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domenica 3 luglio 2016

PELLEGRINI, Giovanni Antonio





 (Antonio, Gianantonio). – «Nacque in Venezia il dì 29 aprile, nel 1675, e battezzato fu nella parrocchia di S. Polo. Il padre suo era padovano, guantaio di professione» (Zanetti, 1771, p. 445); «figlio di Zan Antonio e di Lucietta», ebbe il 5 maggio il nome di Giovanni Antonio Francesco (Antonio Pellegrini, 1998, p. 65).
Avviato alla pittura da tale Genga di Padova, si rivolse presto al più noto Paolo Pagani (Moücke, 1762, p. 235), quest’ultimo iscritto alla fraglia di Venezia il 5 giugno 1690 (Favaro, 1975, p. 215).
Angela Carriera, moglie di Giovanni Antonio e sorella minore della più nota Rosalba, informava Pierre-Jean Mariette che, insieme con Pagani, il marito, «giovanotto, passò a Vienna, e fu dallo stesso suo maestro spedito nella Moravia ove, oltre a molte altre cose, da sé solo dipinse un’intera chiesa. Dopo sei anni che dimorò in Germania, con lo stesso suo maestro ritornò in Venezia, e conoscendo che necessario fosse miglior studio, fu condotto a Roma da un suo zio nell’anno 1700, ove vi stette due anni» (Abecedario, 1857-58, p. 93). Successivo alla morte del marito, il racconto della moglie Angela, «attendibile nelle sue linee principali», sarebbe però probabilmente «impreciso in alcune parti» (Craievich, 2003, p. 210).
Pellegrini dovette accompagnare Pagani – documentato nel marzo 1696 presso Castello Valsolda – nei viaggi in Europa centrale attestati tra il 1692 e il 1695 (ibid.), per poi rientrare in Veneto.
Al 1696 risalirebbero le decorazioni di Pellegrini per il palazzetto a Murano del patrizio veneziano Angelo Correr (Moücke, 1762, p. 236), mentre è datato 1697 il Battesimo di s. Agostino, nella chiesa veneziana delle Eremite, di recente restituitogli da Alberto Craievich (2003).
Dall’agosto 1701, dopo l’accennato periodo romano i cui tempi «devono restringersi (o anticiparsi)» (Pallucchini, 1995, p. 66), affittò a Venezia, dal patrizio Ludovico Widmann, una casa in calle del Fàun a Santa Maria Mater Domini (Antonio Pellegrini, 1998, p. 64).
Nelle coeve tre allegorie sacre della Scuola del Cristo, come pure nel ciclo decorativo allegorico profano per i soffitti di palazzo Albrizzi, cronologicamente vicino, «il risalto delle luci sulle forme, il gioco largo ed arcuato dei risalti plastici» (Pallucchini, 1995, p. 66) provano l’influenza degli esempi romani di Baciccia (Ivanoff, 1952, p. 165).
Nell’estate del 1702 dipinse a Padova, insieme con il quadraturista Ferdinando Fochi, il soffitto (L’Immacolata appare ai santi francescani), «nell’insieme un po’ gracile» (Antonio Pellegrini, 1998, p. 25), della Biblioteca antoniana, e, tra il 1703 e il 1704, su probabile raccomandazione familiare (ibid., p. 27), una pala (Vergine con il Bambino tra i quattro santi protettori di Padova e l’Arte della lana raffigurata in veste di supplicante), dispersa, per l’Università della lana (Steinweg, 1932, p. 360).
Iscritto alla fraglia dei pittori veneziani nel 1703 (Favaro, 1975, p. 155), sposò Angela Carriera all’inizio del 1704 (Sani, 1985, p. 74; Antonio Pellegrini, 1998, p. 225); testimone di nozze fu Anton Maria Zanetti di Girolamo (ibid., p. 67).
A questo periodo dovrebbe risalire la caricatura di Pellegrini (Venezia, Fondazione Giorgio Cini) disegnata da Zanetti, collezionista e dilettante d’arte in stretti contatti con la cerchia dell’amica Rosalba Carriera, autrice del doppio ritratto, disperso, dei novelli sposi (ibid., p. 65).
Il Castigo dei serpenti per la chiesa di S. Moisè, della primavera-estate del 1707 (Moretti, 1978), fu la pubblica «opera celebre» (Zanetti, 1733, p. 167) che probabilmente gli valse la stima di Charles Montagu, conte di Manchester, dal 30 giugno a Venezia (Knox, 1995, p. 48) e ripartito per l’Inghilterra il 12 ottobre 1708 (Disegni e dipinti, a cura di A. Bettagno, 1959, p. 15), di poco preceduto dal pittore (Sani, 1985, p. 122 n. 2).
In questa tela e nei precedenti affreschi a villa Alessandri di Mira e a villa Giovanelli di Noventa Padovana (Ton, 2010 e 2011) Pellegrini giunse a una personale «visione pittorica tutta in chiaro, tracciata da una pennellata rapidissima» (Pallucchini, 1995, p. 71).
A Londra, in collaborazione con Marco Ricci, anch’egli partito da Venezia e forse paesaggista nel Castigo (Martini, 1964), fu impegnato al Queen’s Theatre di Haymarket per dipingere le scenografie del Pirro e Demetrio di Alessandro Scarlatti, nel riallestimento del 2 aprile 1709: tre giorni dopo Pellegrini fu tra i concorrenti alla decorazione interna del duomo londinese di S. Paolo; l’11 febbraio 1710 gli fu chiesto un modello per la cupola (Londra, Victoria and Albert Museum), ma la scelta finale cadde su Sir James Thornill (Knox, 1995, pp. 50-52).
In ambito privato, spicca, tra i lavori inglesi, la commissione a Pellegrini – che nel 1711 era tra i direttori dell’Accademia di Sir Godfrey Kneller (ibid., p. 220) – dei nove dipinti di Narford Hall, nel Norfolk (sei grandi tele: Minerva e AracneIl ratto di EuropaAchille affidato a ChironeNesso e DeianiraGiove allattato dalla capra AmalteaNarciso; e tre sovrapporte di dimensioni più ridotte: La morte di LucreziaSusanna e i vecchioniAngelica e Medoro), da riconoscersi probabilmente in perdute decorazioni di Burlington House, eseguiti forse in collaborazione con Marco Ricci (ibid., pp. 52-63) e «caratterizzati da una grande libertà inventiva, sempre atteggiata con uno spirito da melodramma» (Pallucchini, 1995, p. 76).
Alcuni pagamenti certificano che l’artista fu attivo nel periodo tra il febbraio 1711 e il settembre 1712 a Castle Howard, nel North Yorkshire, per Charles Howard conte di Carlisle: secondo George Knox (1995, p. 63) l’ingaggio risalirebbe all’estate del 1709, di nuovo con Marco Ricci, lì ricordato dal 20 novembre di quell’anno. L’incendio del 9 novembre 1940 ha distrutto gran parte dei suoi lavori, ora documentati solo da fotografie d’epoca: è presumibile una collaborazione con Ricci nei fondali delle sei tele che ornavano l’High Saloon (Ratto di ElenaAchille tra le figlie di LicomedeAiace e Ulisse si disputano le armi di AchilleIl sacrificio di IfigeniaL’incendio di TroiaEnea e Anchise), mentre Pellegrini dovette dipingere da solo il soffitto di quell’ambiente (Giunone con Minerva e tre putti) e quelli della Garden Hall (Aurora) e della Little Gallery (Flora).
È andata bruciata anche la decorazione della cupola dello scalone, con la Caduta di Fetonte, mentre sono sopravvissuti i Quattro elementi sui pennacchi e la sottostante decorazione della grande aula, formata dai due gruppi laterali conApollo e le Muse Apollo e Mida e da altre raffigurazioni minori in monocromo. L’unica tela di Pellegrini rimasta a Castle Howard è il Ritratto delle sorelle Howard.
L’11 febbraio 1713 Angela informava da Kimbolton la sorella Rosalba che il marito stava per finire di decorare lo scalone (Trionfo di Cesare alle pareti della prima rampa, con nel soffitto il Trionfo di Guglielmo III d’Orange; la Virtù, l’Abbondanza, e la scena dei Musici nelle pareti della porzione superiore, con sopra Putti con la corona comitale) e la cappella (Trasfigurazione; i Quattro Evangelisti) della residenza di campagna di Charles Montagu (per il quale realizzò, sempre a Kimbolton Castle, il Ritratto dei figli del Conte di Manchester), e che da lì si sarebbero mossi per trasferirsi nei Paesi Bassi («e poi fagotto per Londra, ove là arrivata, non penserò che a far baulo per Olanda»; Sani, 1985, p. 228). Nell’estate 1713 i coniugi Pellegrini giunsero a Düsseldorf, con «il pensiero di andare in Francia» (ibid., p. 237) e «l’intenzione di rivedere la patria» (Abecedario, 1857-58, p. 94), ma, per interessamento di Giorgio Maria Rapparini, segretario del principe elettore, rimasero invece nel Palatinato (Antonio Pellegrini, 1998, p. 74). Come si apprende dalle lettere della moglie Angela, l’occasione era «l’urgente completamento della decorazione pittorica, già in buona parte realizzata da [Antonio] Bellucci, nella nuova residenza elettorale di Bensberg, […] dove era necessaria ‘una maniera sbrigativa e che tuttavia fosse di buon gusto’». La scelta ricadde su Pellegrini, del quale il principe palatino Giovanni Guglielmo II ammirava la «pittura anticonvenzionale e veloce», avendone prova nel S. Sebastiano (Würzburg, Staatsgalerie) ‘a lume artificiale’, dipinto nell’agosto del 1713 a Düsseldorf (ibid., p. 75).
Tra il settembre e l’ottobre 1713 decorò il soffitto dello scalone del castello tedesco, per poi passare, tra il dicembre dello stesso anno e il luglio dell’anno successivo, ai «quadri di paradiso», ovvero alle grandi scene parietali dedicate alla biografia del principe (Sani, 1985, p. 269).
Evocando i cicli dinastici rubensiani, Pellegrini a Bensberg celebrò personaggi ed eventi del suo tempo nella forma, congeniale alla sua sensibilità e all’esperienza teatrale, dello spettacolo: dal punto di vista stilistico, la pittura è estremamente leggera, quasi dissolta nei toni del pastello nei piani più distanti (Pallucchini, 1995, pp. 81, 83).
Documenta un momentaneo rientro a Venezia la procura di Giovanni Antonio al fratello Agostino del 4 febbraio 1715, davanti al notaio Carlo Gabrielli (Antonio Pellegrini, 1998, p. 225): a settembre i coniugi Pellegrini furono a Trento di nuovo sulla via per Düsseldorf (Sani, 1985, pp. 297 s.).
Nell’aprile 1716 il pittore ricevette la commissione della prima delle due pale, andate distrutte, per la chiesa di St. Clemens ad Hannover (Knox, 1995, pp. 129-132): dopo l’Ascensione del Cristo dipinse la S. Cecilia, il cui bozzetto (Stoccarda, Staatsgalerie), è «di qualità eccezionale per la sprezzatura della pennellata» (Pallucchini, 1995, p. 84).
Nel Palatinato Giovanni Antonio e la moglie Angela rimasero fino alla scomparsa del principe elettore, l’8 giugno 1716 (Abecedario, 1857-58, p. 94).
Dalla Germania Pellegrini passò ad Anversa: lo troviamo iscritto alla gilda dei pittori dal 18 settembre 1716 per un anno (Steinweg, 1932, p. 360); di questa sua permanenza rimangono le decorazioni per la Brouwershuis (la Fucina di VulcanoGiunone con Cerere, Plutone e Cerbero; Cupido e il fiume Scheldt; Knox, 1995, pp. 132-134) e il tondo da soffitto con laGiustizia fulmina i vizi per il palazzo cittadino (ibid., pp. 136 s.).
Nel novembre 1717 Angela tornò in Italia (Sani, 1985, p. 321 n. 1), lasciando il marito nei Paesi Bassi: il 13 maggio 1718 Pellegrini entrò nella gilda dei pittori a L’Aja, dove firmò e datò il 26 agosto la decorazione della sala maggiore della Mauritshuis (nel soffitto: AuroraApolloLa Notte; sulle pareti: i Quattro elementi in monocromo e due sovrapporte di soggetto allegorico; Knox, 1995, pp. 137-144).
Dai Paesi Bassi si spostò in Inghilterra, prima a Caversham Park, nell’attuale Berkshire, per dipingere una serie di dipinti mitologici commissionatigli da William Cadogan, primo conte di Cadogan, per la sua residenza di campagna (Sani, 1985, p. 357 n. 3), poi, di nuovo a Narford Hall per decorare lo scalone di Andrew Fountaine (Putto con corona regale;BritanniaPutto con corona d’alloro; Knox, 1995, p. 146).
Nel novembre del 1719 passò a Parigi, ospite del banchiere e mecenate Pierre Crozat, che lo presentò al reggente di Francia, il duca Filippo d’Orléans. Nella capitale francese incontrò anche il finanziere John Law (Sani, 1985, pp. 360 s.), dal quale ottenne a dicembre la commissione della decorazione del soffitto della sala del consiglio della Banque Royale, detta ‘del Mississippi’ (ibid., p. 362).
Prima di mettersi al lavoro, Pellegrini a fine gennaio 1720 tornò a Venezia, dove il 5 marzo presentò procure con la moglie, le cognate Rosalba e Giovanna Carriera, e la suocera Alba Foresti. Alla fine di quel mese a Lione, dove li aveva accompagnati pure Anton Maria Zanetti, l’8 aprile il gruppo ottenne il lasciapassare per Parigi (Antonio Pellegrino, 1998, p. 226).
A Parigi il pittore fu ospite di Law: dipinse la Felicità della Francia sul soffitto della vasta sala della banca in «ottanta mattine» (Zanetti, 1771, p. 446), utilizzando un modello (Venezia, collezione privata) che Rosalba Carriera segnala insitu il 10 giugno 1720 (Sani, 1985, p. 762). Il 31 dicembre di quello stesso anno Pellegrini fu accolto nell’Académie royale de peinture et sculpture di Parigi (Rosenberg, 2005, p. 122). La decorazione della Sala del Mississippi, distrutta già nel 1722 a causa del fallimento del sistema economico di Law, fu terminata entro il marzo del 1721, quando Pellegrini e le Carriera lasciarono Parigi (Steinweg, 1932, p. 360).
Di passaggio a Füssen, nella bassa Baviera, il pittore fu qui ingaggiato per eseguire le due pale per la chiesa di S. Mango, eseguite poco dopo e tuttora esistenti: la Madonna e santi e S. Ulrico che guarisce gli ammalati (Antonio Pellegrini, 1998, p. 170).
Nelle lettere della cognata Rosalba è ricordato a Venezia nel maggio 1721 e nel marzo 1722. Tra il dicembre 1721 e la primavera seguente dipinse le tele per due soffitti (oggi ad Asheville, Biltmore house e a Newport, the Marble house) di palazzo Pisani a Santo Stefano, residenza della famiglia patrizia con la quale stipulò un contratto d’affitto per una nuova abitazione (ibid., p. 82). Il 26 maggio 1722, all’epoca del Martirio di s. Andrea per la chiesa di S. Stae, il Collegio dei pittori veneziani biasimava la partenza dell’artista dalla città senza licenza (Moretti, 1973).
Da Parigi, infatti, Pellegrini inviò una delle sue vivaci lettere a Rosalba il 1° agosto 1722 (Sani, 1985, pp. 426 s.); il ritorno a Venezia, segnalato il 28 gennaio 1723 da Mariette (ibid., p. 438), fu anche questa volta breve: il 12 luglio 1724 il principe vescovo Johann Philipp Franz von Schönborn scrisse al fratello Friedrich Karl che il veneziano stava viaggiando da Würzburg a Praga (Steinweg, 1932, p. 360). Il 25 di quel mese il pittore fu pagato per conto del loro zio, Lothar Franz von Schönborn principe vescovo di Bamberga e arcivescovo di Magonza, per due dipinti (Pommersfelden, castello di Weißenstein) raffiguranti Ercole e i pomi delle Esperidi e Sofonisba riceve il veleno (Knox, 1995, p. 181).
Nel gennaio 1725 si trasferì alla corte di Augusto II. A Dresda Pellegrini decorò due padiglioni meridionali dello Zwinger, andati bruciati nel 1849: se dello Zoologischer Pavillon è descritto il soggetto (Festino degli dei), del soffitto e delle pareti della Deutscher Saal, raffiguranti rispettivamente i Quattro continenti e soggetti mitologici entro quadrature, si conservano sia il progetto grafico generale (Dresda, Institut für Denkmalpflege) sia il bozzetto pittorico per la sola volta (Cologna, Stadtbücherei, Sammlung Kasimir Hagen); esistono invece tuttora le due pale d’altare della Hofkirche (Trinità) a Dresda e della concattedrale di St. Petri (Consegna delle chiavi a Pietro) a Bautzen (Knox, 1995, pp. 181-185). Fu poi a Vienna dalla fine di settembre all’inizio di dicembre, interessato, nella testimonianza di Apostolo Zeno, a ottenere l’incarico della decorazione della cupola della chiesa delle Salesiane (Pallucchini, 1995, pp. 93 s.), che ottenne grazie all’amicizia di Daniele Antonio Bertoli, artista a servizio della corte imperiale, in compagnia del quale è registrato in alcuni documenti dell’ottobre 1725 (Kazlepka, 2013). La decorazione della chiesa viennese iniziò nell’estate di due anni dopo, inframmezzata dall’esecuzione di una pala d’altare (S. Giuseppe e s. Francesca di Paola adoranti la Trinità) per la chiesa veneziana di S. Vidal (Antonio Pellegrini, 1998, p. 206 n. 53): il 10 ottobre 1727 la citata cupola, con il Trionfo della Fede era terminata; nello stesso momento Pellegrini iniziò a lavorare ad altre due pale d’altare per la medesima chiesa di Vienna (Sani, 1985, p. 473), dove oggi si può vedere, nel primo altare a sinistra, la sola Consegna delle chiavi a Pietro.
Di nuovo a Vienna all’inizio del 1730, il 18 febbraio indirizzò una lettera a Rosalba per esortarla a raggiungerlo con la moglie, cosa che avvenne ad aprile (ibid., pp. 509 s., 516 s.): durante il soggiorno viennese Pellegrini dipinse la cupola (distrutta nel 1944) della Schwarzspanierkirche (la chiesa dei monaci benedettini votati al culto della Vergine Nera di Montserrat, e per questo denominati ‘spagnoli neri’), di cui sopravvive il bozzetto, conservato nella collezione Gatti-Casazza di Ferrara (Antonio Pellegrini, 1998, p. 206 cat. 55).
A Venezia il 23 novembre 1730 (Sani, 1985, pp. 530 s.), da dove dovette invece spedire la tela con Cristo che guarisce il paralitico per la Karlskirche (chiesa di S. Carlo Borromeo) a Vienna (Knox, 1995, pp. 200 s.), Pellegrini fu poi attivo a Padova nel 1731, con la perduta decorazione della cupola e della navata della chiesa di S. Tommaso, demolita a inizio Ottocento, e il mancato cantiere della «gran cupola» della basilica del Santo «a figure colorite a oglio con la maggiore sontuosità e pompa» (Antonio Pellegrini, 1998, p. 32).
Sul finire del 1733, inviò a Parigi il dipinto allegorico La Modestia presenta la Pittura all’Accademia per l’ammissione accademica (Rosenberg, 2005, p. 122), che fu ricevuto con favore (Sani, 1985, p. 586).
A Padova, nel dicembre del 1734, ottenne la commissione del Martirio di s. Caterina, pala per l’omonima cappella della basilica antoniana, dove «parvenze colorate [...] si aggregano in una struttura mossa, instabile, come componenti di un’onda crestata culminante nella figura eccentrica dell’angelo» (Antonio Pellegrini, 1998, p. 33).
Instancabile seppur acciaccato, Pellegrini il 23 ottobre 1736 scrisse a Rosalba da Mannheim (Sani, 1985, pp. 618 s.), nel cui castello dei principi elettori realizzò, in meno di un anno, quattro soffitti (Aurora e le OreQuattro continentiIl trionfo del PalatinatoLa battaglia per il Reno), andati distrutti nell’ultimo conflitto mondiale e documentati sia da vecchie riprese (Knox, 1995, pp. 205-213) sia da un modello presso l’Ashmolean Museum di Oxford (Antonio Pellegrini, 1998, p. 222 n. 65).
A Venezia nel gennaio 1739 (Sani, 1985, p. 647), Pellegrini fu coinvolto per l’esecuzione di una sovrapporta, richiesta per Torino da Giorgio Gaspare de Prenner in una lettera a Rosalba da Roma il 29 ottobre 1740 (ibid., p. 659): dallo stesso corrispondente si apprende di uno stato di salute non buono del pittore a gennaio 1741 (ibid., p. 663).
Chiuso il testamento ad aprile (Antonio Pellegrini, 1998, p. 227), Pellegrini morì a Venezia il 2 novembre 1741.
Fonti e Bibl.: A.M. Zanetti, Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia e isole circonvicine, Venezia 1733, pp. 165, 167 s., 171, 174, 188, 207, 394, 435, 439; F. Moücke, Museo fiorentino che contiene i ritratti de’ pittori..., Firenze 1762, X, pp. 234-237; A.M. Zanetti, Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de’ veneziani maestri, libri V, Venezia 1771, pp. 445-447, 597; Abecedario de P.J. Mariette et autres notes inédites de cet amateur sur les arts et les artistes, a cura di Ph. de Chennevières - A. de Montaiglon, IV, Paris 1857-58, pp. 91-98; K. Steinweg, P. G.A., inAllgemeines Lexikon der Bildenden Künstler, XXVI, Leipzig 1932, pp. 359-361; N. Ivanoff, Il ciclo pittorico della Scuola del Cristo presso la chiesa di San Marcuola a Venezia, in Arte veneta, VI (1952), pp. 162-165; Disegni e dipinti di G.A. P., 1675-1741 (catal.), a cura di A. Bettagno, Venezia 1959; E. Martini, La pittura veneziana del Settecento, Venezia 1964, pp. 30, 42; L. Moretti, La data degli apostoli della chiesa veneziana di San Stae, in Arte veneta, XXVII (1973), pp. 318-320; E. Favaro, L’arte dei pittori in Venezia e i suoi statuti, Firenze 1975, pp. 155, 215; L. Moretti, Documenti ed appunti su Sebastiano Ricci (con qualche cenno su altri pittori del Settecento), in Saggi e memorie di storia dell’arte, XI (1978), p. 105 n. 71; B. Sani, Rosalba Carriera. Lettere, diari, frammenti, Firenze 1985, passim; G. Knox, A. P. 1675-1741, Oxford 1995; R. Pallucchini, La pittura nel Veneto. Il Settecento, I, Milano 1995, pp. 66-100; A. P. Il maestro veneto del Rococò alle corti d’Europa (catal., Padova 1998-1999), a cura di A. Bettagno, testi di A. Mariuz, G. Knox e F. Zava Boccazzi, Venezia 1998, con bibl.; G. Pavanello, A. P. frescante in palazzo Pesaro a Santa Sofia, in Arte veneta, LVI (2000), pp. 89 s.; W. Holler, G.A. P.: eine Zeichnung für Dresdner Zwinger und ihr Kontext, in Jahrbuch der Staatlichen Kunstsammlungen Dresden, 29 (2001), pp. 49-59; X. Cervantes, “As Rome felt once, and Britain feels to-day”: échos romains et vénitiens dans le cycle pictural de Pellegrini au château de Kimbolton, in Analyses d’images. Patrimoines visuels dans le mond anglophone, a cura di R. Dickason, Rennes 2003, pp. 93-112; A. Craievich, A. P. nella chiesa veneziana delle Eremite, inArte veneta, LX (2003), pp. 206-211; M. Koller - C. Serentschy, Die Ölmalerei von G.A. P. in der Wiener Salesianerin-nenkuppel, in Barockberichte, 34-35 (2003), pp. 418-426; P. Rosenberg, Da Raffaello alla Rivoluzione. Le relazioni artistiche tra la Francia e l’Italia, Milano 2005, pp. 115-128; J. Schewski-Bock, Disegni di A. P. a Francoforte, in Arte veneta, LXIII (2006), pp. 242-249; D. Ton, Mira. Villa Alessandri, in Gli affreschi nelle ville venete. Il Settecento, I, a cura di G. Pavanello, Venezia 2010, pp. 373-382 cat. 100; Id., Noventa Padovana. Villa Giovanelli, in Gli affreschi nelle ville venete. Il Settecento, II, a cura di G. Pavanello, Venezia 2011, pp. 61-70, 73 cat. 126; E. Lucchese, Due dipinti di A. P. in Carinzia e una pala di Mattia Bortoloni in villa Valmarana ai Nani, in AFAT, XXXI (2012), pp. 95-106; Z. Kazlepka, Das ‘neue’ Palais Collalto und G.A. P. Addenda zur Baugeschichte des Palais Collalto und zu Pellegrinis Tätigkeit in Wien, inÖsterreische Zeitschrift für Kunst und Denkmalpflege, LXVII (2013), 1-2, pp. 166-173.

COLOMBO (Colomba, Columba), Luca Antonio





. - Figlio del pittore, stuccatore e architetto Giovanni Battista, nacque ad Arogno (Canton Ticino) il 19 febbr. 1661; allievo del padre, probabilmente lo seguì nei suoi viaggi attraverso l'Europa centrale. Sposò Annamaria, figlia di Giovanni Carloni di Scaria dalla quale non ebbe figli, tanto che nel 1726 nominò erede il fratello Angelo Domenico con i suoi figli. Pittore decoratore, fu al servizio di Eugenio di Savoia per il quale lavorò a Vienna, Pest e Praga (Thiemé-Becker). Il suo nome compare nei conti del 1710-11 del castello di Ludwigsburg, dove egli giunse da Praga, presentato da Eugenio di Savoia al duca di Württemberg Eberardo Ludovico (Fleischhauer, 1958, p. 156). Nel 1711 l'artista lavorava anche a Fulda dove dipinse, nei pennacchi della cupola del duomo, i Quattro Evangelisti (tuttora conservati). Intanto procedeva la fabbrica del castello di Ludwigsburg, dove nel 1715 il C. sovrintendeva ai lavori di affresco. Il C. fu pittore di corte sino alla morte dei duca (1733); lavorò allora anche in altre zone della Germania. Nel 1734 fu licenziato.
Negli anni 1711-1724 il C. aveva ricevuto dal duca numerose commissioni sia a Ludwigsburg sia a Stoccarda. Con la venuta dei pittori Carlo Innocenzo CarIoni e Pietro Scotti, la sua fama cominciò a scemare ed egli fu costretto a cedere ai suoi rivali le imprese a fresco più rilevanti. La sua opera più importante a Ludwigsburg, il soffitto del 1711 nella sala grande dell'"Ordensbau", fu distrutta dall'acqua e sostituita già nel 1729-31 da una decorazione di P. Scotti e G. Baroffio; sulle pareti restano ancora oggi i putti e il ritratto del duca dipinti dal Colombo. Anche le pitture (eseguite nel 1722) della sala ovale dei marescialli o cavalieri non esistono più, perché nel 1746 al posto della sala fu sistemata la cappella di corte evangelica (si può avere una idea di questi lavori dalle incisioni del capomastro di Ludwigsburg, Frisoni: Fleischhauer, 1958. tav. 149).
Molte opere del C. ci sono note solo attraverso i documenti; così quelle di Stoccarda del 1711-12 nel "Prinzenbau", del 1712-13 nel castello, del 1715 nel "Grosses Lusthaus". A Ludwigsburg si conservano: le quadrature con temi relativi adErcole (1711-12) nelle scale dell'"Odensbau" (ibid., tav. 105); la decorazione architettonica illusionistica con le figure diGiove e di Ercole, oltre a finte statue di eroi, omaggio allegorico al duca, dipinta nel 1712 sul soffitto e sulle pareti della scala del "Prinzenbau" (ibid., tav. 109); l'affiresco con gli Dei dell'Olimpo e la Gigantomachia dipinto nel 1716 sul soffitto della galleria orientale degli specchi; l'affresco del 1717 sul soffitto dei "padiglione orientale", rappresentante una architettura illusionistica con le figure allegoriche delle Quattro stagioni, di Geni con corone di stelle e di Quattro divinità fluviali con ninfe (ibid., tav. 141); la pittura al centro dei ricchi stucchi del soffitto della "Marmorsaletta" nel "padiglione occidentale" con Apollole arti e le scienze, del 1716 (ibid., tav. 143); gli affreschi con Scene bibliche (1719-1723) nelle tre conche absidali e sotto la tribuna dei principe nella cappella del castello (l'affresco principale della cupola il C. dovette cederlo a C. I. Carloni).
Negli stessi anni il C. lavorava per il principe Giorgio Augusto di Nassau-Idstein nel nuovo castello di Idstein (1714 e 1719, insieme con il pittore magonzese V. D. Albrecht e con lo stuccatore M. Pozzi) e in quello di Biebrich (1719, con lo stesso stuccatore e con il suo migliore collaboratore, il pittore E. Wohlhaupter: Concilio degli dei nel salone principale, la "Rotonda"; gli affreschi sono distrutti).
Dopo il 1721 il C. dipinse sull'altare e sul soffitto della chiesa dell'Ordine teutonico (oggi parrocchia cattolica) dei SS. Pietro e Paolo a Heilbronin (i dipinti sono stati distrutti durante l'ultima guerra). Con G. F. Marchini e altri pittori il C. dipinse nel 1722, a Magonza, per il principe elettore Lothar Franz von Schönborn, nel "Lustschloss Favorite" che venne distrutto durante la Rivoluzione francese (R. Busch, Das Kurmainzer Lustschloss Favorite, in Mainzer Zeitschrift, XLIV-XLV 11940-5013 pp. 113-115).
Nel 1724 fu incaricato di decorare a fresco tutta la volta del coro della chiesa dei cisterciensi (oggi parrocchia cattolica) di Schóntal nel Nord-Württemberg (una piccola parte degli affreschi fu eseguita da G. B. Ferradini); nel 1734 è documentato un pagamento di 200 Gulden per l'Assunzione sulla parete frontale del transetto meridionale (G. Himmelheber, Die Kunstdenkmälerdes ehemaligen Oberamts Künzelsau..., Stuttgart 1962, pp. 293-295, 330, con ill.; i dipinti sono conservati).
Intanto, nel 1729, insieme con lo stuccatore D. R. Retti ricevette la commissione di decorare le pareti e il soffitto della chiesa delle benedettine di Frauenalb nel Baden; la chiesa era officiata nel 1731 e perciò dovevano essere finiti i lavori di ristrutturazione e quindi anche, almeno nella parte essenziale, gli stucchi e i dipinti; dopo la secolarizzazione nel 1802, cominciò la decadenza, e l'edificio è oggi ridotto a rovina senza resti di decorazione (Kunstdenkmäler Badens, IX, 3, E. Lacroix-P. Hirschfeld-W. Paeseler, Amt Ettlingen, Karlsruhe 1936, pp. 77-86).
Nel frattempo (1730-31) il C., insieme con lo stuccatore D. R. Retti, decorò per la margravia di Baden-Baden Sibilla Augusta gli ambienti interni e le facciate sul cortile del castello di Ettlingen; nella sala dei cavalieri rappresentò un vastissimo programma allegorico-cosmologico (il C. ricevette un compenso di 1.500 Gulden). Nel 1768 un'infiltrazione di pioggia distrusse grandissima parte degli affreschi dei quali restano soltanto frammenti insignificanti.
Nel 1734, licenziato dalla corte del Württemberg, incominciò le pitture a guazzo nel palazzo Thum und Taxis di Francoforte, per le quali fu pagato nel 1735: un'architettura illusionistica inquadra un omaggio allegorico al conte Anselm Franz e alla sua consorte i cui ritratti, dipinti in medaglioni, sono inseriti nella quadratura. Questa è l'ultima opera importante del C. in Germania ed è stata distrutta durante la seconda guerra mondiale (F. Lübbecke, Das Palais Thurn und Taxis..., Frankfurt am M. 1955, pp. 268-279, con ill.).
Nel 1735 il C., accumulata una ingente fortuna, ritornò ad Arogno dove morì nel 1737. Nella città natale, nel 1730, affrescò la parrocchiale di S. Stefano e, nei dintorni, la chiesa di Val Mara (Thieme-Becker).
Secondo il Fleischhauer gli affreschi del C. sono suggestivi per la composizione piena di slancio e di spirito decorativo e per la freschezza dei colori chiari spesso distribuiti a tappeto, con una totale rinuncia al modellato netto e al bel disegno; per contro nei suoi soffitti dipinti a olio ("Marmorsaletta", "Ordensbau" a Ludwigsburg) è da lamentare qualche goffaggine nella composizione e nei colori, oltre alla grossolanità dei dettagli.
Fonti e Bibl.: G. B. Giovio, Gli uomini della comasca diocesi... illustri, Modena 1784, pp. 66 s.; G. A. Oldelli, Dizstor.-ragionato degli uomini illdel Canton Ticino, Lugano 1807, pp. 71 s.; P. Zani, Enciclopedia... delle Belle Arti, I, 6, Parma 1820, p. 283; G. Bianchi, Dizbiogrdegli artisti ticinesi, Lugano 1900, pp. 52 s.; W. Fleischhauer, Barock im Herzogtum Württemberg, Stuttgart 1958, ad Indicem; A. Lienhard-Riva, Armoriale ticinese, Lugano 1965, pp. 117 s.; B. Anderes,Guida d'arte della Svizzera ital., Porza Lugano 1980, p. 327; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, VII, p. 250.

domenica 19 giugno 2016

ZUCCARELLI, Francesco




ETO:
Zuccarèlli ‹z-›, Francesco. - Pittore (Pitigliano 1702 - Firenze 1788); allievo a Firenze di P. Anesi, a Roma studiò i paesaggi del Lorenese e di A. Locatelli e le vedute di G. P. Pannini, a Venezia (iscritto alla Fraglia dei pittori, 1736) risentì di M. Ricci. Lavorò a Bergamo (1736174717481751) e nel 1752 si recò a Londra, quindi ritornò a Venezia (1763), dopo aver visitato anche Parigi, la Germania, i Paesi Bassi. I suoi paesaggi, animati da figure, trattati con tocco leggero e arioso, sono di piacevole effetto decorativo: lo spirito eroico e romantico dei paesaggi di M. Ricci si trasforma in grazia arcadica.

giovedì 16 giugno 2016

TIEPOLO, Lorenzo

(Venezia 1721 - Madrid 1776) pittore. Nel 1750 si trasferì a Wurzburg col padre e col fratello Giandomenico per la decorazine della residenza del principe Carlo Filippo di Greiffenklau. Dopo un periodo trascorso in Italia, seguì il padre a Madrid per decorare il Palazzo Reale.

Vedi ETO Tiepolo Giambattista

TIEPOLO, Giandomenico

(Venezia 1721 - ivi 1804) pittore. Nel 1750 si trasferì a Wurzburg col padre e col fratello Lorenzo per la decorazine della residenza del principe Carlo Filippo di Greiffenklau. Dopo un periodo trascorso in Italia, seguì il padre a Madrid per decorare il Palazzo Reale.

ETO

TIEPOLO, Giambattista

(Venezia 1696 - Madrid 1770) pittore. Sviluppò una versione personale del rococò che ebbe grande successo in Italia e all'estero. Nel 1750 fu chiamato a Wurzburg, dove con l'aiuto dei figli Giandomenico e Lorenzo realizzò la decorazione della residenza del principe vescovo di Greiffenklau. Tornò in Italia dove rimase fino al  1762, quando si traferì a Madrid per affrescare le sale del nuovo palazzo reale.

ETO

martedì 7 giugno 2016

SERVANDONI, Giovanni Niccolò

(Firenze 1695 - Parigi 1766), architetto, pittore e scenografo. Fu allievo di G. P. Pannini a Roma, dove studiò anche architettura. A Parigi dal 1724 svolse un'intensa attività nel campo della scenografia e degli apparati effimeri; vinto il concorso per la facciata di Saint-Sulpice, realizzò la sua massima opera architettonica, considerata tra le prime manifestazioni del neoclassicismo: nel corso della realizzazione (1732-54), il progetto subì varie modifiche che rivelano l'influenza dell'opera di C. Wren, che S. ebbe modo di studiare durante un soggiorno a Londra (1748) dove, come in altre capitali europee, fu apprezzato come scenografo.

domenica 29 maggio 2016

Albéri Francesco

(Rimini 1765 - Bologna 1836), pittore. Trasferitosi a Roma nel 1784, grazie ad una borsa di studio, fu allievo del Corvi all'Accademia di San Luca, ove venne influenzato dal classicismo raffaellesco.  Recatosi a Londra per perfezionarsi, vi rimase fino al 1790, anno in cui fece ritorno a Rimini. ETO
Cfr. Boris Wilnitsky Fine Arts

sabato 28 maggio 2016

MANOCCHI Giuseppe

“Adam's often imported draughtsmen watered down the style demanded by the brothers. Of these émigré figures Giuseppe Manocchi was possibly the most significant: although his association with it was short (1765–6), he decisively introduced stronger and bolder colours to the London office. The use of dark backgrounds for Adam's Etruscan style in the interiors of Derby House, London, Osterley Park, Middlesex, and Home House, London, may be traced back to him.”

Cfr. ODNB s.v. Adam, Robert: