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mercoledì 12 ottobre 2016

BELIARDI, Alessandro

. - Nacque a Sinigaglia nel 1723. Non si hanno notizie sui suoi primi ami; pare comunque che si trasferisse assai giovane a Roma, dove probabilmente esercitò qualche ufficio rminore nella curia pontificia. Nel 1749 era però al servizio dell'ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, cardinale Portocarrero, al seguito del quale, nello stesso, anno, si trasferi in Spagna. Da allora si perdono nuovamente le sue tracce per un periodo di circa otto anni.
Sembra verosimile la congettura che egli fosse impiegato in questo-tempo nell'anuninistrazione spagnola del. commercio e delle finanze e che tra il 1752 e il 1755 fosse tra i numerosi agenti segreti che il duca di Duras, ambasciatore francese presso Ferdinando VI, aveva arruolato. nei vari dicasteri spagnoli con il compito di fornirgli notizie riservate sulla politica del governo di Madrid, allora tutt'altro che incline a una stretta collaborazione con il governo "cugino" di Versailles: attività questa che appunto nel 1755 costò al Duras il richiamo, in seguito aid una risentita protesta spagnola. Questa congettura può soddisfacentemente spiegare come il Bsu cui per un periodo così lungo i documenti non forniscono notizie, fosse poi chiamato nel 1757 a sostituire il Partyet nell'importante carica di agente generale francese del commercio e della marina in Spagna (la nomina ufficiale gli fu inviata il 3 aprile 1758). La nomina del B. veniva a coincidere s ia con gli inizi del ministero del duca di Choiseil, sia con quelli del regno di Carlo III di Borbone, passato nel 1759 dal trono di Napoli a quello di Spagna. Questi due avvenimenti segnarono una importante svolta nelle relazioni di politica generale e di politica commerciale dei due paesi. Il regno di Ferdinando VI di Borbone aveva infatti permesso che si instaurasse in Spagna l'incontrastato predominio economico - e, in una certa misura, anche politico - dell'Inghilterra. Il grande programma dello Choiseul, che ebbe un primo essenziale successo con la stipulazione del patto di famiglia del 1761, fu quello di sostituire l'influenza francese - sia, sul piano politico sia su quello economico, divenendo infine prevalente quest'ultimo sul primo - a quella inglese: il B. ne fu in Spagna, nonostante il carattere subordinato della sua carica ufficiale, l'effettivo interprete.
La carica di agente generale francese per ilcommercio e la marina in Spagna - stabilita con carattere permanente sin dal principio del sec. XVIII, durante la guerra di successione spagnola - non comportava ufficialmente altri compiti se non quelli di una coordinazione dei vari consolati francesi, di una, intermediazione tra essi ed il governo di Versaffles eAella sorveglianza della regolare applicazione delle norme commerciali vigenti. Compiti tanto più limitati, finché rimase prevalente l'aspetto politico-militare delle relazioni tra Francia e Spagna. Quando, con lo Choiseul, divenne invece del tutto primario in questi rapporti il momento economico, anche la carica di agente generale, proprio negli anni in cui essa fu affidata al diplomatico marchigiano, acquistò una importanza nuova. Questo a maggior ragione in quanto il massimo rappresentante del governo francese in Spagna, il marchese Pierre Paul d'Ossun, nominato anche lui a Madrid nel 1758, mostrò subito di non essere il rappresentante migliore dell'ambizioso programma dello Choiseul. Il d'Ossun era infatti una tipica figura di diplomatico tradizionale, più accorto nelle schermaglie politiche che consa pevole dell'importanza fondamentale che andavano: assumendo nelle relazioni internazionali le questioni economiche. Inoltre era personalmente assai devoto a Carlo III, presso il quale aveva rappresentato il suo paese sin da quandw era ancora sul trono di Napoli: era pertanto del tutto alieno da ogni iniziativa che potesse apparire scorretta o inframmettente nei riguardi del governo di lui. Gli spregiudicati piani dello Choiseul, l'effettivo carattere tutorio che venne con lui assumendo la politica commerciale francese verso la Spagna, non potevano dunque esprimersi attraverso di lui. Di questo il governo di Versailles era perfettamente consapevole e la designazione del d'Ossun a Madrid fu determinata soltanto dal desiderio di rendere omaggio a Carlo III, il quale, formalista com'era, apprezzava assai la discrezione e la devozione ossequiosa dell'aristocratico francese. Quest'ultimo finì dunque per essere sostanzialmente scavalcato nelle più importanti trattative con, il governo madrileno dal B. e limitato ad una funzione che sarebbe forse eccessivo definire decorativa, ma che certamente non aveva tutta l'autorità e la responsabilità che la carica ufficialmente attribuiva. Di qui nacquero rapporti naturalmente difficili con l'agente generale del commercio e della marina, sul quale il d'Ossun, all'occasione, non mancò di far pesare il proprio risentimento.
A bilanciare l'ostilità dell'ambasciatore il B. poté in ogni modo contare sull'appoggio pressoché incondizionato dello Choiseul dal quale, insieme con altri riconoscimenti, ottenne il titolo, annesse naturalmente le cospicue rendite, dell'abbazia di Saint-Florent, per cui il diplomatico marchigiano figura nei documenti del tempo con il nome di abate Beliardi.
Il primo quinquennio dell'attività del B. nella sua importante carica fu un periodo di studio e di documentazione sui rapporti commerciali tra la Francia e la Spagna e tra quest'ultima ed altri paesi, in preparazione dei successivi accordi economici realizzati nel quadro delle trattative per il terzo patto di famiglia. Nel vastissimo materiale approntato dal B. fa spicco l'inchiesta da lui diretta, in collaborazione con un funzionario inviato in Spagna per quella occasione, tale Lafrète, nel quadro della "Grande enquéte consulaire" disposta dal controllore generale Bertin in tutti i paesi con i quali la Francia manteneva relazioni conu-nerciali, in vista di un riesame generale delle tariffe di importazione e di esportazione.
Il materiale raccolto poi dal B. sotto il titolo di Recueil des mémoires formés par les consuls de France consta di diciassette inchieste realizzate localmente dai consolati (tre a Cadice, una a Siviglia e in Biscaglia, Navarra, Asturie, Galizia, Canarie, Valencia, Orano, Murcia e Andalusia e tre a Cartagena), nelle quali erano esaminati i regolamenti generali spagnoli sul commercio, le tariffe di importazione ed esportazione, i regolamenti sulla navigazione, le richieste spagnole in materia di commercio con la Francia. A questa inchiesta il B. aggiunse per proprio conto, oltre a varie memorie sul commercio francese a Madrid ed in Navarra, sul commercio dello zucchero e su altre questioni. particolari, un Grand mémoire sur le commerce des Indies, in cui non soltanto elenca una grande quantità di dati relativi al commercio nei territori ispano-americani, le notizie sul contrabbando esercitatovi dagli Inglesi e dagli Olandesi e un esame delle ragioni storiche che hanno impedito un migliore sviluppo economico del grande impero d'oltre oceano, ma propone anche una serie di misure atte a suo parere a riformare la situazione economica di quei territori, a vantaggio sia della Spagna sia del commercio francese.
Il B. non limitò in questo periodo preapatorio i suoi compiti soltanto all'appuntamento della documentazione richiesta dal suo governo: collaborò invece attivamente alla formulazione delle direttive nuove della politica francese in questo settore, divenuto di importanza fondamentale, con una serie di memorie per il duca di Choìseul o per altri ministri e funzionari francesi che si conservano manoscritte, come tutta la documentazione relativa alla sua attività tra il 1757 ed il 1770, nella Biblioteca Nazionale di Parigi.
Tra esse occorre almeno ricordare, per questo periodo di impostazione, la memoria intitolata Comment les Espagnols regardent le commerce avec les etrangers, le Réflexionsréservées pour le ministère de France au suiet d'un plan et d'un arrangement général avec la cour d'Espagne (navigation explication du pacte de familleextraction de piastres,commerceprivilèges personnels des Français) ed infine la memoria intitolata Utilité que les deux nations doivent retirer de leurs productions. L'idea centrale di questi scritti del B., in perfetta corrispondenza con le intenzioni della politica inaugurata dallo Choiseul, è che l'alleanza politica e militare tra le due potenze borboniche deve essere tradotta in una più vasta collaborazione economica se si vuole effettivamente equilibrare, la preponderanza inglese, giacché questa è fondata su una indiscutibile superiorità economica che né i due successivi patti di famiglia tra Francia e Spagna avevano modificato, né i "Gremios Mayores" di Madrid si mostravano disposti a scalzare in cambio dei prqblematici vantaggi che venivano offerti da parte francese. Inoltre la figura stessa del mercante francese, quale si era venuta diffandendo in Spagna dopo la guerra 41 successione, era tutt'altro che popolare: sì trattava infatti di piccoli mercanti, ad immediato contatto con i ceti popolari spagnoli, nei quali si alimentava l'opinione che essi si arricchissero con troppa facilità e con scarsi scrupoli. Il commercio con l'Inghilterra, invece, si svolgeva soltanto su scala nazionale, non creava attriti notevoli con la popolazione e anzi, richiedendo in cambio di prodotti manifatturati i prodotti fondamentali dell'agricoltura spagnola, apriva a questa degli sbocchi commerciali che difficìlmente potevano essere garantiti nella stessa misura dal vicino paese mediterraneo. Con queste difficoltà psicologiche ed economiche veniva quotidianamente a scontrarsi nella sua attività il Beliardi.
In realtà niente era più lontano dalla concreta situazione in cui si ponevano le, prospettive di collaborazione econonuca tra i due paesi, e dagli stessi ambiziosi programmi dello Choiseul, di questo piano di parità che il B. proponeva per i futuri rapporti commerciali. Era naturale che la maggiore potenza militare ed economica della Francia dovesse tradursi in un maggior. suo vantaggio anche nei rapporti con l'alleata "di famiglia". E infatti nei piani dello Choiseul la lotta - politica e commerciale - contro l'Inghilterra doveva avere come necessariaconclusione la sostituzione della Francia all'Inghilterra in tutte le posizioni chiave che quest'ultima deteneva non soltanto nel territorio spagnolo, ma, soprattutto, nelle colonie americane. Del, resto questo programma fu largamente presente allo stesso B., specialmente nelle molte proposte da lui avanzate a proposito di una riforma economica nei territori ispano-americani ed in quella, della fine, del 1761, di una serie di vantaggi commerciali da assicurare alla Francia nel Mediterraneo in caso di cessione di Minorca alla Spagna.
Terminata nel 1763 tutta questa attività di informazione e di elaborazione delle direttive della politica commerciale francese, il B. fu convocato a Parigi, dove, in una serie di incontri con lo Choiseul e con il Praslin, furono concordate una serie di richieste da avanzare al governo spagnolo per il miglioramento delle comunicazioni all'intemo della penisola, per maggiori facilitazioni al commercio francese sia nel territorio nazionale sia nelle colonie e per una limitazione dei privilegi accordati all'Inghilterra. Durante il suo soggiorno parigino, protrattosi dal dicembre del 1763 al maggio del 1765, il B. lavorò in collaborazione con lo Choiseul alla redazione di un Mémoire pour l'Espagne, che fu poi inviato dal ministro francese al Grimaldi, ministro spagnolo degli affari esteri, come piattaforma per l'applicazione degli accordi di collaborazione economica concordati a margine del terzo patto di famiglia. Al suo ritorno in Spagna, poi, il B. prese immediatamente contatto con i ministri Grimaldi e Squillace continuando i negoziati che si rivelarono subito abbastanza complessi: conclusa la guerra dei sette anni sembrava: infatti aprirsi un lungo periodo di pace, sicché pesava nelle contrattazioni l'intenzione reciproca di non compromettere con una troppo sbrigativa conclusione i futuri vantaggi che ciascuna delle parti avrebbe potuto trarre dall'accordo; così si moltiplicavano, sia da parte dello Squillace e del Grimaldi, sia da parte del B., le richieste, le precisazioni, i rinvii.
Il diplomatico marchigiano teneva assiduamente al corrente dei negoziati, del tutto sfuggiti dalle mani del d'Ossun, il governo di Parigi, con le sue solite relazioni conservate manoscritte in quella Biblioteca nazionale. I titoli delle più notevoli tra, esse sono: Etat général de ce que les nations fournissent à l'Espagne et de ce qu'elles en retirent;Etablissement des chambres de commerce en Espagneconnues sotas le nom de consulatsObjets à avoir presents.
Sin dalla fine del 1765 però il ritmo delle trattative cambia completamente ed il B. può cominciare a vantare un primo importante successo del suo lavoro: il 16 ottobre di quell'anno infatti Carlo III emise una "ordinanza" di grande importanza, abbassando le tariffe dell'esportazione dai porti spagnoli per le merci dirette nelle colonie d'America. Il B., in un suo Exanion du nouveau réglement sur le commerce libre des iles espagnoles riteneva infatti che tale misura avrebbe fortemente colpito il commercio inglese di contrabbando nell'America spagnola: essa dimostrava inoltre che il governo spagnolo si andava ormai decisamente avvicinando alle richieste francesi. È però a partire dall'anno successivo che le trattative tra il B. e il ministero, di Carlo III si avviano decisamente verso la conclusione: la difficile situazione spagnola in America, determinata dall'insorgere continuo di conflitti con gli Inglesi, induce il governo di Madrid ad affrettare i tempi di un. accordo generale con la Francia, per un'aueanza che permetta di resistere validamente agli Inglesi nelle colonie. Tale atteggiamento ha naturalmente la sua immediata ripercussione anche nei negoziati ai quali partecipa il B., che culminano nella stipulazione delle convenzioni del 2 genn. 1768 e del 13 marzo 1769, realizzate sulla base di un Plan de la convention concertée entre les cours de France et d'Espagne pour l'intelligence de l'article 24 du Pacte de famille et autres points relatifs à la navigation des deux pays, redatto dal B. in seguito ai colloqui con lo Squillace ed il Grimaldi ed inviato allo Choiseul il 27 nov. 1766. I vantaggi acquisiti dalla Francia in queste convenzioni furono in realtà abbastanza modesti: il B. ottenne che fossero eliminate per le-navi francesi le lungaggini della cosiddetta "visita de fondeo", cioè dell'ispezione doganale alle navi che scaricavano merci nei porti spagnoli; che fossero definite le attribuzioni delle rappresentanze consolari; che fosse concessa ai Francesi la libertà di pesca nelle coste della penisola spagnola ed infine che fossero garantiti, alla Francia i medesimi privilegi economici che il trattato di Utrecht aveva attribuito all'Inghilterra. Ma la modestia dei risultati era largamente compensata dalle ampie prospettive che gli accordi aprivano alla penetrazione francese in America. Le aspirazioni dello Choiseul e del B. a questo proposito trapelano chiaramente da una serie di scritti dell'agente generale: Mémoires sur les contestations de la France et de l'Espagne à Saint-DomingueMémoire concernant les limites des possessions françaises à Saint-DomingueMémoire sur les AntillesMémoire sur la Luisiane et sur Cayenne. In essi si delinea chiaramente il progetto francese di fondare sul controllo della Martinica, di San Domingo e della Guaiana una vasta influenza francese nell'America Centrale e Meridionale e, attraverso l'acquisto di uno scalo o di un'intera isola nelle Filippine, di avviare un'intensa attività commerciale tra la Cina e le Indie occidentali; su queste bagi, secondo il B. I e su quelle di un intenso rapporto politico e commerciale con le colonie spagnole, si sarebbe potuto contrastare con successo l'espansione inglese dall'America Settentrionale al Golfo del Messico ed al Brasile ed avv. lare la costituzione di un grande impero coloniale, francese che avrebbe avuto la sua, definitiva sanzione in una guerra coloniale decisiva con l'Inghilterra. Tali prospettive eraito del tutto condivise dallo Choiseul, il quale anche riteneva che il laypro diplomatico del B. a Madrid avesse contribuito notevolmente a definirle e a renderle più concrete.
In realtà, durante l'ultimo quinquennio del governo dello Choiseul il B. divenne il più attivo e vicino collaboratore del ministro francese. Anche i suoi incontri con lui divennero più frequenti, giacché si recò due volte a Parigi per discutere gli sviluppi delle trattative. Ma egli non limitò la sua collaborazione soltanto agli aspetti commerciali della politica francese: numerosi suoi scritti e note attestano infatti che egli partecipò attivamente alla elaborazione dei criteri della riforma marittima progettata dallo Choiseul. Nel 1768, poi, il B. giunse anche a proporre allo Choiseul, in certe sueRéflexions sur une guerre particulière entre la France et la Grande-Bretagne, un completo piano di guerra contro l'Inghilterra.
Lo scritto è articolato in un gruppo di studi separati nei quali il B. studia il piano di una serie di campagne in cui deve svilupparsi una guerra decisiva contro l'Inghilterra: le operazioni vanno condotte, egli sostiene, in modo da colpire l'avversarío sia nel suo territorio metropolitano, con uno sbarco in forze in Inghilterra, sia sul mare, con uno sforzo diretto ad annullare la prevalenza della sua flotta, sia nelle colonie (il B. propone una spedizione nella Giamaica), sia infine nel suo sistema di alleanze, portando la guerra sul territorio portoghese ed in Brasile. Lo Choiseul adottò poi alcune proposte del B., ma nella sostanza rifiutò. il piano che gli parve, come scriveva allo stesso B. da Fontainebleau il 12 nov. 1768, eccessivamente ambizioso e largamente peccante di inesperienza. In ogni modo il progetto dimostra che la collaborazione del B. con lo Choiseul riguardava ormai l'intero arco della politica estera francese.
Il prestigio acquistato in questo periodo dall'abate di Sinigaglia corrisponde perfettamente alla crescente importanza delle sue funzioni. Alla corte spagnola egli è il vero rappresentante del vicino paese, l'interlocutore abituale dei ministri spagnoli, da Squillace a Grimaldi, a Múzquiz. Anche, le sue fortune finanziarie dovettero giovarsi parecchio della sua influenza politica: in questo periodo risulta infatti associato al de La Borde, banchiere della corte. Ma la sua fortuna, come del resto quella dei grandi progetti che egli veniva esponendo nelle sue relazioni e memorie, era del tutto connessa all'appoggio che poteva dargli lo Choiseul. Così, quando nel 1770 il duca fu esonerato dalla direzione del governo francese, anche il B. venne progressivamente perdendo la sua influenza. Il marchese d'Ossun per conto suo fu pronto a sfruttare l'occasione favorevole per., sbarazzarsi di un così invadente collaboratore: lo denunciò alla corte spagnola come un intrigante, a quella francese come un fedele agente del ministro caduto in disgrazia e ne ottenne infine l'esonero. Invano il B. cercò di usare in propria difesa le potenti relazioni che era venuto stabilendo in dodici anni di intensa attività: era troppo legato allo Choiseul perché le sue resistenze potessero avere successo. Dovette così abbandonare la Spagna e recarsi in Francia, dove, nel 1772, raggiunse lo Choiseul nell'esilio che questi si era scelto a Chanteloup. Qui il B. rimase, fedele compagno di disgrazia, con il suo vecchio protettore finché questi morì. Ottenne allora dal governo di poter esercitare a Sinigaglia le modeste funzioni di console francese e fece ritorno nella città natale.
Morì a Sinigaglia nel 1803.
Bibl.: P. Muret, Les papiers de l'abbé B. et les relations commerc. de la France et de l'Espagne au milieu du XVIIIe siècle, inRevue d'hist. moderne et contemp., IV(1903), pp. 657-672; V.Rodriguez Casado, La politica y los Politicos en el reinado de Carlos III, Madrid 1962, pp. 97, 102-104.

BALBI, Adriano

. - Nacque il 25 apr. 1782 a Venezia, da antica famiglia patrizia. Dopo essere stato ufficiale subalterno nell'esercito francese, nel 1807, abbandonata la carriera militare, andò ad insegnare matematica e francese nel collegio camaldolese di S. Michele a Murano. Qui, incoraggiato dall'abate del monastero, il futuro Gregorio XVI, e dal rettore del collegio, il futuro cardinale P. M. Zurla, si avviò allo studio della geografia e della statistica, pubblicando l'anno dopo la sua prima opera (Prospetto politico dello stato attuale del globo, Venezia 1808). Nel 1811 divenne professore di fisica nel liceo di Fermo, ma nel 1815, per ragioni politiche, tornò a Venezia. Dopo aver trascorso in Portogallo il biennio 1819-20, nel 1821, già sposato a una francese, si stabilì a Parigi, rimanendovi sino al 1835, quando si trasferì a Vienna in qualità di consigliere e statistico presso la suprema Conferenza di stato. Nel 1840, abbandonata Vienna, andò a Milano, vi rimase sino a tutto il 1846 e tornò poi a Venezia. Fu socio effettivo pensionario dell'Istituto lombardo di scienze e lettere, socio effettivo dell'Accademia delle scienze di Vienna; ebbe onorificenze cavalleresche da quasi tutti gli stati europei. J. Dumont d'Urville, nel 1842, nella relazione del suo ultimo viaggio al polo australe, dette il nome di B. all'estrema punta dell'isola di Bougainville, nell'arcipelago delle Salomone.
Il B. morì a Venezia il 13 marzo 1848.
Durante la sua permanenza in Portogallo, grazie anche alle sue relazioni d'amicizia coi capi del governo provvisorio del 1819, poté visitare buona parte del paese ed ebbe accesso agli archivi dello stato, venendo a conoscenza d'importanti documenti, che lo misero in grado di pubblicare a Parigi nel 1821 due importanti opere (Essai statistique sur le royaume de Portugal et d'Algarve, 2 voll.; Varietés politico-statistiques sur la Monarchie Portugaise), risultate assai superiori a tutte le altre del tempo nella descrizione delle reali condizioni antiche e recenti del Portogallo.
Nel 1826 usciva sempre a Parigi il suo Atlas ethnographique du globe, nel quale, con la collaborazione di molti filologi, vengono classate 860 lingue e circa cínquemila dialetti; la favorevole accoglienza ottenuta da questo atlante è testimoniata dalle numerose traduzioni. Due anni dopo pubblicava la Balance politique du globe (Paris 1828): N. Tommaseo la giudicava "lavoro importantissimo e agli uomini di stato, e agli amministratori, e a' viaggiatori, e alla studiosa gioventù" (Antologia, XXXII [1828], parte c, p. 31) e in particolare ammirava il tentativo di determinazione della popolazione del Brasile, "un vero modello di critica geografica e statistica, e di logica arguta insieme e diligente" (p. 34). La stima di popolazione fu un problema che attrasse molto l'attenzione del B., specialmente per le grandi discordanze notate tra i geografi dell'ultimo secolo, onde nell'Essai sur la population des deux mondes (Paris 1830) il B. tentò la valutazione della popolazione totale del mondo (740 milioni, secondo lui) e dette sagge norme sulla condotta della ricerca e sulle cautele necessarie nelle valutazioni dei numeri.
L'opera fondamentale del B., che gli procurò una larga rinomanza europea, fu l'Abregé de géographie (Paris 1833), un grosso volume nel quale era riassunta la scienza geografica dei suoi tempi e raccolto il meglio degli studi geografici compiuti nella sua vita.
Adottato come libro di testo nelle università francesi, l'Abregé ebbe traduzioni in italiano, spagnolo, portoghese, grec0, inglese, tedesco, con un favore che perdurò nel tempo, tanto che nel 1895 ne era pubblicata la ottava edizione tedesca. Sebbene si tratti di un'opera di divulgazione intelligente, soprattutto d'uso scolastico, l'Abregé ebbe fortuna anche presso gli specialisti, come A. von Humboldt, che apprezzavano l'informazione esatta e la cura critica della documentazione. L'opera è divisa in due parti, la generale e la descrittiva. Nella prima sono esposte le nozioni generali di astronomia, di matematica, di fisica, di geologia, di storia naturale, di antropologia, di statistica, di economia politica, necessarie, secondo il B., alla geografia. Nella geografia descrittiva particolare, l'elemento fisico si riduce a pochi cenni mentre vi sovrabbonda la descrizione politica. Il B. giudica inutili o incerte le classificazioni in uso tra i geografi del tempo nel campo della geografia umana, di cui le principali erano: secondo le razze, secondo lo stato sociale (selvaggi, barbari, inciviliti), secondo la nutrizione (antropofagi, frugivori, carnivori, ecc.), secondo la posizione topografica (montanari, abitanti della pianura), secondo il modo di vita (nomadi, pescatori, cacciatori, ecc.). Egli sostituisce questa classificazione dell'umanità con un'altra scandita in quattro gruppi principali: secondo la divisione politica, secondo il grado d'incivilimento, secondo le lingue parlate, secondo la professione religiosa. In complesso l'impostazione generale dell'opera è alquanto arretrata rispetto agli studi del tempo, appesantita da cospicui dati statistici non sempre connessi con gli argomenti trattati.
Il B. rivolse particolare attenzione alla statistica, che suscitava ai suoi tempi scarso interesse, non soltanto riportando tavole statistiche nei suoi trattati di geografia, ma anche con numerosi scritti specificamente destinati alla statistica, dai quali largamente attinsero, come notizie e come metodo, gli autori posteriori: il saggio statistico sul Portogallo e sulla Persia, la statistica dei delitti e dell'istruzione in Francia, la statistica delle biblioteche di Vienna e degli archivi di Venezia, le tavole statistiche della Russia, della Francia, dell'Olanda. Numerose e varie notizie statistiche sull'Italia, sparse nei suoi scritti, furono raccolte e ordinate dal figlio Eugenio in Miscellanea italiana. Ragionamenti di geografia e statistica patria di A. B. (Milano 1845).
Opere. Il B. redasse una quarantina di volumi e tavole, di cui dette l'elenco cronologico il figlio Eugenio nella Miscellanea italiana..., pp. 378-80; le numerose memorie sparse nei periodici del tempo furono raccolte sempre dal figlio in Scritti geografici statistici e vari..., s. 1, Torino 1841-42 (5 voll.); s. 2, Scritti minori di A. B., Milano 1845 (2 voll.): la seconda serie comprende quasi esclusivamente scritti statistici. Tra le sue opere: Essai historique et statistique sur le Royaume de Perse, Paris 1827; Statistique comparée des crimes et de l'instruction en France, Paris 1829; The World compared with the British Empire, Paris 1830; Compendio di geografia, secondo un nuovo disegno... Prima versione italiana dell'Abregé, approvata dall'autore, con giunte, Torino 1834 (2 voll.); Essai statistique des bibliothèques de Vienne, Vienne 1835.
Bibl.: J. G. H., L'Empire Russe... par A. B., in Antologia, XXXV (1829), p.te b, pp. 76-92; E. Balbi, Gea, ossia la Terra descritta secondo le norme di A. B. e le ultime e migliori notizie, I-IV, Trieste 1854-1859, passim; Id., A. B., ricordi biografici del figlio e discepolo suo, prof. E. B., in Bollett. d. Soc. geografica ital., s. 2, VI(1881), pp. 528-32; G. Jaja, A. B.,Roma 1903; C. Wurzbach, Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich, I, p. 130; J. C. Poggendorff, Biographisch literarisches Handwörterbuch für Mathematik..., I, col. 92; Enciclopedia Ital., V, p. 904.

CALEPPI, Lorenzo

. - Nato a Cervia il 29 apr. 1741 dal conte Nicola e da Luciana Salducci (Arch. Segr. Vat., Proc.Dat.171, f. 385: atto di battesimo), dopo aver compiuto gli studi medi presso il Collegio dei nobili di Ravenna diretto dai gesuiti, si laureò in utroque iure presso il Collegio dei giureconsulti di Cesena il 3 genn. 1767 (ibid.ff.378-381: certificato di laurea). Nel biennio 1766-1767 fu vicario e commissario generale per la provincia ferrarese dell'arcivescovo di Ravenna, card. Niccolò Oddi. Morto questo (25 maggio 1767), si trasferì a Roma, ove il Garampi lo introdusse nella Curia romana, ordinandolo egli stesso sacerdote l'11 maggio 1772 (ibid.f. 384: attestato dell'ordinazione). Quindi il C. seguì in qualità di uditore il Garampi, nominato nunzio dapprima a Varsavia (1772-1775), poi presso la corte asburgica a Vienna (1776-1785). Alla morte dell'imperatrice Maria Teresa (1780), ne recitò l'orazione funebre. Nel 1782, ritornato temporaneamente il Garampi a Roma, per accompagnarvi Pio VI reduce dalla nota visita a Giuseppe II, il C. restò a Vienna quale incaricato d'affari. Nel 1785 venne designato ablegato apostolico, per la presentazione della berretta cardinalizia al Garampi.
Terminata la nunziatura del Garampi, anche il C. tornò a Roma. Pio VI gli conferì il priorato della chiesa collegiata di S. Maria in Via Lata e cominciò a valersi di lui negli affari politico-diplomatici della S. Sede. Nel giugno del 1786 lo inviò a Napoli per intavolare le trattative con il governo napoletano in merito ad un eventuale concordato.
Partito da Roma, quasi in segreto, con l'istruzione di agire con i mezzi più facili e più conducenti all'intento di un equo e decente accomodamento fra la corte e la S. Sede (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, Napoli, 306, f. 253)il C. giunse a Napoli il 1º luglio 1786. Si rese presto conto che dietro l'atteggiamento apparentemente conciliativo del marchese Caracciolo si nascondeva la ferma volontà di non cedere alle richieste romane. Tentò allora di appoggiarsi sul generale Acton, confidando anche nella protezione della regina, ma si trattò di una speranza di breve durata. Già alla fine del febbraio successivo (ibid.310, ff. 94-99) faceva con sobria chiarezza il punto della situazione: "… qui non si pensa ormai più che a rompere la negoziazione o a cercar di conchiudere con troppi sagrificii per parte nostra". Eppure le trattative si protrassero ancora a lungo, con proposte e controproposte. I problemi più dibattuti riguardavano la nomina dei vescovi, i rapporti degli Ordini religiosi residenti nel Regno con i loro generali a Roma, la giurisdizione del nunzio, la concessione dei benefici ecclesiastici. Le due parti si irrigidirono sempre di più su posizioni opposte, rifiutando entrambe di cedere alle richieste dell'altra.
Nel giugno del 1787 il C. suggerì a Roma che Pio VI venisse nel Regno personalmente per raggiungere l'accordo o per bollare pubblicamente il comportamento della corte (cfr. "Qualche idea sulla possibilità di una gita di N.S. in Napoli",ibid.310, ff. 260-261); ma invece del papa vi si recò il segretario di Stato, cardinale Boncompagni Ludovisi (ottobre-novembre 1787). Anche le sue trattative restarono, però, infruttuose e l'impossibilità di raggiungere un accordo divenne ormai palese. Infatti, partito il cardinale, le relazioni tra il C. e il Caracciolo e l'Acton giunsero alla rottura e il C. lasciò definitivamente il Regno per Roma, ove giunse il 18 genn. 1788.
Durante le trattative il C. si rivelò soprattutto un intransigente difensore dei diritti della S. Sede, agendo con la massima coerenza, ma con scarsa abilità diplomatica. La responsabilità del fallimento delle negoziazioni non può essere, comunque, addossatagli, poiché la rottura derivò dalla diversità di prospettive secondo cui la S. Sede e il Regno di Napoli interpretavano i propri diritti e i reciproci rapporti.
Nel 1792 inizia una nuova fase nell'attività del C., che gli procurò particolari meriti e l'appellativo di "protecteur et père de tous les prêtres français" (Arch. Segr. Vat., Emigr.rivoluz. franc.5, f. 208), rifugiati nello Stato pontificio. Nell'ottobre 1792 Pio VI aprì, infatti, le porte al clero "refrattario" esiliato dalla Francia, provvedendo alle sue necessità economiche. Dell'organizzazione di questa complessa opera di soccorso si occupò, sotto la dipendenza della segreteria di Stato, per circa quattro anni appunto il C., che sin dal dicembre 1791 aveva cercato di aiutare gli ecclesiastici francesi emigrati, sistemandoli nelle case religiose.
Nel 1795 egli fu nominato anche segretario della "Congregazione deputata da N.S. per gli affari ecclesiastici di Polonia" (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato,Polonia, 344, Add. 5), incaricata di affrontare i problemi di quella Chiesa dopo la terza spartizione dei territori polacchi tra Russia, Prussia e Austria.
Nell'agosto del 1796 il C. fu nominato plenipotenziario pontificio, per condurre le trattative di pace tra la Francia e la S. Sede, che si dovevano svolgere a Firenze con i commissari dell'armata francese d'Italia, Garrau e Saliceti, grazie alla mediazione del ministro spagnolo a Roma, J. N. de Azara.
Giunto a Firenze il 6 settembre, il C. confidava di conseguire, nelle negoziazioni previste, delle condizioni che non fossero incompatibili cm le Istruzioni ricevute dal papa (cfr. Filippone, pp. 656-658): in particolare gli si ordinava di non accettare le richieste francesi - già presentate nei mesi precedenti a Parigi - di una totale sconfessione di tutti gli scritti e gli atti della S. Sede nei riguardi della Rivoluzione, e di contrapporre - se fosse stato necessario ed opportuno - una formula escogitata da mons. Di Pietro, con cui il pontefice "per prevenire qualunque abuso, che si potesse fare dei Brevi, Rescritti suddetti ecc. espressamente dichiara, non aver mai inteso prender parte nelle Civili Ordinazioni dei Governi, e che neppure la prenderà in avvenire…" (ibid., p. 663). Ma nell'incontro con i commissari francesi, il 9 sett., il C. fu invitato a firmare, nello spazio tassativo di sei giorni, un testo immodificabile che - tra le altre pesanti condizioni - riproponeva il temuto articolo che menomava il prestigio del pontefice anche come capo della Chiesa (era il famoso art. 4, in cui il papa, riconoscendo che "des ennemis communs ont abusé de sa confiance et surpris sa religion, pour expédier, publier et répandre, en son nom, différents actes dont le principe et l'effet sont également contraires à ses véritables intentions et aux droits respectifs des nations", avrebbe dovuto revocarli ed annullarli tutti: ibid., p. 706).
II C., che non aveva facoltà di accettare una simile proposta ("giacché non può darsi Plenipotenza in materia di Religione", l'avvertivano le Istruzioni), ritornò a Roma per sottoporla ad una congregazione cardinalizia. Questa, radunatasi il 13 settembre, decise a grande maggioranza di respingere lo schema di trattato che il Direttorio voleva imporre; e il C. ritornò a Firenze latore di un energico e sdegnoso messaggio di rifiuto, da lui stesso redatto (era stato scartato, infatti, il testo più moderato proposto dal Consalvi).
Rientrato definitivamente a Roma il 13 ottobre, il C. fu accolto trionfalmente dalla popolazione che, nell'eccitato clima antirivoluzionario, lo considerò, per il suo intransigente atteggiamento, l'artefice della resistenza ai tentativi firancesi di distruggere la religione e di limitare la sovranità dello Stato pontificio. Ma già pochi giorni dopo il Bonaparte fece sapere, tramite il card. Mattei, di voler riprendete le trattative con la S. Sede. Quest'ultima però temporeggiò nella speranza di potersi assicurare un valido aiuto austriaco per fronteggiare un'eventuale aggressione francese. Tardando l'accordo con gli Austriaci (si trattava dell'infruttuosa legazione a Vienna di mons. Giuseppe Albani) e realizzandosi invece l'invasione dello Stato pontificio da parte francese e la caduta di Ancona, Pio VI si convinse della necessità di riprendere le trattative. Si valse ancora una volta dell'opera del C., che venne inviato al seguito del card. Mattei a Tolentino, per trattare con Bonaparte e Cacault. Le negoziazioni - di cui il C. ci lasciò un resoconto prezioso - furono rapide e dopo appena tre giorni terminarono con un trattato (il testo fu preparato in comune tra il C. e il Cacault) che assicurava ai Francesi il possesso delle tre Legazioni, fissava altre pesanti forme di risarcimento a carico dello Stato pontificio, ma non toccava la politica religiosa del Papato.
Dopoché il trattato fu ratificato da Pio VI il 22 febbr. 1797, il C. restò a Roma e nel maggio successivo venne annoverato tra i chierici di Camera.
Durante l'occupazione di Roma, il C. si rifugiò nel Regno di Napoli (in Sicilia, durante il periodo della Repubblica partenopea), donde partì nel giugno del 1799 alla volta di Venezia. Era presente nella città durante il conclave, cui però non partecipò in nessuna funzione. Il neoeletto Pio VII, poco dopo esser tornato in Roma, lo designò - con l'incarico di svolgere trattative la difesa degli interessi dello Stato pontificio - suo inviato straordinario presso i generali Berthier e Murat. Il C. lasciò Roma il 6 febbr. 1801; si fermò prima a Foligno e nel marzo giunse a Firenze. Qui trattò prima con il governo provvisorio toscano, poi fu accreditato presso il re di Etruria, Lodovico I di Borbone. La sua missione terminò con l'arrivo a Firenze del nuovo nunzio, E. De Gregorio, il 20 ott. 1801.
Nel frattempo, e precisamente il 23 febbr. 1801, il C. era stato nominato arcivescovo di Nisibi, in partibus infidelium.Poté ottenere la consacrazione, però, solo dopo il suo ritorno da Firenze, il 15 nov. 1801. Il 19 dello stesso mese diventò assistente al soglio pontificio e il 23 dicembre successivo nunzio in Portogallo.
Egli giunse a Lisbona il 22 maggio 1802, con Vincenzo Macchi, uditore, e il fedele Camillo Luigi de' Rossi, che ne scriverà poi la biografia.
I principali problemi che il C. dovette affrontare nel Portogallo riguardarono la difficile situazione politica generale e l'emanazione dell'Alvará, la legge del 4 sett. 1804, "la più ingiuriosa all'autorità pontificia" (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato,Portogallo, 138, relazione del 9 ott. 1804), che subordinava al permesso dell'autorità civile - una giunta - i contatti tra i Portoghesi (sia ecclesiastici sia laici) e la Curia romana. Il C. si trovò poi nella necessità di giustificare davanti al mondo gli atteggiamenti di Pio VII verso Napoleone, senza compromettere nello stesso tempo la nunzia in un paese che, negli anni precedenti all'invasione francese, aveva cercato con ogni mezzo di conservare la neutralità. In proposito è interessante notare che il C. già nel 1803 previde l'eventualità di doversi trasferire nell'America latina, il che poi avverrà effettivamente nell'anno 1808.
Quando, infatti, in seguito all'invasione del Portogallo e al decreto di Napoleone con cui si dichiarò decaduta dal trono portoghese la casa di Braganza (II nov. 1807), la famiglia reale si trasferì in Brasile. la seguì anche il C. che giunse a Rio de Janeiro l'8 sett. 1808; primo nunzio che svolgesse la sua attività nell'America latina, mantenendo tuttavia il titolo di nunzio del Portogallo. In ogni caso la sua presenza a Rio gli permise di occuparsi anche dei problemi della Chiesa locale, soprattutto dei rapporti tra l'episcopato e il clero regolare. Egli partecipò attivamente anche agli affari politici della corte: gli fu richiesto tra l'altro di trattare con gli Inglesi il problema dell'apertura dei porti del Brasile alle navi britanniche.
Pio VII, per la sua lunga attività prestata al servizio della S. Sede, lo creò cardinale l'8 marzo 1816, ma prima che il C. potesse tornare a Roma, la morte lo colse a Rio de Janeiro il 10 genn. 1817.
Fonti e Bibl.: Arch.Segr. Vaticano, Carte Caleppi;Ibid., Epoca Napoleonica, Italia XI;C.L.de' Rossi, Memorie intorno alla vita del card. L. C. e ad alcuni avvenimenti che lo riguardano, Roma 1843; V. de Richemont, La première rencontre du pape et de la Republique française. Bonaparte et C. à Tolentino, Paris 1897; L. Rinieri, Della rovina di una monarchia. Relazioni storiche tra Pio VI e la corte di Napoli negli anni 1776-1799 secondo documenti inediti dell'Archivio Vaticano, Torino 1901, ad Indicem;J. Du Teil, Rome, Naples et le Directoire. Armistices et traités 1796-1797, Paris 1902, pp. 223-549: passim;Roma Lusitana, Manoscritto inedito dell'abate Francesco Cancellieri, a cura del marchese De Faria, Milano 1926 (Portogallo e Italia, vol. V), pp. 278-282; P. Savio, Clero francese ospite ne conventi de' cappuccini dello Stato pontificio,in L'Italia francescana, VIII(1933), pp. 77-99, 292-304, 370-387, 506-516, 596-622; H.Accioly, Os primeiros Núncios no Brasil, SãoPaulo 1949, pp. 19-126; L.Pásztor, Un capitolo della storia della diplomazia pontificia. La missione di Giuseppe Albani a Vienna prima del trattato di Tolentino, in Archivum historiae pontificiae, I(1963), pp. 295-383 passim;G.Filippone,Le relazioni tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria, Storia diplomatica del trattato di Tolentino, IIMilano 1967,ad Indicem.

domenica 3 luglio 2016

PELLEGRINI, Giovanni Antonio





 (Antonio, Gianantonio). – «Nacque in Venezia il dì 29 aprile, nel 1675, e battezzato fu nella parrocchia di S. Polo. Il padre suo era padovano, guantaio di professione» (Zanetti, 1771, p. 445); «figlio di Zan Antonio e di Lucietta», ebbe il 5 maggio il nome di Giovanni Antonio Francesco (Antonio Pellegrini, 1998, p. 65).
Avviato alla pittura da tale Genga di Padova, si rivolse presto al più noto Paolo Pagani (Moücke, 1762, p. 235), quest’ultimo iscritto alla fraglia di Venezia il 5 giugno 1690 (Favaro, 1975, p. 215).
Angela Carriera, moglie di Giovanni Antonio e sorella minore della più nota Rosalba, informava Pierre-Jean Mariette che, insieme con Pagani, il marito, «giovanotto, passò a Vienna, e fu dallo stesso suo maestro spedito nella Moravia ove, oltre a molte altre cose, da sé solo dipinse un’intera chiesa. Dopo sei anni che dimorò in Germania, con lo stesso suo maestro ritornò in Venezia, e conoscendo che necessario fosse miglior studio, fu condotto a Roma da un suo zio nell’anno 1700, ove vi stette due anni» (Abecedario, 1857-58, p. 93). Successivo alla morte del marito, il racconto della moglie Angela, «attendibile nelle sue linee principali», sarebbe però probabilmente «impreciso in alcune parti» (Craievich, 2003, p. 210).
Pellegrini dovette accompagnare Pagani – documentato nel marzo 1696 presso Castello Valsolda – nei viaggi in Europa centrale attestati tra il 1692 e il 1695 (ibid.), per poi rientrare in Veneto.
Al 1696 risalirebbero le decorazioni di Pellegrini per il palazzetto a Murano del patrizio veneziano Angelo Correr (Moücke, 1762, p. 236), mentre è datato 1697 il Battesimo di s. Agostino, nella chiesa veneziana delle Eremite, di recente restituitogli da Alberto Craievich (2003).
Dall’agosto 1701, dopo l’accennato periodo romano i cui tempi «devono restringersi (o anticiparsi)» (Pallucchini, 1995, p. 66), affittò a Venezia, dal patrizio Ludovico Widmann, una casa in calle del Fàun a Santa Maria Mater Domini (Antonio Pellegrini, 1998, p. 64).
Nelle coeve tre allegorie sacre della Scuola del Cristo, come pure nel ciclo decorativo allegorico profano per i soffitti di palazzo Albrizzi, cronologicamente vicino, «il risalto delle luci sulle forme, il gioco largo ed arcuato dei risalti plastici» (Pallucchini, 1995, p. 66) provano l’influenza degli esempi romani di Baciccia (Ivanoff, 1952, p. 165).
Nell’estate del 1702 dipinse a Padova, insieme con il quadraturista Ferdinando Fochi, il soffitto (L’Immacolata appare ai santi francescani), «nell’insieme un po’ gracile» (Antonio Pellegrini, 1998, p. 25), della Biblioteca antoniana, e, tra il 1703 e il 1704, su probabile raccomandazione familiare (ibid., p. 27), una pala (Vergine con il Bambino tra i quattro santi protettori di Padova e l’Arte della lana raffigurata in veste di supplicante), dispersa, per l’Università della lana (Steinweg, 1932, p. 360).
Iscritto alla fraglia dei pittori veneziani nel 1703 (Favaro, 1975, p. 155), sposò Angela Carriera all’inizio del 1704 (Sani, 1985, p. 74; Antonio Pellegrini, 1998, p. 225); testimone di nozze fu Anton Maria Zanetti di Girolamo (ibid., p. 67).
A questo periodo dovrebbe risalire la caricatura di Pellegrini (Venezia, Fondazione Giorgio Cini) disegnata da Zanetti, collezionista e dilettante d’arte in stretti contatti con la cerchia dell’amica Rosalba Carriera, autrice del doppio ritratto, disperso, dei novelli sposi (ibid., p. 65).
Il Castigo dei serpenti per la chiesa di S. Moisè, della primavera-estate del 1707 (Moretti, 1978), fu la pubblica «opera celebre» (Zanetti, 1733, p. 167) che probabilmente gli valse la stima di Charles Montagu, conte di Manchester, dal 30 giugno a Venezia (Knox, 1995, p. 48) e ripartito per l’Inghilterra il 12 ottobre 1708 (Disegni e dipinti, a cura di A. Bettagno, 1959, p. 15), di poco preceduto dal pittore (Sani, 1985, p. 122 n. 2).
In questa tela e nei precedenti affreschi a villa Alessandri di Mira e a villa Giovanelli di Noventa Padovana (Ton, 2010 e 2011) Pellegrini giunse a una personale «visione pittorica tutta in chiaro, tracciata da una pennellata rapidissima» (Pallucchini, 1995, p. 71).
A Londra, in collaborazione con Marco Ricci, anch’egli partito da Venezia e forse paesaggista nel Castigo (Martini, 1964), fu impegnato al Queen’s Theatre di Haymarket per dipingere le scenografie del Pirro e Demetrio di Alessandro Scarlatti, nel riallestimento del 2 aprile 1709: tre giorni dopo Pellegrini fu tra i concorrenti alla decorazione interna del duomo londinese di S. Paolo; l’11 febbraio 1710 gli fu chiesto un modello per la cupola (Londra, Victoria and Albert Museum), ma la scelta finale cadde su Sir James Thornill (Knox, 1995, pp. 50-52).
In ambito privato, spicca, tra i lavori inglesi, la commissione a Pellegrini – che nel 1711 era tra i direttori dell’Accademia di Sir Godfrey Kneller (ibid., p. 220) – dei nove dipinti di Narford Hall, nel Norfolk (sei grandi tele: Minerva e AracneIl ratto di EuropaAchille affidato a ChironeNesso e DeianiraGiove allattato dalla capra AmalteaNarciso; e tre sovrapporte di dimensioni più ridotte: La morte di LucreziaSusanna e i vecchioniAngelica e Medoro), da riconoscersi probabilmente in perdute decorazioni di Burlington House, eseguiti forse in collaborazione con Marco Ricci (ibid., pp. 52-63) e «caratterizzati da una grande libertà inventiva, sempre atteggiata con uno spirito da melodramma» (Pallucchini, 1995, p. 76).
Alcuni pagamenti certificano che l’artista fu attivo nel periodo tra il febbraio 1711 e il settembre 1712 a Castle Howard, nel North Yorkshire, per Charles Howard conte di Carlisle: secondo George Knox (1995, p. 63) l’ingaggio risalirebbe all’estate del 1709, di nuovo con Marco Ricci, lì ricordato dal 20 novembre di quell’anno. L’incendio del 9 novembre 1940 ha distrutto gran parte dei suoi lavori, ora documentati solo da fotografie d’epoca: è presumibile una collaborazione con Ricci nei fondali delle sei tele che ornavano l’High Saloon (Ratto di ElenaAchille tra le figlie di LicomedeAiace e Ulisse si disputano le armi di AchilleIl sacrificio di IfigeniaL’incendio di TroiaEnea e Anchise), mentre Pellegrini dovette dipingere da solo il soffitto di quell’ambiente (Giunone con Minerva e tre putti) e quelli della Garden Hall (Aurora) e della Little Gallery (Flora).
È andata bruciata anche la decorazione della cupola dello scalone, con la Caduta di Fetonte, mentre sono sopravvissuti i Quattro elementi sui pennacchi e la sottostante decorazione della grande aula, formata dai due gruppi laterali conApollo e le Muse Apollo e Mida e da altre raffigurazioni minori in monocromo. L’unica tela di Pellegrini rimasta a Castle Howard è il Ritratto delle sorelle Howard.
L’11 febbraio 1713 Angela informava da Kimbolton la sorella Rosalba che il marito stava per finire di decorare lo scalone (Trionfo di Cesare alle pareti della prima rampa, con nel soffitto il Trionfo di Guglielmo III d’Orange; la Virtù, l’Abbondanza, e la scena dei Musici nelle pareti della porzione superiore, con sopra Putti con la corona comitale) e la cappella (Trasfigurazione; i Quattro Evangelisti) della residenza di campagna di Charles Montagu (per il quale realizzò, sempre a Kimbolton Castle, il Ritratto dei figli del Conte di Manchester), e che da lì si sarebbero mossi per trasferirsi nei Paesi Bassi («e poi fagotto per Londra, ove là arrivata, non penserò che a far baulo per Olanda»; Sani, 1985, p. 228). Nell’estate 1713 i coniugi Pellegrini giunsero a Düsseldorf, con «il pensiero di andare in Francia» (ibid., p. 237) e «l’intenzione di rivedere la patria» (Abecedario, 1857-58, p. 94), ma, per interessamento di Giorgio Maria Rapparini, segretario del principe elettore, rimasero invece nel Palatinato (Antonio Pellegrini, 1998, p. 74). Come si apprende dalle lettere della moglie Angela, l’occasione era «l’urgente completamento della decorazione pittorica, già in buona parte realizzata da [Antonio] Bellucci, nella nuova residenza elettorale di Bensberg, […] dove era necessaria ‘una maniera sbrigativa e che tuttavia fosse di buon gusto’». La scelta ricadde su Pellegrini, del quale il principe palatino Giovanni Guglielmo II ammirava la «pittura anticonvenzionale e veloce», avendone prova nel S. Sebastiano (Würzburg, Staatsgalerie) ‘a lume artificiale’, dipinto nell’agosto del 1713 a Düsseldorf (ibid., p. 75).
Tra il settembre e l’ottobre 1713 decorò il soffitto dello scalone del castello tedesco, per poi passare, tra il dicembre dello stesso anno e il luglio dell’anno successivo, ai «quadri di paradiso», ovvero alle grandi scene parietali dedicate alla biografia del principe (Sani, 1985, p. 269).
Evocando i cicli dinastici rubensiani, Pellegrini a Bensberg celebrò personaggi ed eventi del suo tempo nella forma, congeniale alla sua sensibilità e all’esperienza teatrale, dello spettacolo: dal punto di vista stilistico, la pittura è estremamente leggera, quasi dissolta nei toni del pastello nei piani più distanti (Pallucchini, 1995, pp. 81, 83).
Documenta un momentaneo rientro a Venezia la procura di Giovanni Antonio al fratello Agostino del 4 febbraio 1715, davanti al notaio Carlo Gabrielli (Antonio Pellegrini, 1998, p. 225): a settembre i coniugi Pellegrini furono a Trento di nuovo sulla via per Düsseldorf (Sani, 1985, pp. 297 s.).
Nell’aprile 1716 il pittore ricevette la commissione della prima delle due pale, andate distrutte, per la chiesa di St. Clemens ad Hannover (Knox, 1995, pp. 129-132): dopo l’Ascensione del Cristo dipinse la S. Cecilia, il cui bozzetto (Stoccarda, Staatsgalerie), è «di qualità eccezionale per la sprezzatura della pennellata» (Pallucchini, 1995, p. 84).
Nel Palatinato Giovanni Antonio e la moglie Angela rimasero fino alla scomparsa del principe elettore, l’8 giugno 1716 (Abecedario, 1857-58, p. 94).
Dalla Germania Pellegrini passò ad Anversa: lo troviamo iscritto alla gilda dei pittori dal 18 settembre 1716 per un anno (Steinweg, 1932, p. 360); di questa sua permanenza rimangono le decorazioni per la Brouwershuis (la Fucina di VulcanoGiunone con Cerere, Plutone e Cerbero; Cupido e il fiume Scheldt; Knox, 1995, pp. 132-134) e il tondo da soffitto con laGiustizia fulmina i vizi per il palazzo cittadino (ibid., pp. 136 s.).
Nel novembre 1717 Angela tornò in Italia (Sani, 1985, p. 321 n. 1), lasciando il marito nei Paesi Bassi: il 13 maggio 1718 Pellegrini entrò nella gilda dei pittori a L’Aja, dove firmò e datò il 26 agosto la decorazione della sala maggiore della Mauritshuis (nel soffitto: AuroraApolloLa Notte; sulle pareti: i Quattro elementi in monocromo e due sovrapporte di soggetto allegorico; Knox, 1995, pp. 137-144).
Dai Paesi Bassi si spostò in Inghilterra, prima a Caversham Park, nell’attuale Berkshire, per dipingere una serie di dipinti mitologici commissionatigli da William Cadogan, primo conte di Cadogan, per la sua residenza di campagna (Sani, 1985, p. 357 n. 3), poi, di nuovo a Narford Hall per decorare lo scalone di Andrew Fountaine (Putto con corona regale;BritanniaPutto con corona d’alloro; Knox, 1995, p. 146).
Nel novembre del 1719 passò a Parigi, ospite del banchiere e mecenate Pierre Crozat, che lo presentò al reggente di Francia, il duca Filippo d’Orléans. Nella capitale francese incontrò anche il finanziere John Law (Sani, 1985, pp. 360 s.), dal quale ottenne a dicembre la commissione della decorazione del soffitto della sala del consiglio della Banque Royale, detta ‘del Mississippi’ (ibid., p. 362).
Prima di mettersi al lavoro, Pellegrini a fine gennaio 1720 tornò a Venezia, dove il 5 marzo presentò procure con la moglie, le cognate Rosalba e Giovanna Carriera, e la suocera Alba Foresti. Alla fine di quel mese a Lione, dove li aveva accompagnati pure Anton Maria Zanetti, l’8 aprile il gruppo ottenne il lasciapassare per Parigi (Antonio Pellegrino, 1998, p. 226).
A Parigi il pittore fu ospite di Law: dipinse la Felicità della Francia sul soffitto della vasta sala della banca in «ottanta mattine» (Zanetti, 1771, p. 446), utilizzando un modello (Venezia, collezione privata) che Rosalba Carriera segnala insitu il 10 giugno 1720 (Sani, 1985, p. 762). Il 31 dicembre di quello stesso anno Pellegrini fu accolto nell’Académie royale de peinture et sculpture di Parigi (Rosenberg, 2005, p. 122). La decorazione della Sala del Mississippi, distrutta già nel 1722 a causa del fallimento del sistema economico di Law, fu terminata entro il marzo del 1721, quando Pellegrini e le Carriera lasciarono Parigi (Steinweg, 1932, p. 360).
Di passaggio a Füssen, nella bassa Baviera, il pittore fu qui ingaggiato per eseguire le due pale per la chiesa di S. Mango, eseguite poco dopo e tuttora esistenti: la Madonna e santi e S. Ulrico che guarisce gli ammalati (Antonio Pellegrini, 1998, p. 170).
Nelle lettere della cognata Rosalba è ricordato a Venezia nel maggio 1721 e nel marzo 1722. Tra il dicembre 1721 e la primavera seguente dipinse le tele per due soffitti (oggi ad Asheville, Biltmore house e a Newport, the Marble house) di palazzo Pisani a Santo Stefano, residenza della famiglia patrizia con la quale stipulò un contratto d’affitto per una nuova abitazione (ibid., p. 82). Il 26 maggio 1722, all’epoca del Martirio di s. Andrea per la chiesa di S. Stae, il Collegio dei pittori veneziani biasimava la partenza dell’artista dalla città senza licenza (Moretti, 1973).
Da Parigi, infatti, Pellegrini inviò una delle sue vivaci lettere a Rosalba il 1° agosto 1722 (Sani, 1985, pp. 426 s.); il ritorno a Venezia, segnalato il 28 gennaio 1723 da Mariette (ibid., p. 438), fu anche questa volta breve: il 12 luglio 1724 il principe vescovo Johann Philipp Franz von Schönborn scrisse al fratello Friedrich Karl che il veneziano stava viaggiando da Würzburg a Praga (Steinweg, 1932, p. 360). Il 25 di quel mese il pittore fu pagato per conto del loro zio, Lothar Franz von Schönborn principe vescovo di Bamberga e arcivescovo di Magonza, per due dipinti (Pommersfelden, castello di Weißenstein) raffiguranti Ercole e i pomi delle Esperidi e Sofonisba riceve il veleno (Knox, 1995, p. 181).
Nel gennaio 1725 si trasferì alla corte di Augusto II. A Dresda Pellegrini decorò due padiglioni meridionali dello Zwinger, andati bruciati nel 1849: se dello Zoologischer Pavillon è descritto il soggetto (Festino degli dei), del soffitto e delle pareti della Deutscher Saal, raffiguranti rispettivamente i Quattro continenti e soggetti mitologici entro quadrature, si conservano sia il progetto grafico generale (Dresda, Institut für Denkmalpflege) sia il bozzetto pittorico per la sola volta (Cologna, Stadtbücherei, Sammlung Kasimir Hagen); esistono invece tuttora le due pale d’altare della Hofkirche (Trinità) a Dresda e della concattedrale di St. Petri (Consegna delle chiavi a Pietro) a Bautzen (Knox, 1995, pp. 181-185). Fu poi a Vienna dalla fine di settembre all’inizio di dicembre, interessato, nella testimonianza di Apostolo Zeno, a ottenere l’incarico della decorazione della cupola della chiesa delle Salesiane (Pallucchini, 1995, pp. 93 s.), che ottenne grazie all’amicizia di Daniele Antonio Bertoli, artista a servizio della corte imperiale, in compagnia del quale è registrato in alcuni documenti dell’ottobre 1725 (Kazlepka, 2013). La decorazione della chiesa viennese iniziò nell’estate di due anni dopo, inframmezzata dall’esecuzione di una pala d’altare (S. Giuseppe e s. Francesca di Paola adoranti la Trinità) per la chiesa veneziana di S. Vidal (Antonio Pellegrini, 1998, p. 206 n. 53): il 10 ottobre 1727 la citata cupola, con il Trionfo della Fede era terminata; nello stesso momento Pellegrini iniziò a lavorare ad altre due pale d’altare per la medesima chiesa di Vienna (Sani, 1985, p. 473), dove oggi si può vedere, nel primo altare a sinistra, la sola Consegna delle chiavi a Pietro.
Di nuovo a Vienna all’inizio del 1730, il 18 febbraio indirizzò una lettera a Rosalba per esortarla a raggiungerlo con la moglie, cosa che avvenne ad aprile (ibid., pp. 509 s., 516 s.): durante il soggiorno viennese Pellegrini dipinse la cupola (distrutta nel 1944) della Schwarzspanierkirche (la chiesa dei monaci benedettini votati al culto della Vergine Nera di Montserrat, e per questo denominati ‘spagnoli neri’), di cui sopravvive il bozzetto, conservato nella collezione Gatti-Casazza di Ferrara (Antonio Pellegrini, 1998, p. 206 cat. 55).
A Venezia il 23 novembre 1730 (Sani, 1985, pp. 530 s.), da dove dovette invece spedire la tela con Cristo che guarisce il paralitico per la Karlskirche (chiesa di S. Carlo Borromeo) a Vienna (Knox, 1995, pp. 200 s.), Pellegrini fu poi attivo a Padova nel 1731, con la perduta decorazione della cupola e della navata della chiesa di S. Tommaso, demolita a inizio Ottocento, e il mancato cantiere della «gran cupola» della basilica del Santo «a figure colorite a oglio con la maggiore sontuosità e pompa» (Antonio Pellegrini, 1998, p. 32).
Sul finire del 1733, inviò a Parigi il dipinto allegorico La Modestia presenta la Pittura all’Accademia per l’ammissione accademica (Rosenberg, 2005, p. 122), che fu ricevuto con favore (Sani, 1985, p. 586).
A Padova, nel dicembre del 1734, ottenne la commissione del Martirio di s. Caterina, pala per l’omonima cappella della basilica antoniana, dove «parvenze colorate [...] si aggregano in una struttura mossa, instabile, come componenti di un’onda crestata culminante nella figura eccentrica dell’angelo» (Antonio Pellegrini, 1998, p. 33).
Instancabile seppur acciaccato, Pellegrini il 23 ottobre 1736 scrisse a Rosalba da Mannheim (Sani, 1985, pp. 618 s.), nel cui castello dei principi elettori realizzò, in meno di un anno, quattro soffitti (Aurora e le OreQuattro continentiIl trionfo del PalatinatoLa battaglia per il Reno), andati distrutti nell’ultimo conflitto mondiale e documentati sia da vecchie riprese (Knox, 1995, pp. 205-213) sia da un modello presso l’Ashmolean Museum di Oxford (Antonio Pellegrini, 1998, p. 222 n. 65).
A Venezia nel gennaio 1739 (Sani, 1985, p. 647), Pellegrini fu coinvolto per l’esecuzione di una sovrapporta, richiesta per Torino da Giorgio Gaspare de Prenner in una lettera a Rosalba da Roma il 29 ottobre 1740 (ibid., p. 659): dallo stesso corrispondente si apprende di uno stato di salute non buono del pittore a gennaio 1741 (ibid., p. 663).
Chiuso il testamento ad aprile (Antonio Pellegrini, 1998, p. 227), Pellegrini morì a Venezia il 2 novembre 1741.
Fonti e Bibl.: A.M. Zanetti, Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia e isole circonvicine, Venezia 1733, pp. 165, 167 s., 171, 174, 188, 207, 394, 435, 439; F. Moücke, Museo fiorentino che contiene i ritratti de’ pittori..., Firenze 1762, X, pp. 234-237; A.M. Zanetti, Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de’ veneziani maestri, libri V, Venezia 1771, pp. 445-447, 597; Abecedario de P.J. Mariette et autres notes inédites de cet amateur sur les arts et les artistes, a cura di Ph. de Chennevières - A. de Montaiglon, IV, Paris 1857-58, pp. 91-98; K. Steinweg, P. G.A., inAllgemeines Lexikon der Bildenden Künstler, XXVI, Leipzig 1932, pp. 359-361; N. Ivanoff, Il ciclo pittorico della Scuola del Cristo presso la chiesa di San Marcuola a Venezia, in Arte veneta, VI (1952), pp. 162-165; Disegni e dipinti di G.A. P., 1675-1741 (catal.), a cura di A. Bettagno, Venezia 1959; E. Martini, La pittura veneziana del Settecento, Venezia 1964, pp. 30, 42; L. Moretti, La data degli apostoli della chiesa veneziana di San Stae, in Arte veneta, XXVII (1973), pp. 318-320; E. Favaro, L’arte dei pittori in Venezia e i suoi statuti, Firenze 1975, pp. 155, 215; L. Moretti, Documenti ed appunti su Sebastiano Ricci (con qualche cenno su altri pittori del Settecento), in Saggi e memorie di storia dell’arte, XI (1978), p. 105 n. 71; B. Sani, Rosalba Carriera. Lettere, diari, frammenti, Firenze 1985, passim; G. Knox, A. P. 1675-1741, Oxford 1995; R. Pallucchini, La pittura nel Veneto. Il Settecento, I, Milano 1995, pp. 66-100; A. P. Il maestro veneto del Rococò alle corti d’Europa (catal., Padova 1998-1999), a cura di A. Bettagno, testi di A. Mariuz, G. Knox e F. Zava Boccazzi, Venezia 1998, con bibl.; G. Pavanello, A. P. frescante in palazzo Pesaro a Santa Sofia, in Arte veneta, LVI (2000), pp. 89 s.; W. Holler, G.A. P.: eine Zeichnung für Dresdner Zwinger und ihr Kontext, in Jahrbuch der Staatlichen Kunstsammlungen Dresden, 29 (2001), pp. 49-59; X. Cervantes, “As Rome felt once, and Britain feels to-day”: échos romains et vénitiens dans le cycle pictural de Pellegrini au château de Kimbolton, in Analyses d’images. Patrimoines visuels dans le mond anglophone, a cura di R. Dickason, Rennes 2003, pp. 93-112; A. Craievich, A. P. nella chiesa veneziana delle Eremite, inArte veneta, LX (2003), pp. 206-211; M. Koller - C. Serentschy, Die Ölmalerei von G.A. P. in der Wiener Salesianerin-nenkuppel, in Barockberichte, 34-35 (2003), pp. 418-426; P. Rosenberg, Da Raffaello alla Rivoluzione. Le relazioni artistiche tra la Francia e l’Italia, Milano 2005, pp. 115-128; J. Schewski-Bock, Disegni di A. P. a Francoforte, in Arte veneta, LXIII (2006), pp. 242-249; D. Ton, Mira. Villa Alessandri, in Gli affreschi nelle ville venete. Il Settecento, I, a cura di G. Pavanello, Venezia 2010, pp. 373-382 cat. 100; Id., Noventa Padovana. Villa Giovanelli, in Gli affreschi nelle ville venete. Il Settecento, II, a cura di G. Pavanello, Venezia 2011, pp. 61-70, 73 cat. 126; E. Lucchese, Due dipinti di A. P. in Carinzia e una pala di Mattia Bortoloni in villa Valmarana ai Nani, in AFAT, XXXI (2012), pp. 95-106; Z. Kazlepka, Das ‘neue’ Palais Collalto und G.A. P. Addenda zur Baugeschichte des Palais Collalto und zu Pellegrinis Tätigkeit in Wien, inÖsterreische Zeitschrift für Kunst und Denkmalpflege, LXVII (2013), 1-2, pp. 166-173.

ALBERTI, Matteo




. - Architetto, nato a Venezia, da Francesco, intorno al 1660, morto a Düsseldorf nel 1716.
Di famiglia cittadinesca veneta, imparentata agli Alberti di Firenze, fu uno dei maggiori ingegneri idraulici del Magistrato alle acque di Venezia. La fonte principale per la conoscenza della sua personalità è costituita da un manoscritto di G. M. Raparini (Le portrait du vrai mérite dans la personne ser. de monseigneur l'électeur palatin,1709, riprodotto per estratto dal Dobisch), che è ora conservato nella Landesbibliothek di Düsseldorf. L'A. studiò a Parigi e subì in particolare l'influsso delle opere architettoniche di Levau e Hardouin-Mansart. Come ingegnere lagunare e lidense, si occupò d'otturazioni di canali e contrastò efficacemente, nel 1672, con altri periti, un progetto inteso ad eliminare presunti pericoli di scoli nell'estuario, con danno al retroterra mestrino. Nel 1687 concepì "una gran palificata" protettiva sopra la spiaggia di Malamocco, come pure un generale prolungamento e rafforzamento dei murazzi preesistenti a tutela del litorale. L'A. è autore di Giuochi festivi e militari espressi con le sue figure (Venezia 1686); ma va, soprattutto, ricordato per un 'importante Dimostrazione scenografica et ortografica de' ripari che si fanno sopra i liti del mare all'uso di Venetia e d'Olanda,riccamente illustrata e dedicata "a' savî ed esecutori all'acque" (11 dic. 1692). La Dimostratione fu lodata, tra gli altri, da V. Coronelli, che chiama l'A. "erudito nostro collega de' molti viaggi".
Membro eminente (dal 1715) della Accademia degli Argonauti del Coronelli, l'A. ne raccolse a stampa le pubbliche lezioni in un volume dedicato all' imperatore Leopoldo I (Epitome cosmografica, Colonia 1693). Il Gasperi attesta d'aver anche veduto a Bonn, nel 1752, nella residenza dell'elettore di Colonia, due "bellissimi globi" da lui costruiti.
Dal 1691 al 1716 circa, l'A. fu al servizio dell'elettore palatino Giovanni Guglielmo, come soprintendente alle fortezze e alle costruzioni civili nel ducato di Berg e nel Palatinato. Tale importante carica gli fu probabilmente procurata dal fratello Antonio, confessore della principessa Anna Maria Luisa de' Medici, elettrice palatina. Per l'elettore Giovanni Guglielmo l'A. lavorò a progetti ideali per una residenza, da costruirsi a Heidelberg o a Düsseldorf. Un disegno prospettico di questo piano grandioso si conserva, con altri disegni di fortezze fatti dall'A., nel museo storico di Düsseldorf. Per incarico dell'abate Stefani l'A. lavorò a un progetto (ora perduto) per la chiesa di S. Clemente in Hannover. L'A. non realizzò veramente se non il progetto per il castello di Bensberg (tra Colonia e Düsseldorf), ideato verso il 1700 e costruito tra il 1700 e il 1716. Questo grandioso edificio è, evidentemente, ispirato a Versailles, come rivela l'andamento rigorosamente simmetrico della pianta, mentre d'altra parte il trattamento degli spazi e i particolari vigorosamente barocchi richiamano le forme diffuse in Italia sin dal sec. XVI. Particolarmente felice è l'inserimento del complesso nel paesaggio. Un modello dell'edificio, eseguito da Aloysius Bartoly sotto la direzione dell'A., si trova ancora nel castello stesso. Altra opera dell'A. è la chiesa delle orsoline a Colonia (1709-12), con grandiosa facciata fiancheggiata da due torri, e notevole interno. Sembra inoltre che l'A. abbia preso parte alla ricostruzione del castello di Düsseldorf.
Fonti e Bibl.: G. P. Gasperi, Note ined. nel Cod. Cicogna 519 (= 3525) del Museo Correr di Venezia, p. 8; A. L. Romanò,Prospetto delle conseguenze derivate alle lagune veneziane dopo la diversione dei fiumi, I, Venezia 1815, pp. 332, 339, 356, passim; E. A. Cicogna, Delle Inscrizioni Veneziane..., III, Venezia 1830, pp. 164-165; P. Riccardi, Biblioteca matematica italiana, I, Modena 1870, col. 18; P. Clemen, Per Düsseldorfer Schlossplan des Grafen M. Albeeti, in Beiträge zur Geschichte des Niederrheins, V (1902), p. 66 ss.; H. Weidner, Die Schlossbauten des Kurfürsten Yohann Wilhelm von der Pfalz und der westdeutsche Schlossbau um 1700, Köln 1924; Id., Das Modell des Bensberger Schlosses, in Jahrb. des Kölnischen Geschichtsvereins (1927), p. 97; A. Nöldecke, Kunstdenkmäler der Provinz Hannover, Stadt Hannover, Hannover 1932, p. 181; W. Dobisch, Das neue Schloss zu Bensberg, in Rheinischer Verein für Denkmalspflege und Heimatschutz, XXXI (1938), pp. 15 ss.; L'opera del genio italiano all'estero, F. Hermanin, Gli artisti italiani in Germania, Roma 1934, I, pp. XIX, 100-102, 153; F. Marzolo-A. Ghetti, Fiumi, lagune e bonifiche veneziane: guida bibl., Padova 1949, p. 11; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lex. der bildenden Künstler, I, p. 212.

PASQUINI, Giovanni Claudio





. – Nacque a Siena nel 1695. Nella natia Siena il giovane Pasquini fu socio, come Disperato, dell’Accademia dei Rozzi (così lo designa un esemplare della Lite fra la suocera e la nuora, s.d., oggi alla Biblioteca del Conservatorio di Napoli); figura invece come Desertato nella raccolta manoscritta di suoi componimenti alla Biblioteca comunale degli Intronati di Siena (BCI H.XI.30). In seno a essa produsse componimenti celebrativi per occasioni solenni, comparsi subito a stampa: Il trionfo d’Apollo sopra il Pitone (1719), in onore di Violante Beatrice di Baviera, eseguita con musica di Franco Franchini durante una mascherata con un «carro con numero cinquanta musici»; la cantata a due voci Malta e Siena (1722), musica di Girolamo Chiti, in morte di Marc’Antonio Zondadari gran maestro dell’ordine di Malta. Per i Rozzi scrisse anche il primo lavoro drammatico comico: l’intermezzo in musica La lite fra la suocera e la nuora (1721), «farsetta a due voci servita di contrascene alla commedia del Bassa in fuga recitata dagli Accademici Rozzi», poi nella Biblioteca teatrale italiana (Lucca 1762).
Entro la primavera del 1722 (cfr. la lettera del 13 giugno 1722 a Domenico Valentini: Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI I.XI.44) si trasferì a Roma, dove fu segretario di Nicolò Coscia (cardinale dal 1725), stretto collaboratore del cardinale Orsini (papa Benedetto XIII nel 1724). Lì lo ritrasse il 26 gennaio 1725, qualificandolo come abate, Pier Leone Ghezzi (cfr. Rostirolla, 2001). Entrato in conflitto con il potentissimo prelato, e giudicando compromessa ogni prospettiva romana, grazie a conoscenze influenti ottenne un incarico alla corte di Vienna, alla cui volta partì il 16 giugno 1725 (così annota il Ghezzi in calce alla caricatura).
La nomina alla corte imperiale (con stipendio annuo di 800 fiorini), dove Pasquini fu incaricato dell’insegnamento della lingua italiana alle arciduchesse Maria Teresa e Maria Anna, rappresentò una svolta decisiva. Affiliato all’Arcadia come Trigenio Migontidio, a Vienna conobbe Apostolo Zeno, che ne patrocinò gli esordi, attribuendosi il merito d’aver iniziato alle scene un «giovane di talento» privo di «pratica alcuna del teatro» (Zeno, II, 1752, pp. 394 s., 416) e offrendosi come modello di scrittura drammatica.
Con il sostegno di Zeno (poi mancato: un’«ingratitudine che mise scandalo» a carico di Pasquini è denunciata da un parziale biografo zeniano: Epistolario scelto, 1829, p. XII) e l’apprezzamento del ‘direttore della musica’ conte Ferdinand von Lamberg, Pasquini sostituì nella produzione dei testi encomiastici Pietro Pariati, alla cui morte (1733) fu promosso a poeta di corte, con stipendio di 1000 fiorini; nel 1739 fu infine nominato, a 1550 fiorini, poeta cesareo, titolo attribuitogli dai registri contabili dall’inizio del 1740 al 31 marzo 1742.
Per la corte imperiale Pasquini lavorò per tre lustri a ritmi sostenutissimi, fornendo non meno di 67 testi di vario taglio tra il 1726 e il 1740. Se non mancano lavori impegnativi dall’articolazione in più atti, in gran parte si tratta di ‘feste’ o ‘servizi di camera’, componimenti intermedi tra la cantata da camera e l’opera, in un atto, da due a cinque voci, eventualmente con piccolo coro (cfr. Bennett, 2007, pp. 50 s.; Hansell ne conta complessivamente una trentina; 1992, p. 903), i cui soggetti pescano dalla storia antica o dal mito vicende esemplari delle virtù asburgiche (cfr. Fritz-Hilscher, 2013, pp. 13, 15). Numerose le pastorali (l’Ecloga pastorale risuonò per il genetliaco del «Principe Esterhasi», musica di Francesco Maggiore, a Eisenstadt nel 1755). Tra il 1731 e il 1737 Pasquini compose spesso non meno di sei lavori all’anno, a celebrare, generalmente nella Hofburg o nelle residenze suburbane della Nuova Favorita o di Laxenburg, accanto al carnevale e alla quaresima, le ricorrenze del calendario dinastico (compleanni e onomastici degli imperatori e delle arciduchesse).
Il debutto avvenne presumibilmente con la cantata Il giorno natalizio di Giove (musica di Giuseppe Porsile), eseguita il 15 febbraio 1726 nel genetliaco di Luigi XV nel palazzo dell’ambasciatore francese, duca di Richelieu. Nel 1727 Pasquini vi ritornò con la cantata Il sogno e il servizio da camera Clizia e Psiche, quest’ultimo con musica di Francesco Conti. Per l’ambasciatore spagnolo, Michel-Joseph duca di Bournonville, scrisse la festa Corona d’Imeneo (1728, musica di Caldara), in occasione delle doppie nozze tra Spagna e Portogallo (Bennett, 2007). Il 21 febbraio 1726 debuttò a teatro con il dramma per musica Spartaco (musica di Porsile, interpretato da Faustina Bordoni; Zeno vantava la paternità dell’«intero scenario», cfr. Zeno, II, 1752, p. 416). Al 6 febbraio 1727 risale il debutto in ambito comico, con l’«opera serioridicola per musica» Don Chisciotte in corte della duchessa, musica di Caldara.
A Vienna fu intensa la collaborazione con i compositori attivi alla corte imperiale: Porsile (un dramma e una festa: non si tiene qui conto dei componimenti da camera), Caldara (tre commedie, due atti d’un dramma coi suoi intermezzi, tre feste), Ignazio Maria Conti (debuttò con un testo di Pasquini, di cui intonò anche due feste e due oratorii), Georg Reutter jr (con Pasquini, suo principale collaboratore letterario, debuttò e scrisse sei feste teatrali, due oratori e un atto d’un dramma), Giuseppe Bonno (debutto, molti componimenti minori e un oratorio), Maximilian Joseph Hellmann (Pasquini è autore di tutte e cinque le sue composizioni vocali), Johann Joseph Fux (un solo, ma fortunato oratorio: La deposizione dalla croce di Gesù Cristo Salvator Nostro).
A Vienna strinse amicizia con il Metastasio: il nutrito scambio epistolare corre dal 1744 alla morte di Pasquini, che il poeta cesareo definì «uomo amabile per l’ottimo fondo del suo carattere, distinto per il suo talento», benché caratterizzato da «estri irregolari, che variavano bensì talvolta, ma non peggioravano il suo carattere» (Tutte le opere di Metastasio, IV, 1954, p. 331). Da Dresda nel 1748 Pasquini funse da intermediario con l’editore Walter per la progettata, ma mai realizzata, pubblicazione d’una nuova edizione ampliata, delle opere del poeta cesareo (ibid., III, 1951, pp. 334-353). Nel 1749 Pasquini si adoperò presso la corte sassone per assicurare al Metastasio il godimento della percettoria di Cosenza (ibid., pp. 381-389).
Alla morte di Carlo VI Pasquini passò, plausibilmente entro la fine del 1741, a Mannheim. Il 13 ottobre 1740 Carlo Filippo Teodoro elettore di Baviera gli aveva concesso il titolo di Cavaliere del Sacro Romano Impero (Diploma palatino, Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI C.X.23). Nel gennaio 1742 scrisse per l’evento dinastico cruciale delle doppie nozze tra il principe ereditario Carlo Teodoro e la cugina Elisabetta Augusta, e tra la sorella Maria Anna e il duca Clemente Francesco di Baviera, il dramma per musica Meride che inaugurò il nuovo teatro di Alessandro Galli Bibiena, musica di Carlo Pietragrua, che quello stesso venerdì santo intonò l’oratorio Il figliuol prodigo.
La scomparsa di Stefano Benedetto Pallavicino, il 16 aprile 1742, spianò la strada alla nomina a poeta della corte reale ed elettorale di Dresda, dove Pasquini riprese la produzione nei generi più vari già sperimentati a Vienna. Nominato consigliere di delegazione (Legationsrath), al maestro di cappella Johann Adolf Hasse offrì i testi di due oratorii (La deposizione dalla croce di Gesù Cristo Salvador Nostro, 1744; e La caduta di Gerico, 1745: andrà respinta la retrodatazione al 1743, quando fu eseguito un oratorio diverso, cfr. Kamieński, 1912, pp. 149 s.; Koch, 1989, I, p. 57; Poppe, 2000, p. 275) e tre drammi, tra cui i due titoli più fortunati della produzione teatrale pasquiniana. Innanzitutto l’Arminio, scritto dal 1744, rappresentato il 7 ottobre 1745 a Dresda, ripreso entro il 1761 a Wolfenbüttel, Vienna, Dresda e Varsavia, e portato nel 1747 a Berlino da Federico II di Prussia, sebbene proprio il re di Prussia fosse il bersaglio dell’allegoria politica sottesa all’opera. Il 14 giugno 1747 La spartana generosa ovvero Archidamia celebrò le doppie nozze del principe ereditario Federico Cristiano con la sorella dell’elettore di Baviera, Maria Antonia Walpurgis, e della sorella di Federico Cristiano, Maria Anna, con l’elettore di Baviera medesimo, Massimiliano III Giuseppe. Infine, il 7 ottobre 1747 andò in scena, nella palazzina di caccia di Hubertusburg, la «favola pastorale» Leucippo, fra «le ultime propaggini della favola pastorale» (Natali, 1973, p. 837) e forse il lavoro drammatico più fortunato di Pasquini, visto entro il 1765 a Venezia, Dresda, Vienna, Mannheim, Praga, Salisburgo, Bratislava, Londra, Berlino e Brunswick.
Pasquini collaborò anche con Giovanni Alberto Ristori per la serenata La liberalità di Numa Pompilio e la festa Diana vendicata (Varsavia, 1746), le feste di camera Trajano (Dresda, 1746), Amore insuperabile (Dresda, 1747: per le nozze del delfino di Francia con Maria Josepha di Sassonia nel palazzo del duca di Richelieu, vecchia conoscenza viennese di Pasquini) e I lamenti di Orfeo (Dresda, gennaio 1749, accolto «avec un succès et un applaudissement universel»; cfr. Mengelberg, 1916, p. 12): una produzione nata attorno alla principessa Maria Antonia, nei confronti della quale Pasquini funse da tramite anche con il Metastasio.
A Dresda Pasquini rielaborò con ogni evidenza L’asilo d’amore (cfr. Mellace, 2011) e in quanto poeta teatrale curò l’allestimento di diversi drammi metastasiani con musica di Hasse: nel 1748 il Demofoonte richiese, per l’aspra rivalità tra le due prime donne, Faustina Bordoni e Regina Mingotti, l’intervento epistolare del poeta cesareo da Vienna (cfr.Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 337-346).
Nell’attività di Pasquini si nota la non comune, disinvolta consuetudine nel riprendere temi e testi già sperimentati. Avviene così, per esempio, per la festa teatrale Archidamia (Reutter jr, Vienna 1727), trasformata in serenata (La generosa Spartana, Bonno, Vienna 1740) e in dramma per musica (La spartana generosa ovvero Archidamia, Dresda 1747); la festa di camera La Liberalità di Numa Pompilio (I. M. Conti, Vienna 1735), ripresa a Vienna nel 1739 come Il Natale di Numa Pompilio (Bonno) e a Varsavia nel 1746 (Ristori); l’oratorio Il figliuol prodigo (I. M. Conti, Vienna 1735), poi a Mannheim (Pietragrua, 1742) e a Dresda (Johann Georg Schürer, 1747); La deposizione dalla croce (Fux, Vienna 1728; ripreso, anche con musica diversa, a Brno, Mannheim, Dresda e Vienna), riproposto a Hasse a Dresda nel 1744, in una veste profondamente trasformata, sotto l’influsso della Passione metastasiana (poi ancora a Dresda, Firenze, Venezia e Roma).
Significativa è l’influenza delle scelte tematiche pasquiniane, anche sullo stesso Metastasio: la festa di cameraScipione Africano il Maggiore (1730 e 1735) anticipa il Sogno di Scipione (1735), la festa teatrale Zenobia (1732) l’omonimo dramma per musica (1737; cfr. Fritz-Hilscher, 2013, pp. 13 s.).
Maturata già nella primavera 1749 la decisione di lasciare Dresda per ritirarsi dalla vita pubblica e dedicarsi alla devozione (cfr. Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 388, 426), nel settembre Pasquini fu congedato su sua istanza con un vitalizio di 200 talleri. Transitando brevemente per Vienna nell’ottobre (p. 426), fece ritorno a Siena. Della decisione di rinunciare al servizio a corte si pentì prestissimo: in condizioni economiche precarie, già dal gennaio 1750 chiese l’aiuto del Metastasio, che s’impegnò assiduamente fino alla morte del collega nel perorarne la causa a Vienna, Firenze e Dresda, ottenendo un primo beneficio nel 1751 e un secondo nel 1753 (pp. 388, 399 s., 451, 477 s., 502 s., 531, 561, 598, 630 s., 647, 792 s., 795, 806, 837 s., 844, 856, 875 s., 1156 s.; ibid., IV, 1954, pp. 17 s., 303 s., 329 s.).
A Siena, Pasquini promosse la poetessa Livia Accarigi, pubblicò la festa teatrale La gara del genio con Giunone (1751) per la nascita dell’erede maschio degli elettori sassoni e scrisse il Dialogo del merito e dell’umiltà (1761). Realizzando un’idea accarezzata da alcuni anni (cfr. Algarotti, 1794, pp. 133, 135-137), nel 1751 pubblicò ad Arezzo il volume I delleOpere, raccolta di dieci titoli, viennesi ma soprattutto dresdensi, dedicati al primo ministro Heinrich von Brühl, cui è indirizzata la Canzone pindarica d’apertura.
L’antiporta, disegnata da Giuseppe Galli Bibiena e incisa da Carlo Gregori, esibisce l’integrazione del poeta nel tessuto culturale cittadino, indicandone l’appartenenza a tre accademie locali, gli Intronati, gli Apatisti e i Rozzi (proprio nel 1751 Pasquini tenne la carica di arcirozzo). Moreni (1835) cita un tomo II delle opere, rimasto manoscritto così come un terzo (Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI I.XI.44 e BCI H.XI.30-32), comprendente una Vita dell’abate Giovanni Claudio Pasquini poeta cesareo senese scritta da se stesso in ottava rima in tre canti, conclusa con i «primi viaggi in Germania».
Già dagli anni giovanili erano riconosciute a Pasquini quelle solide doti di «improvvisatore e poeta giocoso» (Natali, 1973, p. 778) cui alludono sia Ghezzi («bravo poeta faceto»; cfr. Rostirolla, 2001, p. 126) sia Zeno («giovane di talento, buon poeta, massimamente nello stile familiare e giocoso», cui «non manc[a] il verso»: Zeno, 1752, II, pp. 394, 416). Moreni (1835) lo definisce «fecondo di pensieri, facile nell’invenzione, felice di espressione, gustoso di stile, vivace, bizzarro e focoso». Il Metastasio, a proposito della Spartana generosa, temperava gli elogi per il poeta («Ne ho ritrovati i versi fluidi e numerosi, lo stile ornato e poetico quanto conviene al genere drammatico […] le ariette sono tutte armoniose e felici») con le riserve sul drammaturgo («avrei desiderato maggior moto in tutta l’opera vostra, o, per ispiegarmi più acconciamente, meglio stabiliti i principii di que’ moti che vi siete proposto d’introdurvi. Non possono prendere gli spettatori tutta la parte che voi vorreste nelle agitazioni delle persone rappresentate, perché non le avete per tempo rese loro odiose o care abbastanza», Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 311 s.); il giudizio, più positivo, è capovolto per il Leucippo, dove si censura lo stile, «talvolta troppo dimesso» (ibid., p. 333), mentre Algarotti non aveva lesinato elogi: «qual dolcezza e qual fluidità di versificazione! […] Quale ingenuità ne’ caratteri, come appunto conviene nel genere pastorale; qual forza d’affetti, qual sospension nell’intreccio, qual felicità nello scioglimento! Le ariette poi sono maravigliose e suscettibili della musica più bella e più varia» (1794, p. 134). Andrà riconosciuta a Pasquini una felice assimilazione dei modelli viennesi Zeno e Metastasio, e l’influenza della pratica dei componimenti encomiastici (cfr. Mücke, 2003, pp. 134).
Significativo il rapporto intrattenuto con la letteratura secentesca d’autore nella commedia musicale con i tre lavori realizzati per Caldara nel 1727-33. Da un lato il rifacimento del Misanthrope di Molière negli esilaranti Disingannati, debitori della Dirindina del conterraneo Girolamo Gigli (nell’avvertenza Pasquini dichiara d’aver «voluto provar se mi riusciva di farne un componimento che serbasse il gusto della commedia, e si adattasse intanto a ciò che richiede la teatral poesia», anche tramite «caratteri di nuovo introdotti ed un diverso filo di quel di Molière»). Prima ancora Pasquini aveva dato alla luce il Don Chisciotte in corte della duchessa (seguito da Sancio Pansa governatore dell’isola Barattaria), che influenzò il Don Chisciotte della Mancia di Giovanni Battista Lorenzi per Paisiello (1769; cfr. Natali, 1973, p. 829; Fido, 2000, p. 247) e fu a lungo pubblicato erroneamente come opera di Zeno (cfr. Pini Moro, 1992, pp. 263 s.); nell’argomento Pasquini dichiarava d’aver «procurato […] di stare attaccato più che gli è stato possibile alla vezzosa idea dell’ingegnosissimo autore spagnolo […] L’invenzione ha puramente lavorato sull’intreccio degli amori, e questi per altro sono come tante linee tirate a finire in un punto, essendo condotti in maniera che, nonostante la passione, abbia luogo negli amanti una certa spezie di puntiglioso donchisciottismo». Del suo modello comico Gigli, Pasquini allestì alla corte di Vienna La moglie giudice e parte, ovvero Il ser Lapo (cfr. De Angelis, 1824, p. 325), testimonianza d’un rapporto con la patria evidente anche nella corrispondenza con Jacopo Nelli. Nel 1760 l’eccentrica e irriverente Culeideuscì attribuita a Gigli tra le Poesie di eccellenti autori toscani ora per la prima volta date alla luce per far rider le brigate, per essere ristampata postuma (1786) come opera di Pasquini.
Nel 1754 Pasquini intraprese l’attività di predicatore (cfr. Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 925, 945). Nel 1755 perdette la vista (ibid., pp. 982, 1088). Nel febbraio 1758 ottenne la nomina a vicerettore degli Studi di Siena (ibid., IV, 1954, p. 40). Della responsabilità di cinque pronipoti, a seguito della scomparsa d’un nipote, scriveva il 7 novembre 1763 al Metastasio, che ancora il 26 novembre si adoperava per lui presso la corte di Dresda, forse per ripristinare la pensione già goduta: la decisione del principe elettore a favore di Pasquini intervenne tuttavia tardivamente, pochi giorni dopo il decesso del poeta (ibid., pp. 325 s.).
Morì improvvisamente a Siena nel novembre (dopo il 7) 1763.
Fonti e Bibl.: Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI C.X.23: Diploma palatino (Mannheim 1740); BCI C.X.16, BCI D.VI.10, BCI D.VI.11 e BCI D.VI.12: Miscellanea di lettere inviate a Pasquini; BCI I.XI.44 e BCI H.XI.30-32: opere varie (tra cui alcune epistole in versi di Pasquini); Opere del signor abate G. C. P., I, Arezzo 1751; A. Zeno, Lettere, II, Venezia 1752, pp. 394 s., 416; F.A. Zaccaria, Storia letteraria d’Italia, III, Venezia 1752, p. 561; VII, Modena 1755, p. 125; Poesie di eccellenti autori toscani ora per la prima volta date alla luce per far rider le brigate, Gelopoli 1760 (alle pp. 37-52 La culeide, qui attribuita a Gigli); O. Diodati, Biblioteca teatrale italiana scelta e disposta da Ottaviano Diodati, Lucca 1762 (include La lite fra la suocera e la nuora, t. II, e Don Chisciotte in corte della duchessa, t. IV); Raccolta di poesie toscane. La culeide del sig. abate Pasquini…, Londra [ma Toscana] 1786, pp. 1-28; F. Algarotti, Opere del Conte Algarotti, IX, Venezia 1794, pp. 119 s., 129-139, 173 s.; L. De Angelis, Biografia degli scrittori sanesi, Siena 1824, p. 325; Epistolario scelto di Apostolo Zeno veneziano, a cura di Bartolomeo Gamba, Venezia 1829, pp. XI s.; D. Moreni, Bibliografia storico-ragionata della Toscana, II, Firenze 1835, p. 158; La Biblioteca pubblica di Siena disposta secondo le materie, VI, Siena 1847, p. 590 s.; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des Theaters am Hofe zu Dresden, II, Dresden 1862, pp. 239-242, 245, 247, 255, 274, 296; Maurice, comte de Saxe et Marie-Josèphe de Saxe, dauphine de France, a cura di C.-F. Vitzthum d’Eckstaedt, Leipzig 1867, pp. 241 s.; L. Köchel, Johann Joseph Fux. Hofcompositor und Hofkapell-meister der Kaiser Leopold I., Josef I. und Karl VI. von 1698 bis 1740, Wien 1872, pp. 189 s., 543-558, 568; C. Mennicke, Hasse und die Brüder Graun als Symphoniker, Leipzig 1906, pp. 390, 393-396, 497, 501; Ł. 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