchi della cupola del duomo, i Quattro Evangelisti (tuttora conservati). Intanto procedeva la fabbrica del castello di Ludwigsburg, dove nel 1715 il C. sovrintendeva ai lavori di affresco. Il C. fu pittore di corte sino alla morte dei duca (1733); lavorò allora anche in altre zone della Germania. Nel 1734 fu licenziato.
Negli anni 1711-1724 il C. aveva ricevuto dal duca numerose commissioni sia a Ludwigsburg sia a Stoccarda. Con la venuta dei pittori Carlo Innocenzo CarIoni e Pietro Scotti, la sua fama cominciò a scemare ed egli fu costretto a cedere ai suoi rivali le imprese a fresco più rilevanti. La sua opera più importante a Ludwigsburg, il soffitto del 1711 nella sala grande dell'"Ordensbau", fu distrutta dall'acqua e sostituita già nel 1729-31 da una decorazione di P. Scotti e G. Baroffio; sulle pareti restano ancora oggi i putti e il ritratto del duca dipinti dal Colombo. Anche le pitture (eseguite nel 1722) della sala ovale dei marescialli o cavalieri non esistono più, perché nel 1746 al posto della sala fu sistemata la cappella di corte evangelica (si può avere una idea di questi lavori dalle incisioni del capomastro di Ludwigsburg, Frisoni: Fleischhauer, 1958. tav. 149).
Molte opere del C. ci sono note solo attraverso i documenti; così quelle di Stoccarda del 1711-12 nel "Prinzenbau", del 1712-13 nel castello, del 1715 nel "Grosses Lusthaus". A Ludwigsburg si conservano: le quadrature con temi relativi adErcole (1711-12) nelle scale dell'"Odensbau" (ibid., tav. 105); la decorazione architettonica illusionistica con le figure diGiove e di Ercole, oltre a finte statue di eroi, omaggio allegorico al duca, dipinta nel 1712 sul soffitto e sulle pareti della scala del "Prinzenbau" (ibid., tav. 109); l'affiresco con gli Dei dell'Olimpo e la Gigantomachia dipinto nel 1716 sul soffitto della galleria orientale degli specchi; l'affresco del 1717 sul soffitto dei "padiglione orientale", rappresentante una architettura illusionistica con le figure allegoriche delle Quattro stagioni, di Geni con corone di stelle e di Quattro divinità fluviali con ninfe (ibid., tav. 141); la pittura al centro dei ricchi stucchi del soffitto della "Marmorsaletta" nel "padiglione occidentale" con Apollole arti e le scienze, del 1716 (ibid., tav. 143); gli affreschi con Scene bibliche (1719-1723) nelle tre conche absidali e sotto la tribuna dei principe nella cappella del castello (l'affresco principale della cupola il C. dovette cederlo a C. I. Carloni).
Negli stessi anni il C. lavorava per il principe Giorgio Augusto di Nassau-Idstein nel nuovo castello di Idstein (1714 e 1719, insieme con il pittore magonzese V. D. Albrecht e con lo stuccatore M. Pozzi) e in quello di Biebrich (1719, con lo stesso stuccatore e con il suo migliore collaboratore, il pittore E. Wohlhaupter: Concilio degli dei nel salone principale, la "Rotonda"; gli affreschi sono distrutti).
Dopo il 1721 il C. dipinse sull'altare e sul soffitto della chiesa dell'Ordine teutonico (oggi parrocchia cattolica) dei SS. Pietro e Paolo a Heilbronin (i dipinti sono stati distrutti durante l'ultima guerra). Con G. F. Marchini e altri pittori il C. dipinse nel 1722, a Magonza, per il principe elettore Lothar Franz von Schönborn, nel "Lustschloss Favorite" che venne distrutto durante la Rivoluzione francese (R. Busch, Das Kurmainzer Lustschloss Favorite, in Mainzer Zeitschrift, XLIV-XLV 11940-5013 pp. 113-115).
Nel 1724 fu incaricato di decorare a fresco tutta la volta del coro della chiesa dei cisterciensi (oggi parrocchia cattolica) di Schóntal nel Nord-Württemberg (una piccola parte degli affreschi fu eseguita da G. B. Ferradini); nel 1734 è documentato un pagamento di 200 Gulden per l'Assunzione sulla parete frontale del transetto meridionale (G. Himmelheber, Die Kunstdenkmälerdes ehemaligen Oberamts Künzelsau..., Stuttgart 1962, pp. 293-295, 330, con ill.; i dipinti sono conservati).
Intanto, nel 1729, insieme con lo stuccatore D. R. Retti ricevette la commissione di decorare le pareti e il soffitto della chiesa delle benedettine di Frauenalb nel Baden; la chiesa era officiata nel 1731 e perciò dovevano essere finiti i lavori di ristrutturazione e quindi anche, almeno nella parte essenziale, gli stucchi e i dipinti; dopo la secolarizzazione nel 1802, cominciò la decadenza, e l'edificio è oggi ridotto a rovina senza resti di decorazione (Kunstdenkmäler Badens, IX, 3, E. Lacroix-P. Hirschfeld-W. Paeseler, Amt Ettlingen, Karlsruhe 1936, pp. 77-86).
Nel frattempo (1730-31) il C., insieme con lo stuccatore D. R. Retti, decorò per la margravia di Baden-Baden Sibilla Augusta gli ambienti interni e le facciate sul cortile del castello di Ettlingen; nella sala dei cavalieri rappresentò un vastissimo programma allegorico-cosmologico (il C. ricevette un compenso di 1.500 Gulden). Nel 1768 un'infiltrazione di pioggia distrusse grandissima parte degli affreschi dei quali restano soltanto frammenti insignificanti.
Nel 1734, licenziato dalla corte del Württemberg, incominciò le pitture a guazzo nel palazzo Thum und Taxis di Francoforte, per le quali fu pagato nel 1735: un'architettura illusionistica inquadra un omaggio allegorico al conte Anselm Franz e alla sua consorte i cui ritratti, dipinti in medaglioni, sono inseriti nella quadratura. Questa è l'ultima opera importante del C. in Germania ed è stata distrutta durante la seconda guerra mondiale (F. Lübbecke, Das Palais Thurn und Taxis..., Frankfurt am M. 1955, pp. 268-279, con ill.).
Nel 1735 il C., accumulata una ingente fortuna, ritornò ad Arogno dove morì nel 1737. Nella città natale, nel 1730, affrescò la parrocchiale di S. Stefano e, nei dintorni, la chiesa di Val Mara (Thieme-Becker).
Secondo il Fleischhauer gli affreschi del C. sono suggestivi per la composizione piena di slancio e di spirito decorativo e per la freschezza dei colori chiari spesso distribuiti a tappeto, con una totale rinuncia al modellato netto e al bel disegno; per contro nei suoi soffitti dipinti a olio ("Marmorsaletta", "Ordensbau" a Ludwigsburg) è da lamentare qualche goffaggine nella composizione e nei colori, oltre alla grossolanità dei dettagli.
Fonti e Bibl.: G. B. Giovio, Gli uomini della comasca diocesi... illustri, Modena 1784, pp. 66 s.; G. A. Oldelli, Dizstor.-ragionato degli uomini illdel Canton Ticino, Lugano 1807, pp. 71 s.; P. Zani, Enciclopedia... delle Belle Arti, I, 6, Parma 1820, p. 283; G. Bianchi, Dizbiogrdegli artisti ticinesi, Lugano 1900, pp. 52 s.; W. Fleischhauer, Barock im Herzogtum Württemberg, Stuttgart 1958, ad Indicem; A. Lienhard-Riva, Armoriale ticinese, Lugano 1965, pp. 117 s.; B. Anderes,Guida d'arte della Svizzera ital., Porza Lugano 1980, p. 327; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, VII, p. 250.

martedì 28 giugno 2016

PASSIONEI, Domenico Silvio

(Fossombrone 1682 - Frascati 1761) religioso. Svolse vari incarichi all'estero che lo misero in contatto con gli ambienti culturali europei. Nel 1706 portò la berretta cardinalizia a Filippo Antonio Gualterio a Parigi. La Nunziatura ne chiese l'espulsione, e nel 1708 partì per le Fiandre. Con l'intenzione di raggiungere Londra, si propose per un incarico nei Paesi Bassi, e partecipò a vari trattati di Pace a l'Aja, Utrecht, Baden, Soleure (Svizzera), sempre dedicandosi alla passione di collezionista di libri. Nel 1716 tornò a Parigi. Dopo un periodo in Italia, nel 1721-29 fu nunzio a Lucerna, e dal 1730 fu nunzio a Vienna.

DBI

G.V. Vella, L’abate D. P. e le sue missioni diplomatiche dal 1798 al 1716, in Nuova rivista storica, XXXIII (1949), 4-6, pp. 302-341; XXXIV (1950), 3-4, pp. 197-234;
M. Cittadini Fulvi, Le amicizie francesi del cardinale D.P., in Cultura e società nel Settecento, Fonte Avellana 1987, pp. 11-28;
D. Squicciarini, Nunzi apostolici a Vienna, Città del Vaticano 1998; 

venerdì 24 giugno 2016

Manfredini, Federico





, marchese. - Uomo politico (Rovigo 1743 - Campoverardo 1829) al servizio dei granduchi di Toscana. Valoroso combattente nella guerra dei Sette anni e poi contro i Turchi, generale (1789) per nomina dell'imperatore Giuseppe II, dopo aver seguito (1790) a Vienna il nuovo imperatore Leopoldo II, tornò (1791) a Firenzecome consigliere del granduca Ferdinando III, che (1805) lo ebbe anche come ministro per il ducato di Würzburg. Protettore di letterati e artisti, lasciò una raccolta di incisioni e i suoi libri al seminario di Padova, e la pinacoteca a quello di Venezia.

giovedì 23 giugno 2016

GARELLI, Pio Nicola

(Bologna 1670 - Vienna 1739)



. - Figlio del medico bolognese Giovanni Battista (1649-1732), nacque a Bologna nel 1670, e ivi ricevette la sua prima educazione nel collegio Poeti (Fantuzzi, p. 61). Studiò quindi medicina alla scuola del Mini e, compiuto il corso degli studi, si addottorò in filosofia e medicina nell'Archiginnasio bolognese il 26 marzo 1695. Raggiunto a Vienna il padre, che nel frattempo era stato nominato archiatra dell'imperatore Leopoldo, il G. divenne a propria volta medico dell'arciduca Carlo, il quale, apprezzandone ben presto il carattere sincero e avulso da ogni forma di avidità e di adulazione, decise di farne anche il proprio consigliere fidato (cfr. Braubach, 1950, pp. 366 ss.). Quindi seguì Carlo, ora re Carlo III, nel suo Regno di Spagna; il G. si recò, nel 1705, in Portogallo, ove ebbe modo di guarire il sovrano portoghese, ottenendo in cambio, quale segno di gratitudine, un dono del valore di 50.000 fiorini, l'investitura a cavaliere dell'Ordine di Cristo, nonché - sempre secondo il Fantuzzi - una pensione annua di "mille Lisbonine", di cui godette fino alla morte.
Secondo Simeoni il G. avrebbe ricoperto l'incarico di lettore prima di logica e successivamente di medicina pratica straordinaria presso l'Ateneo bolognese, che lo avrebbe nominato poi, dal 1719 al 1739, alla cattedra di medicina teorica sopraordinaria.
Morto l'imperatore Giuseppe I nel 1711, il G. divenne consigliere di gabinetto di Carlo (ora neoeletto imperatore Carlo VI), nonché conte e, dal 1713, protomedico dell'imperatore; questi, infine, nel 1723 gli conferì l'incarico di primo bibliotecario e archivista della Biblioteca Palatina, in luogo di mons. Giovanni Benedetto Gentilotti, conte di Engelsbrunn.
Frattanto, nel 1720, il G. venne accolto dall'Accademia de' Curiosi della natura (Biografia universale antica e moderna, Venezia 1825, XXIII, p. 209) con il nome di Calligene.
(...)
Lasciata l'Italia, il G. acquistò in breve tempo una posizione preminente nella società colta della capitale asburgica, al punto che si è giunti a definirlo "per così dire il Papa della Repubblica degli eruditi viennese" (Braubach, 1950, p. 367).
Fece parte del gruppo di intellettuali che si riunivano attorno al principe Eugenio di Savoia e fu un convinto sostenitore del giansenismo e della sua linea riformistica, tanto da venirne considerato il capo indiscusso in Vienna.
Fu inoltre amico di alcuni tra i maggiori letterati e giuristi del suo tempo, tra cui il Muratori, Apostolo Zeno, Pietro Giannone, ai quali offrì spesso ospitalità e protezione in Vienna, procurando che fossero conosciuti e apprezzati anche a corte.
Del suo mecenatismo offre una prima eloquente testimonianza il Giannone, allorché ricorda nella sua autobiografia (pp. 86 ss.) di essere riuscito nel 1724 proprio tramite l'intermediazione del G. a sottoporre all'imperatore, a cui l'opera era dedicata, la sua Istoria civile di Napoli onde ottenerne plauso e protezione e così sottrarsi alle critiche calunniose ripetutamente avanzate dai suoi nemici.  (...) Anche Montesquieu ebbe modo di incontrare più volte a Vienna il G. (Shackleton, pp. 112 s.).

PALLAVICINO (Pallavicini), Gian Luca

(Genova 1697 - Bologna 1773)

da DBI:
Nel 1723 andò con il padre a Vienna, passando per Milano e Venezia. Tra 1724 e 1728 fu a Genova. 
(...) nell’estate del 1728, lasciata a lei la gestione del patrimonio, partì per Vienna, dove ottenne la carica di ciambellano e l’onorificenza della Chiave d’oro, ma soprattutto comprese che per entrare nei servizi della corte era necessario assumere incarichi diplomatico-militari. Nel 1730 fu inviato straordinario della Repubblica di Genova a Vienna e diede ampie manifestazioni di sfarzo e prodigalità, elargendo finanziamenti a privati e organizzando feste per i membri della corte. Lo stesso fece nei successivi e prolungati soggiorni a Vienna e ciò gli assicurò una serie di incarichi sempre più prestigiosi: nel 1733 fu nominato da Carlo VI generale delle Galere e comandante della Marina; nel 1736 arruolò a proprie spese un reggimento; nel 1738 elargì un prestito di 400.000 fiorini all’imperatore e tra 1738 e 1739 combatté contro i turchi sul Danubio.
(...) Tornato nel 1742 a Vienna, ebbe modo di conoscere da vicino la nuova sovrana, Maria Teresa, e dare mostra delle proprie doti: la denuncia delle irregolarità che caratterizzavano l’esercito imperiale in Italia gli guadagnò il grado di delegato all’economia militare e camerale in Lombardia. Il conflitto che si venne a creare tra questa carica e quella del governatore portò Maria Teresa a estendere le prerogative di Pallavicini, che ebbe la facoltà di controllare la stipulazione dei contratti per gli appalti militari, e ciò acuì i contrasti con Traun, che nel 1743 fu destituito. Il programma di risanamento finanziario ed eliminazione degli sprechi varato da Maria Teresa trovò un pronto esecutore in Pallavicini, che il 3 aprile 1745 fu nominato ministro plenipotenziario per la Lombardia.

sabato 18 giugno 2016

CALZABIGI (Calsabigi, Casalbigi), Ranieri Simone Francesco Maria de'









. - Nato a Livorno il 23 dicembre del 1714 da Giovan Domenico e da Maria Eleonora Vannuccini, compì i primi studi nella città natale e, probabilmente, li completò a Pisa. Le sue buone qualità di letterato gli consentirono di entrare in Arcadia col nome di Liburno Drepanio e nel 1740 di divenire membro dell'Accademia Etrusca di Cortona con il tema in versi I pregi dell'anima sono più stimabili della bellezza, e in segno di gratitudine per il riconoscimento conferitogli dedicò una cantata al "nobile" istituto. Nel 1741 Viveva a Napoli, dove cercava faticosamente di trarre guadagno dall'attività letteraria. Le difficoltà non erano poche. In una sua lettera datata 23 aprile (B. Croce, Iteatri di Napoli, Bari 1891, p. 355) chiedeva infatti all'amministrazione dei teatri napoletani la restituzione di tre drammi, dei quali non ci sono pervenute altre notizie, che erano stati rifiutati dal San Carlo e che egli voleva offrire all'Alibert di Roma per 150 zecchini. Nel 1741, impiegatosi in un ufficio ministeriale, continuava tuttavia l'attività letteraria scrivendo odi, canzonette e più tardiin occasione delle nozze del delfino di Francia con Maria Teresa, figlia di Filippo V di Spagna, ebbe l'incarico di scrivere il libretto dell'opera L'impero del (sic)Universo diviso con Giove (Napoli 1745), musicata da G. Manna. Quindi scrisse un altro lavoro teatrale, La gara tra l'amore e la virtù, della cui esecuzione non abbiamo notizia. Nel 1747 il re gli commissionò il libretto di una serenata, Il Sogno di Olimpia (Napoli 1747), musicata da C. de Majo, che venne eseguita per festeggiare la nascita del principe ereditario.
Questi lavori, ancora immaturi e lontani dall'espressione di una particolare originalità, furono giudicati favorevolmente dal Metastasio, il quale fece però qualche riserva circa la semplicità dei versi, a suo parere eccessiva, e rilevò la mancanza delle similitudini usate frequentemente dai poeti dell'epoca e disapprovate dai critici in quanto rendevano difficile la fusione fra le parole e la musica, privando le arie della scorrevolezza e della linearità necessarie.
Verso il 1750, trovandosi coinvolto in un processo per avvelenamento, dovette lasciare l'Italia e trasferirsi a Parigi con il fratello Anton Maria, che era a sua volta dotato di talento letterario, ma non volle contrastare il successo di Ranieri. Stabilitosi nella capitale francese come segretario del marchese de L'Hospital che, in precedenza, era stato ambasciatore a Napoli, il C. (che aveva modificato il suo cognome in Calsabigi, più consono alla pronuncia francese) strinse amicizia con molte persone influenti. Nel 1752 pubblicò a Parigi una Cantata a Mademoiselle Leduc, la ballerina amante del conte di Clermont, musicata da F. Bambini, e nel 1754 iniziò la stesura del poema eroicomico La Lulliade o I Buffi italiani scacciati da Parigi che avrebbe terminato soltanto nel 1789 (ms. alla Bibl. naz. di Firenze). Nel 1755, accordatosi con Gerbault, "interprete del re per le lingue francese e spagnuola" e con la editrice "veuve" Quillau, iniziò a pubblicare le Opere del Metastasio corredate da un suo commento critico. Il primo volume, in cui e inserita laDissertazione su le poesie drammatiche del signor abate P. Metastasio, dedicato alla marchesa di Pompadour, uscì a Parigi nel 1755. La dissertazione esprime a grandi linee le idee del C. circa la riforma del melodramma, idee che egli avrebbe avuto modo di sviluppare e realizzare alcuni anni più tardi tramite la collaborazione con Gluck. Nel 1757 impiantò con il fratello una lotteria impostata con i criteri di quelle italiane. Tale iniziativa, promossa dal finanziere J. Paris-Duverney, aveva lo scopo di raccogliere i fondi necessari alla costruzione di una scuola militare, in quanto le finanze reali erano in pessimo stato: essa ebbe successo e restò in vita fino al 30 giugno 1776 quando un editto di Luigi XVI ne ordinò la chiusura. Tramite il Paris-Duverney il C. conobbe il Casanova che nei suoi Mémoires fece di lui una gustosa descrizione, presentandolo come "un homme peu ragoûtant, car il était couvert d'une espèce de lèpre; mais cela ne l'empêchait ni de bien manger, ni d'écrire, ni de faire parfaitement toutes les fonctions physiques et intellectuelles...". Buon conversatore, allegro e brillante, era costretto, ci informa ancora il Casanova, a condurre vita ritirata non potendo, a causa della malattia che lo affliggeva, presentarsi in società. Tuttavia ciò non gli impediva di coltivare le amicizie e di avere successo con le donne (G. Casanova, Mémoires, IIParis 1959, pp. 29 s.). Nel 1760, forse a causa dei suoi atteggiamenti francofobi, il C. si dimise dagli incarichi che ricopriva e lasciò la Francia per trasferirsi in Belgio; quindi si recò a Vienna dove, grazie a una raccomandazione del conte di Cobenzl, con il quale aveva stretto amicizia durante il soggiorno belga, poté facilmente introdursi nell'alta società. Il Cobenzi aveva dato, infatti, ottime referenze circa le sue qualità di organizzatore e la sua competenza in fatto di imprese finanziarie, così che il cancelliere Kaunitz non esitò ad assumerlo come segretario. In tale qualità il C. volle confermare la sua reputazione pubblicando il 15 febbr. 1761 una Memoria sulla sistemazione della Camera dei conti che gli fruttò il titolo di consigliere aulico alla Camera dei conti dei Paesi Bassi austriaci, con una pensione di 2.000 fiorini.
Intanto, tramite il "Hoftheaterintendent" conte Giacomo Durazzo, già ambasciatore di Genova alla corte imperiale, stringeva amicizia con il musicista C. W. Gluck che aveva al suo attivo 22 opere teatrali, gran parte delle quali composte su libretti di Metastasio e improntate dagli elementi caratteristici dell'opera italiana, ossia la prevalenza dei recitativi secchi alternati alle arie. L'incontro fra il Gluck e il C. diede origine a una collaborazione che doveva segnare una svolta nella storia del melodramma. Il primo lavoro che portarono a termine insieme fu Don Juan ou le Festin de pierre (1761), al cui libretto scritto da Gasparo Angiolini il C. unì una prefazione, in cui puntualizzava alcune innovazioni grazie alle quali il Don Juan è probabilmente il primo balletto d'azione della storia: eliminare gli stucchevoli artifici della danza saltatoria per infondere alla danza stessa un interesse drammatico, preparare uno scenario nel quale personaggi sconvolti dalle passioni compissero azioni tragiche, sottolineare il valore espressivo della mimica che doveva essere pari a quello della poesia e fondere la rappresentazione visiva all'idea musicale. Il balletto fu rappresentato al Burgtheater di Vienna il 17 ott. 1761. Ad esso seguì l'opera Orfeoed Euridice (Vienna 1762) che venne rappresentata al Burgtheater il 26 dicembre del 1762 e che attuava le idee riformatrici. Due anni più tardi egli scriveva per il Gluck il libretto di un balletto pantomimico, Semiramide (inedito, ora perduto), ispirato alla tragedia di Voltaire e del quale l'Angiolini curò la coreografia. Quindi scrisse il libretto per una seconda opera, Alceste (Vienna 1768), che era stata rappresentata il 26 dicembre del 1767 e in seguito Paride ed Elena (Vienna 1770). La collaborazione con Gluck, aprendogli nuovi orizzonti, aveva dato un orientamento assolutamente nuovo al suo criterio critico, facendogli apparire accademiche e superate forme poetiche che precedentemente aveva ammirato nel Metastasio, il quale, dal canto suo, lo ricambiava col disprezzo. Ormai si erano addirittura create due fazioni: da un lato i sostenitori del C. e di Gluck, dall'altro quelli di Hasse e Metastasio.
Il C. concluse la collaborazione con Gluck col libretto di Paride ed Elena, unanimemente considerato dai critici inferiore a quelli dell'Orfeo e dell'Alceste. Scrisse quindi L'Opera seria che musicata da F. Gassman andò in scena a Vienna nel 1769 e modificata, con un nuovo titolo, La critica teatrale, musicata da G. Astaritta fa rappresentata a Venezia nel 1775. Ebbe altri successi con Comala (un testo in gran parte dipendente da un testo ossianesco e che, al pari della più tardaElfrida - derivata dall'omonima tragedia di W. Moson -, testimonia la buona conoscenza che il C. aveva della lingua e della letteratura inglese) che venne musicata da P. Morandi e rappresentata a Senigallia nel 1780, Ipermestra o le Danaidi, scritta in origine per Gluck e poi musicata da G. Millico con esecuzione parziale a Venezia nel 1784, quindi modificata da F. L. Du Roullet e Tschudi, musicata da A. Salieri e rappresentata come Les Danaïdes a Parigi il 19 apr. 1784.
Scrisse, infine, Elvira ed Elfrida, musicate da Paisiello e rappresentate a Napoli nel 1792 e nel 1794. Questi libretti furono scritti in Italia, probabilmente a Pisa, dove il C. era tornato essendo stato licenziato e privato della pensione dalla corte austriaca in seguito. allo scandalo scoppiato per una sua avventura con una attrice. Stabilitosi nel 1780 a Napoli, dove cercò invano di riassestare la sua situazione economica, ritrovò poi una certa tranquillità in seguito alla decisione della corte austriaca che gli concesse nuovamente la pensione. In quest'ultimo periodo si dedicò soprattutto alla critica letteraria. Dopo una lunga lettera, datata 21 ag. 1784, al Mercure de France, nella quale protestava rinproverando a Gluck di aver passato a Salieri il libretto delle Danaidi senza avvertirlo, nel 1790 scrisse un libello per rispondere alle critiche mossegli dallo spagnolo Arteaga (Risposta... alla critica ragionatissima delle Poesie drammatiche del C. de' Calsabigi fatta dal bacelliere D. Stefano Arteaga.... Venezia 1790).
Merita comunque un'attenzione particolare la Lettera di R. de C. al sig. conte Vittorio Alfieri sulle quattro sue prime tragedie, dedicata al principe di Liechtenstein, s.d. (che risale al 1784 e che fu ristampata in numerose edizioni dei drammi di Alfieri), nella quale, dopo aver sottolineato le cause della mancanza di lavori teatrali di genere tragico in Italia, fece una precisa analisi critica dei personaggi creati dall'Alfieri, dei quali sottolineava l'originalità pur facendo qualche riserva circa lo stile delle tragedie. L'Alfieri accettò serenamente le critiche, definendo l'analisi del C. "giudiziosa, ragionata e cortese". Quest'ultimo riferì le sue considerazioni nella Risposta a S. E. il sig. conte Alessandro Pepoli(Parma 1791).
Il C. morì a Napoli nel luglio 1795.
Tra le sue opere è da ricordare altresì la raccolta di Poesie, pubblicata a Pisa in due volumi nel 1774.
Dotato di un'intelligenza versatile, logica e intuitiva al tempo stesso, e di una profonda conoscenza delle letterature italiana, francese, spagnola e inglese, il C. ebbe una parte di primo piano nel teorizzare e attuare la riforma del melodramma. È noto come gli schemi fissi a cui dovevano adeguarsi le opere teatrali nuocessero all'unitarietà e alla fusione fra le parole e la musica; il noioso ripetersi di recitativi secchi alternati alle arie, il ruolo fisso dei personaggi (ai nobili le parti serie, mentre una contadina, qualunque fosse la sua situazione psicologica, doveva essere sempre un personaggio buffo) determinavano un progressivo inaridirsi del melodramma. Il C. giunse però soltanto gradualmente a una nuova concezione di questo genere teatrale. Infatti nella Dissertazione sul Metastasio, pubblicata a Parigi nel 1755, dimostrava di essere sempre ancorato ai criteri tradizionali, negando alla musica la possibilità di esprimere i sentimenti dei personaggi senza l'aiuto della poesia e giungendo addirittura a lodare i recitativi secchi, così abbondanti nelle opere italiane, "perché - affermava - questa scarsezza di note [da parte dei compositori] non è già loro mancanza di sapere o d'immaginazione, come certi inetti uomini se la suppongono, ma, come si disse, forza di dialogo e di poesia" e ritenendo per questo l'opera italiana superiore a quella francese. Solo dopo alcuni anni di soggiorno a Parigi, durante i quali aveva potuto approfondire la sua conoscenza della cultura letteraria francese, e dopo il trasferimento a Menna le sue opinioni subirono un mutamento. Verso il 1760 cominciò infatti a considerare diversamente gli elementi fondamentali del melodramma: la declamazione dei versi doveva, nella sua nuova concezione, trovare una precisa rispondenza nella musica in modo da valorizzare l'espressione dei sentimenti e degli stati d'animo. Inoltre le numerose "comparazioni", care al Metastasio e ad altri poeti, dovevano essere quasi totalmente eliminate a vantaggio della sobrietà dello stile. Ciò che doveva principalmente attrarre l'attenzione del librettista e del compositore era la complessità drammatica della vicenda, lo svolgimento dell'azione e lo stato d'animo dei personaggi. Quindi bisognava escludere ogni orpello e qualsiasi inutile effetto.
Tali propositi vennero in gran parte attuati dal C. nel libretto dell'opera Orfeo ed Euridice. Illavoro, infatti, a parte alcune banalità, come il lieto fine, che ha tutta l'aria di una soluzione posticcia e slegata dallo svolgimento del dramma, e alcune espressioni poetiche piuttosto logore e scontate, presenta pagine di alta dignità letteraria e un uso intelligente dei mezzi tecnici. Nel primo atto il lamento di Orfeo (la nota arietta "Che farò senza Euridice..."), che supplica gli dei infernali di restituirgli Euridice, è espresso dal C. con tre coppie di terzine fra i versi sciolti, cosicché la commozione e lo struggimento del personaggio, pur esprimendosi nella loro intensità, assumono la composta dignità di un canto senza cadere in un sentimentalismo zuccheroso. Il secondo atto, oltre a precise didascalie, presenta una rapidità e una concisione notevoli, mentre il terzo atto è decisamente inferiore, sia per l'inconsistenza del personaggio di Euridice sia per il lieto fine cui già abbiamo accennato. Per quanto riguarda il libretto dell'Alceste, Gluck lodò il C. per aver sottolineato le passioni e l'atmosfera drammatica eliminando figure posticce e retoriche (proprie dell'opera italiana). Il lavoro, notevole per l'incisività e la forza di alcuni dialoghi, e per il potere di sintesi evidente in alcune scene, presenta però, oltre a uno schema tipico dell'epoca (ascensione, culmine, discesa, lieto fine), un andamento discontinuo e numerose banalità. Non solo il rinvio del sacrificio di Alceste non commuove lo spettatore, ma crea una staticità di azione piuttosto monotona; inoltre il personaggio di Admeto risulta amorfo e privo di quella vibrante partecipazione alla tragedia che da lui ci si dovrebbe attendere. In ogni caso sia Orfeo sia Alceste sono opere che hanno resistito all'usura del tempo perché la musica di Gluck, oltre a valorizzarne le pagine più felici, spesso risolve con la bellezza delle sue armonie quelle meno valide. Paride ed Elena, con la quale si concluse la collaborazione fra il C. e Gluck, è decisamente inferiore alle opere precedenti, sia per la prolissità di alcuni dialoghi sia per la tendenza involutiva che in essa si riscontra. Come, tuttavia, rileva il Fehr, l'influenza determinata dalla collaborazione con Gluck ("L'influenza della riforma di Gluck, fu tanto grande sulla critica italiana quanto fu debole sull'opera italiana") si fece sentire anche nel C. più nelle affermazioni teoriche che nella pratica, tanto è vero che nei lavori teatrali del C. seguiti alle tre opere gluckiane gli elementi innovatori sono meno evidenti. Il contributo del librettista livornese alla riforma del melodramma non è per questo meno importante. Egli, pur sostenendo ripetutamente che il pubblico italiano non era ancora maturo per la tragedia, continuò, nell'epistolario e nel libello contro l'Arteaga, a sottolineare quei principî di classicità, di semplicità e di intensità espressiva nei quali credeva.
Fonti e Bibl.: Novelle letterarie di Firenze, n.s., XV (1784), coll. 273-76; E. De Tipaldo, Biografia degli Italiani illustri…, III, Venezia 1836, pp. 149 s.; F. Pera, Ricordi e biogr. livornesi, Livorno 1867, pp. 216 ss.; G. Lazzeri, La vita e l'opera letter. di R. C. Saggio critico con app. di docc. ined. orari, Città di Castello 1907; M. Fehr, A. Zeno, Zürich 1912, pp. 29 ss.; J. G. Prod'homme, Deuxcollaborateurs ital. de Gluck…, in Riv. mus. ital., XXIII (1916), pp. 32-65; O. Respighi-S. Luciani,Orpheus, Firenze 1925, pp. 268-71; A. Della Corte, Gluck e i suoi tempi, Firenze 1948, pp. 80-141 passim;R. Giazotto,Poesia melodrammatica e pensiero critico nel Settecento, Milano 1952, ad Indicem;M. Fubini, R. de' C. Nota biografico-critica, in P. Metastasio, Opere, Milano-Napoli 1968, pp. 837-844; A. R. Parra, Le esperienze inglesi di R. de' C., in Riv. di lett. moderne e comparate, XXII(1970), pp. 21-56; Enc. Ital., VIII, p. 484; Enc. d. Spett., II, coll1534-1538 (con bibl.); La Musica, Diz., I, p. 329.