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mercoledì 12 ottobre 2016

BLANDOLISI, Cassio

. - Nato a Narni il 10 ott. 1683, da una nobile e agiata famiglia, entrò nell'Ordine degli scolopi il 20 febbr. 1698. Molto dotto nelle lettere e nella filosofia, insegnò in vari collegi e scuole dell'Ordine, meritandosi una vasta fama, tanto da essere scelto dal cardinal Tommasi, su suggerimento dello stesso pontefice Clemente XI, quale precettore del nipote Ferdinando Maria Tommasi, barone della Torretta, duca di Palma e principe di Lampedusa. Per assolvere tale compito il B. partì per Palermo nel luglio 1712, ricevendo segretamente da Clemente XI l'incarico di consegnare al vescovo di Catania una bolla di scomunica contro alcuni magistrati dell'isola, che, violando l'immunità ecclesiastica, avevano imposto tributi sopra gli ortaggi delle tenute vescovili dell'isola di Lipari.
Nel clima di contrasto, creatosi fra le autorità civili e religiose della Sicilia, il B. approfittò dell'elezione del principe di Scordia Branciforte, patrigno del suo alunno, a pretore di Palermo per tentare un'opera di difesa dei molti privilegi e interessi ecclesiastici; e la sua azione, in verità, fu spesso efficace.
In Sicilia il B. rimase alcuni anni: passò, quindi, a reggere la casa degli scolopi di Ancona, ove si trovava nel 1718, allorché fu scelto da monsignor Carafa, segretario di Propaganda Fide, su segnalazione del preposito generale degli scolopi, a far parte del gruppo di missionari che avrebbero dovuto accompagnare nella visita apostolica in Cina monsignor C. A. Mezzabarba, patriarca di Alessandria.
La spedizione, preparata con ogni cura, aveva lo scopo di procurare la scrupolosa osservanza da parte dei missionari e dei neofiti cinesi della bolla papale Ex illa die, emanata da Clemente XI il 19 marzo 1715, che condannava i riti cinesi (cioè la coesistenza, accanto ai riti cattolici, del culto di Confucio e degli antenati). La resistenza alle decisioni papali proveniva, in special modo, dai missionari gesuiti, i quali giustificavano la loro tolleranza nei confronti di tali riti dichiarandoli funzioni civili esenti da ogni contenuto religioso; infine, costretti a giurare la costituzione, i gesuiti si erano sospesi volontariamente dalla missione, ritenendo impossibile e pericolosa la continuazione della loro opera in tali condizioni.
La scelta del B. come compagno del Mezzabarba era giustificata, oltre che dalla sua profonda dottrina teologica, dalle notevoli cognizioni di matematica e chimica, che si ritenevano utili per conquistare la simpatia dell'imperatore cinese (altri missionari del gruppo erano pittori e musici). Dopo aver invano cercato di declinare l'incarico, il B. partì alla volta di Lisbona con i suoi compagni il 30 ott. 1719. Qui il Mezzabarba fu ricevuto dal re, Giovanni V, per esporgli i motivi della visita apostolica in una terra che era sottoposta all'influenza portoghese, ed averne ogni appoggio; quindi il 25 marzo 1720 salparono alla volta della Cina, giungendo a Macao il 23 settembre, accolti con ogni onore da dignitari cinesi e da missionari, e proseguendo poi per Pechino, ove arrivarono il 29 ottobre. Mentre il Mezzabarba tentava di ottenere, nei colloqui avuti con l'imperatore, qualche concessione per condurre a buon fine la sua missione, il B. si stabiliva nello stesso palazzo imperiale, accolto tra i filosofi e i matematici di corte. L'imperatore, che lo stimava molto, avrebbe voluto che egli si trattenesse anche dopo la partenza del Mezzabarba (e ciò era gradito anche alla Congregazione di Propaganda Fide, affinché proseguisse a svolgere un'opera di pressione), ma il B., accusando una totale insofferenza al clima, non volle accettare la proposta e lasciò Pechino insieme con gli altri compagni nel marzo 1721. Dovendo egli passare per il Brasile e il Portogallo, il Mezzabarba lo incaricò di partire direttamente alla volta di Roma, per portare la relazione della missione a Propaganda Fide.
Lasciata la Cina nel gennaio 1722, dopo sei mesi di navigazione, il B. sbarcò in Francia nel luglio, attraversando poi la Germania. Da Strasburgo scrisse nel settembre al segretario di Propaganda Fide, annunciando il suo prossimo arrivo e muovendo gravi accuse ai gesuiti: dava notizia infatti dell'arrivo in Francia del gesuita Fouquet, richiamato in Europa dal generale della Compagnia, perché accusato di giansenismo e contrario ai suoi confratelli a proposito dei riti cinesi: egli, secondo il B., avrebbe potuto provare la natura superstiziosa dei riti stessi per mezzo di alcuni scritti che gli erano stati tolti da altri gesuiti prima della sua partenza dalla Cina.
Toccata Venezia, il B. giunse a Roma il 1º ottobre, ove fu ricevuto dal pontefice Innocenzo XIII e dal prefetto di Propaganda Fide, Sacripante, il quale lo incaricò di sunteggiare la voluminosa relazione del Mezzabarba.
Ritiratosi per un breve periodo di riposo nella città natale, fu richiamato a Roma il 4 novembre, per essere interrogato dal Sacripante sulla veridicità di alcune accuse di parzialità mosse da parte gesuitica al Mezzabarba: il B. discolpò energicamente il suo operato.
Per dodici anni prestò, quindi, la sua opera a Propaganda Fide, intervenendo alle riunioni della Congregazione per le Indie orientali; nel 1737 fu nominato consultore dell'Inquisizione. Nell'Ordine scolopico fu prima assistente generale, poi procuratore generale per nove anni, durante i quali ottenne la beatificazione del fondatore, Giuseppe Calasanzio.
Il B. morì a Roma il 1º dic. 1751.
Fonti e Bibl.: Roma, Arch. Propaganda Fide, Congregatio de rebus Sinarum et Indiarum Orientalium,Acta, vol. IV(1722-1728), f. 5; Viani, Istoria delle cose operate nella China da Monsignor GAMezzabarba, Parigi 1739, pp. 93, 212, 233, 235, 239, 242, 251; G. Eroli, Biografia di CB., in Miscstornarnese, I, Narni 1858, pp. 149-164; T. Vióas, Index bio-bibliographicus CCRRPPMatris Dei Scholarum Piarum, II, Romae 1909, pp. 119-123; L. Picanyol, Scholae Piae ac Infidelium missiones, in Ephemerides calasanctianae, I (1932), pp. 72-73.

BALBI, Adriano

. - Nacque il 25 apr. 1782 a Venezia, da antica famiglia patrizia. Dopo essere stato ufficiale subalterno nell'esercito francese, nel 1807, abbandonata la carriera militare, andò ad insegnare matematica e francese nel collegio camaldolese di S. Michele a Murano. Qui, incoraggiato dall'abate del monastero, il futuro Gregorio XVI, e dal rettore del collegio, il futuro cardinale P. M. Zurla, si avviò allo studio della geografia e della statistica, pubblicando l'anno dopo la sua prima opera (Prospetto politico dello stato attuale del globo, Venezia 1808). Nel 1811 divenne professore di fisica nel liceo di Fermo, ma nel 1815, per ragioni politiche, tornò a Venezia. Dopo aver trascorso in Portogallo il biennio 1819-20, nel 1821, già sposato a una francese, si stabilì a Parigi, rimanendovi sino al 1835, quando si trasferì a Vienna in qualità di consigliere e statistico presso la suprema Conferenza di stato. Nel 1840, abbandonata Vienna, andò a Milano, vi rimase sino a tutto il 1846 e tornò poi a Venezia. Fu socio effettivo pensionario dell'Istituto lombardo di scienze e lettere, socio effettivo dell'Accademia delle scienze di Vienna; ebbe onorificenze cavalleresche da quasi tutti gli stati europei. J. Dumont d'Urville, nel 1842, nella relazione del suo ultimo viaggio al polo australe, dette il nome di B. all'estrema punta dell'isola di Bougainville, nell'arcipelago delle Salomone.
Il B. morì a Venezia il 13 marzo 1848.
Durante la sua permanenza in Portogallo, grazie anche alle sue relazioni d'amicizia coi capi del governo provvisorio del 1819, poté visitare buona parte del paese ed ebbe accesso agli archivi dello stato, venendo a conoscenza d'importanti documenti, che lo misero in grado di pubblicare a Parigi nel 1821 due importanti opere (Essai statistique sur le royaume de Portugal et d'Algarve, 2 voll.; Varietés politico-statistiques sur la Monarchie Portugaise), risultate assai superiori a tutte le altre del tempo nella descrizione delle reali condizioni antiche e recenti del Portogallo.
Nel 1826 usciva sempre a Parigi il suo Atlas ethnographique du globe, nel quale, con la collaborazione di molti filologi, vengono classate 860 lingue e circa cínquemila dialetti; la favorevole accoglienza ottenuta da questo atlante è testimoniata dalle numerose traduzioni. Due anni dopo pubblicava la Balance politique du globe (Paris 1828): N. Tommaseo la giudicava "lavoro importantissimo e agli uomini di stato, e agli amministratori, e a' viaggiatori, e alla studiosa gioventù" (Antologia, XXXII [1828], parte c, p. 31) e in particolare ammirava il tentativo di determinazione della popolazione del Brasile, "un vero modello di critica geografica e statistica, e di logica arguta insieme e diligente" (p. 34). La stima di popolazione fu un problema che attrasse molto l'attenzione del B., specialmente per le grandi discordanze notate tra i geografi dell'ultimo secolo, onde nell'Essai sur la population des deux mondes (Paris 1830) il B. tentò la valutazione della popolazione totale del mondo (740 milioni, secondo lui) e dette sagge norme sulla condotta della ricerca e sulle cautele necessarie nelle valutazioni dei numeri.
L'opera fondamentale del B., che gli procurò una larga rinomanza europea, fu l'Abregé de géographie (Paris 1833), un grosso volume nel quale era riassunta la scienza geografica dei suoi tempi e raccolto il meglio degli studi geografici compiuti nella sua vita.
Adottato come libro di testo nelle università francesi, l'Abregé ebbe traduzioni in italiano, spagnolo, portoghese, grec0, inglese, tedesco, con un favore che perdurò nel tempo, tanto che nel 1895 ne era pubblicata la ottava edizione tedesca. Sebbene si tratti di un'opera di divulgazione intelligente, soprattutto d'uso scolastico, l'Abregé ebbe fortuna anche presso gli specialisti, come A. von Humboldt, che apprezzavano l'informazione esatta e la cura critica della documentazione. L'opera è divisa in due parti, la generale e la descrittiva. Nella prima sono esposte le nozioni generali di astronomia, di matematica, di fisica, di geologia, di storia naturale, di antropologia, di statistica, di economia politica, necessarie, secondo il B., alla geografia. Nella geografia descrittiva particolare, l'elemento fisico si riduce a pochi cenni mentre vi sovrabbonda la descrizione politica. Il B. giudica inutili o incerte le classificazioni in uso tra i geografi del tempo nel campo della geografia umana, di cui le principali erano: secondo le razze, secondo lo stato sociale (selvaggi, barbari, inciviliti), secondo la nutrizione (antropofagi, frugivori, carnivori, ecc.), secondo la posizione topografica (montanari, abitanti della pianura), secondo il modo di vita (nomadi, pescatori, cacciatori, ecc.). Egli sostituisce questa classificazione dell'umanità con un'altra scandita in quattro gruppi principali: secondo la divisione politica, secondo il grado d'incivilimento, secondo le lingue parlate, secondo la professione religiosa. In complesso l'impostazione generale dell'opera è alquanto arretrata rispetto agli studi del tempo, appesantita da cospicui dati statistici non sempre connessi con gli argomenti trattati.
Il B. rivolse particolare attenzione alla statistica, che suscitava ai suoi tempi scarso interesse, non soltanto riportando tavole statistiche nei suoi trattati di geografia, ma anche con numerosi scritti specificamente destinati alla statistica, dai quali largamente attinsero, come notizie e come metodo, gli autori posteriori: il saggio statistico sul Portogallo e sulla Persia, la statistica dei delitti e dell'istruzione in Francia, la statistica delle biblioteche di Vienna e degli archivi di Venezia, le tavole statistiche della Russia, della Francia, dell'Olanda. Numerose e varie notizie statistiche sull'Italia, sparse nei suoi scritti, furono raccolte e ordinate dal figlio Eugenio in Miscellanea italiana. Ragionamenti di geografia e statistica patria di A. B. (Milano 1845).
Opere. Il B. redasse una quarantina di volumi e tavole, di cui dette l'elenco cronologico il figlio Eugenio nella Miscellanea italiana..., pp. 378-80; le numerose memorie sparse nei periodici del tempo furono raccolte sempre dal figlio in Scritti geografici statistici e vari..., s. 1, Torino 1841-42 (5 voll.); s. 2, Scritti minori di A. B., Milano 1845 (2 voll.): la seconda serie comprende quasi esclusivamente scritti statistici. Tra le sue opere: Essai historique et statistique sur le Royaume de Perse, Paris 1827; Statistique comparée des crimes et de l'instruction en France, Paris 1829; The World compared with the British Empire, Paris 1830; Compendio di geografia, secondo un nuovo disegno... Prima versione italiana dell'Abregé, approvata dall'autore, con giunte, Torino 1834 (2 voll.); Essai statistique des bibliothèques de Vienne, Vienne 1835.
Bibl.: J. G. H., L'Empire Russe... par A. B., in Antologia, XXXV (1829), p.te b, pp. 76-92; E. Balbi, Gea, ossia la Terra descritta secondo le norme di A. B. e le ultime e migliori notizie, I-IV, Trieste 1854-1859, passim; Id., A. B., ricordi biografici del figlio e discepolo suo, prof. E. B., in Bollett. d. Soc. geografica ital., s. 2, VI(1881), pp. 528-32; G. Jaja, A. B.,Roma 1903; C. Wurzbach, Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich, I, p. 130; J. C. Poggendorff, Biographisch literarisches Handwörterbuch für Mathematik..., I, col. 92; Enciclopedia Ital., V, p. 904.

martedì 28 giugno 2016

PASSIONEI, Domenico Silvio

(Fossombrone 1682 - Frascati 1761) religioso. Svolse vari incarichi all'estero che lo misero in contatto con gli ambienti culturali europei. Nel 1706 portò la berretta cardinalizia a Filippo Antonio Gualterio a Parigi. La Nunziatura ne chiese l'espulsione, e nel 1708 partì per le Fiandre. Con l'intenzione di raggiungere Londra, si propose per un incarico nei Paesi Bassi, e partecipò a vari trattati di Pace a l'Aja, Utrecht, Baden, Soleure (Svizzera), sempre dedicandosi alla passione di collezionista di libri. Nel 1716 tornò a Parigi. Dopo un periodo in Italia, nel 1721-29 fu nunzio a Lucerna, e dal 1730 fu nunzio a Vienna.

DBI

G.V. Vella, L’abate D. P. e le sue missioni diplomatiche dal 1798 al 1716, in Nuova rivista storica, XXXIII (1949), 4-6, pp. 302-341; XXXIV (1950), 3-4, pp. 197-234;
M. Cittadini Fulvi, Le amicizie francesi del cardinale D.P., in Cultura e società nel Settecento, Fonte Avellana 1987, pp. 11-28;
D. Squicciarini, Nunzi apostolici a Vienna, Città del Vaticano 1998; 

Pindemónte, Giovanni




. - Poeta (Verona 1751 - ivi 1812), fratello maggiore di Ippolito. Ardente e irrequieto, ebbe vita avventurosa e battagliera. Avendo fervidamente aderito alle idee rivoluzionarie, andò esule a Parigi nel 1793; caduta la Repubblica veneta, tornò in Italia, ma l'invasione austro-russa lo portò di nuovo a Parigi, dove fu sospettato di cospirazioni antinapoleoniche. Tornato a Milano, fu membro del Corpo legislativo della Repubblica italiana (1802). Gli avvenimenti gli ispirarono rime politiche e patriottiche come l'Ode alla Repubblica Cisalpina (1798) e il poemetto Le ombre napoletane (post., 1883) in cui evoca i martiri del 1799. Più importanti le dodici tragedie di schema alfieriano, ma con influssi shakespeariani e larga concessione allo spettacolare e al patetico (Mastino I della ScalaI coloni di Candia,Orso IpatoAgrippinaCianippoI BaccanaliAdelina e RobertoIl salto di LeucadeGinevra di ScoziaElena e Gerardo,Donna Caritea regina di SpagnaCincinnato), da lui pubblicate a Milano nel 1804-05 col titolo di Componimenti teatrali (4voll.), precedute da un Discorso sul teatro italiano.

PAOLI, Pasquale

(Morosaglia CORSICA 1725 - Londra)


. – Nacque il 6 aprile 1725 a Morosaglia, nella pieve di Rostino (Corsica), da Giacinto e Dionisia Valentini.
Sesto figlio, e secondo maschio, di una famiglia di notabili di campagna, con un padre letterato e non privo di conoscenze giuridiche, fece i primi studi presso il convento francescano di Rostino. Quando nel 1739 Giacinto, segnalatosi come uno dei capi della rivolta contro Genova scoppiata sei anni prima, fu costretto all’esilio, il figlio quattordicenne lo seguì a Napoli. Entrato nel reggimento «Corsica» e poi nel «Real Farnese», di stanza a Siracusa e più tardi a Porto Longone, dal 1745 al 1749 frequentò l’Accademia reale di artiglieria.
In quegli anni Paoli, che in seguito mostrò di unire alla conoscenza delle Sacre Scritture (e in particolare dell’Antico Testamento) una buona cultura classica, ebbe anche modo di respirare l’aria del primo Illuminismo napoletano (un’antica tradizione lo voleva infatti presente alle lezioni di etica di Antonio Genovesi). Poco entusiasta della vita militare e insoddisfatto per la lentezza della carriera, nel 1754 decise di passare in Corsica per unirsi al fratello Clemente e ai patrioti in lotta contro la dominazione genovese.
Al padre, preoccupato per i pericoli cui poteva andare incontro, scrisse il 17 ottobre 1754, ricordando il motto usato dallo stesso Giacinto nel 1738: «Se non volete incoraggirvi colla storia romana, leggete quella dei Maccabei, e fate uso di quel passo che metteste in fine del vostro manifesto. Melius est mori in bello, quam videre mala gentis nostrae» (Correspondance, I, p. 80).
Nell’aprile 1755, Paoli sbarcò in Corsica, convinto della necessità di abbandonare la tradizione isolana di un supremo organo collegiale dei rivoltosi. Dalla Consulta riunita a Sant’Antonio della Casabianca il 14-15 luglio fu eletto ‘generale della nazione corsa’ e giurò d’impegnarsi per la libertà dell’isola. Con la costituzione approvata dalla Dieta generale di Corte il 16-18 novembre 1755 (la cosiddetta ‘costituzione Paoli’), si trovò confermato al vertice dell’impianto istituzionale: eletto dalla Dieta, cui riferiva ogni anno nelle assemblee da lui stesso convocate, il generale dirigeva il Consiglio di Stato e nominava assieme a esso i commissari delle province, cooperava con i quattro sindaci responsabili del controllo di tutti gli organi dello Stato. Negli anni seguenti, in una situazione di guerra permanente, i suoi poteri furono ulteriormente accresciuti.
Controllo del territorio e lotta contro Genova furono i primi obiettivi perseguiti. Fin dai primi tempi del suo generalato, Paoli, eletto inizialmente da un’assemblea composta dai delegati della sola Corsica settentrionale e rappresentativa di un quarto soltanto delle pievi esistenti, si adoperò per estendere la sua influenza. Si volse in primo luogo a contrastare la potente famiglia Matra, radicata nella Piana orientale, che nell’agosto 1755 aveva promosso una Consulta e un generale antagonisti: ripetutamente battuto negli scontri armati, in settembre il rivale Mario Emanuele Matra fu costretto a lasciare l’isola; rientrato due anni dopo con l’appoggio dei Genovesi, Mario Emanuele fu di nuovo sconfitto; e con il 1763, respinta un’altra spedizione contro i paolisti, fu definitivamente eliminata la minaccia della fazione Matra. Nel giro degli stessi anni, Paoli ottenne anche il controllo dell’Al di là dei Monti, dove i notabili locali, forti dell’appoggio ora genovese ora francese, si erano formalmente contrapposti al governo e avevano promosso una secessione. Nel 1763, la Consulta di Sartena, presieduta dallo stesso Paoli, segnò la fine della dissidenza.
Minor successo ebbe invece Paoli contro i Genovesi, favoriti dalla presenza francese nell’isola durante la guerra dei Sette anni e nuovamente con il secondo trattato di Compiègne (6 agosto 1764). Pur realizzando la conquista della provincia di Capo Corso, avviata nel 1757 e compiuta cinque anni dopo, il generale non riuscì infatti a strappare ai nemici le nevralgiche cittadelle marittime e pertanto non ottenne mai il pieno controllo dell’isola.
Assieme al dominio del territorio e alla lotta contro la Superba, obiettivo primario di Paoli, avversato dall’alto clero di matrice genovese, ma in genere sostenuto dagli ordini religiosi e dal basso clero, fu quello di creare le basi di un nuovo e moderno apparato statale. La capitale della Corsica indipendente (che conservava la dizione tradizionale di Regno di Corsica) fu fissata nel centro dell’isola, a Corte. Dal 1763, a seguito della decisione presa due anni prima alla Consulta di Vescovato, la Zecca di Murato (poi trasferita a Corte) batté una moneta nazionale destinata ai soli abitanti dell’isola. Per le esigenze militari, alle truppe volontarie, usate per lo più a tutela dell’ordine pubblico e nell’azione contro il banditismo, furono aggiunti nel 1762 due reggimenti regolari e in seguito anche due reggimenti di mercenari. Fu incentivata la nascita di una marina mercantile nazionale, ma i commerci con l’isola rimasero largamente in mani straniere, mentre gli isolani si limitarono a continuare la guerra di corsa posta allora sotto il controllo del Magistrato del commercio e della salute. Costante attenzione fu dedicata al funzionamento dell’apparato giudiziario che tanto peso aveva nel testo costituzionale. Alla guida, appena eletto, di una prima marcia armata tesa a porre fine alle inimicizie particolari, e a capo, negli anni seguenti, della Giunta mobile, Paoli si sforzò con inflessibile tenacia di arginare la tradizionale pratica della ‘vendetta’. Numerose, infine, furono le iniziative volte a promuovere uno sviluppo culturale. Fin dal 1760 fu istituita una Stamperia camerale, di sede a Campoloro e poi a Corte, e nel 1765, realizzando un’aspirazione avvertita da tempo, fu inaugurata a Corte l’università, dove gli studenti erano pensionati della nazione, i docenti erano forniti dagli ordini monastici (francescani in primis), e l’insegnamento era mirato a finalità pratiche.
All’azione militare e di governo, Paoli affiancò un’intensa opera di propaganda della causa della Corsica libera. Stimolò e seguì da vicino gli interventi pubblicistici dell’abate Gregorio Salvini, che a lui, nel 1764, dedicò la seconda edizione della Giustificazione della rivoluzione di Corsica, e promosse la pubblicazione del primo giornale isolano, voce ufficiale del governo, i Ragguagli dell’isola di Corsica (1760). Ma all’ammirazione e alla solidarietà per la causa corsa nell’Europa dei lumi (e anche tra gli insorgenti americani) molto contribuirono gli osservatori e i viaggiatori stranieri, e, più di tutti, il giovane letterato scozzese James Boswell che, reduce da un breve soggiorno che tre anni prima gli aveva fatto incontrare il generale, pubblicò nel 1768, alla vigilia del capitolo finale della rivolta, An account of Corsica, the journal of a tour to that island and memoirs of Pascal Paoli. Nell’isola, scrisse Boswell, c’era «a people actually fighting for liberty, and forming themselves from a poor inconsiderable oppressed nation, into a flourishing and independent state» (London 1762, p. 263), e Paoli, che con lui aveva discusso anche di storia, di religione e di letteratura classica, era «one of those men who are no longer to be found but in the lives of Plutarch» (ibid., p. 384).
Sancita con il trattato di Versailles (15 maggio 1768) la cessione della Corsica alla Francia, dopo che vani erano riusciti i tentativi del ministro degli Affari esteri Étienne François de Choiseul di far accettare a Paoli la protezione francese, il generale, che nessun appoggio concreto aveva ottenuto da alcuno Stato italiano o dall’Inghilterra, si trovò a fronteggiare da solo i nuovi e ben più agguerriti conquistatori. Iniziate in luglio le ostilità, vittorioso il 10 ottobre 1768 nello scontro di Borgo, nella primavera seguente il generale fu travolto dalla nuova offensiva francese, e sbaragliato, tra l’8 e il 9 maggio 1769, nella celebre battaglia di Ponte Nuovo. Ritiratosi a Corte, di fronte all’incalzare del nemico, scelse la via dell’esilio e il 13 giugno, raggiunto Porto Vecchio, s’imbarcò su di una nave inglese.
Arrivato a Londra in settembre, dopo una traversata dell’Europa (da Firenze a Mantova, e da Vienna all’Aja) che aveva trionfalmente confermato la sua popolarità, Paoli fu anche qui accolto calorosamente. Ricevuto in forma privata dal re Giorgio III, si vide assegnata una cospicua pensione che non mancò di attirargli le critiche di molti dei suoi antichi sostenitori. Attento a non inimicarsi il partito di governo e a conservare buoni rapporti con la parte dell’opposizione radicale ancora a lui favorevole, evitò di intromettersi nelle controversie del Paese che lo ospitava. Costantemente bene informato della situazione della sua isola, sebbene estraneo alle azioni antifrancesi talora promosse nel suo nome (così per la rivolta scoppiata a Niolo nel 1774), sperò in un primo tempo che la Corsica avrebbe potuto trarre vantaggio da un rinnovato scontro tra Francia e Inghilterra, ma con il venir meno di ogni concreta prospettiva anche il suo prestigio politico si ridimensionò. Ben presto, peraltro, Paoli, che era divenuto un convinto ammiratore della costituzione inglese, si inserì appieno nel nuovo ambiente e strinse buoni rapporti con l’aristocrazia inglese. Presentato dall’amico Boswell al celebre intellettuale Samuel Johnson, fu ammesso al Literary Club e alla Royal Society, ed entrò in contatto con gli ambienti letterari e artistici della capitale: conobbe il poeta Oliver Goldsmith, il pittore Joshua Reynolds, l’attore David Garrick, e si legò in particolare al miniaturista e ritrattista Richard Cosway (autore di un celebre ritratto del generale nel 1784) e alla di lui moglie Maria Hadfield Cosway, pittrice e musicista, nei confronti della quale nutrì fino ai suoi ultimi anni una tenera amicizia. Dal 1778 fece anche parte della loggia massonica delle Nove Muse creata a Londra dal veneziano Bartolomeo Ruspini.
Scoppiata la rivoluzione in Francia, il 30 novembre 1789 l’Assemblea nazionale costituente, su proposta del deputato corso Cristoforo Saliceti, dichiarò la Corsica parte integrante del territorio nazionale e al tempo stesso autorizzò il rientro dall’esilio dei corsi che avevano combattuto per la libertà. Arrivato a Parigi il 3 aprile 1790, Paoli fu accolto con grandi onori e ricevuto dal governo e dal sovrano. Il 22 fu presentato all’Assemblea nazionale. Sbarcato in Corsica il 14 luglio, e accolto in maniera trionfale, in settembre, dall’Assemblea di Orezza, fu eletto presidente del Consiglio generale del dipartimento e comandante delle guardie nazionali (cumulando così, in maniera irregolare, potere civile e potere militare). Convinto fautore della costituzione civile del clero, che aveva ai suoi occhi il merito di ridurre drasticamente la popolazione ecclesiastica dell’isola, nel maggio 1791 convocò a Bastia l’assemblea elettorale che doveva designare il nuovo vescovo e represse con energia i tumulti scoppiati in città ai primi di giugno a sostegno del vescovo refrattario. Riconfermato nel settembre 1791 sia alla testa del Consiglio generale sia al comando delle guardie nazionali, estraneo alle elezioni per l’Assemblea legislativa francese svoltesi poco dopo, nel periodo seguente Paoli, preoccupato per la radicalizzazione della rivoluzione, rimase in disparte. Intanto, coprendosi spesso col nome del generale, attorno a Saliceti, già alla testa dell’amministrazione dipartimentale ed eletto nel settembre 1792 alla Convenzione, si andava costruendo un nuovo centro di potere ben collegato con i circoli giacobini del continente.
Risoltasi in un fiasco, agli inizi del 1793, la spedizione per la conquista della Sardegna, promossa dalle autorità centrali e appoggiata dalla municipalità di Marsiglia con l’invio di alcune migliaia di turbolenti volontari, la responsabilità del fallimento fu addossata a Paoli, che non aveva potuto raccogliere più di mille e ottocento uomini, e che già dalla fine dell’anno precedente era bersaglio delle società popolari di Tolone e di Marsiglia. Cresceva al tempo stesso a Parigi il malanimo contro la Corsica, cui a ragione si imputava di contribuire in troppo scarsa misura alle finanze della Repubblica: il 7 febbraio 1793 la Convenzione nominò tre deputati (e fra questi Saliceti) per verificare la situazione nell’isola, e il 2 aprile, senza attendere il ritorno dei suoi inviati, decretò la destituzione di Paoli intimandogli di presentarsi all’Assemblea. Consumatasi la rottura tra il generale e gli inviati di Parigi, dopo una prima risposta alle accuse mossegli, a fine maggio Paoli promosse la Consulta di Corte che, rinnovando la fiducia al ‘padre della patria’, dichiarò decaduti i tre deputati e sospeso il decreto del 2 aprile. Dopo alcune incertezze, la Convenzione, ormai dominata dalla Montagna, rispose il 17 luglio 1793 cassando tutte le delibere della Consulta di Corte e mettendo fuori legge Paoli come traditore della Repubblica.
A questo punto, il generale avviò a fine luglio i primi contatti con gli inglesi padroni del porto di Tolone, e nel gennaio 1794 s’incontrò con il rappresentante del governo di Londra, sir Gilbert Elliot. A capo di una Corsica di fatto nuovamente indipendente, Paoli concordò con le forze britanniche le operazioni congiunte che nell’estate portarono alla completa evacuazione delle truppe francesi, e dalla Consulta generale convocata il 10 giugno 1794 a Corte fece approvare una costituzione monarchica che poneva l’isola sotto la sovranità del re d’Inghilterra. Nell’ottobre seguente Elliot ebbe la nomina a viceré. Privo di un ruolo istituzionale nel regno anglo-corso, ma sempre forte di un grande prestigio, contrario al sostegno assicurato alla fazione realista incrementata dal ritorno di molti emigrati, Paoli si attirò la crescente ostilità del viceré, e questi ottenne che al vecchio generale arrivasse da Londra l’invito a lasciare l’isola. Il 14 ottobre 1795 Paoli riprendeva la via della Gran Bretagna.
Molto diverso dal primo, fu il secondo esilio inglese. Ammesso nel 1800 alla Loggia del principe di Galles, ma non più preso in considerazione dal governo britannico, amorevolmente sostenuto da Madame Cosway, che nel 1803 avrebbe lasciato Londra, ma privato dell’appoggio degli amici Boswell e Johnson ormai scomparsi, Paoli visse i suoi ultimi anni molto appartato. Continuò sino alla fine a interessarsi alla sua Corsica, e alla Francia in cui l’isola si era ormai integrata, apprezzò l’opera pacificatrice del primo console, ma alla proposta fattagli pervenire da Bonaparte di rientrare in patria a patto di giustificare la sua condotta nel 1793, oppose un netto rifiuto. «Io son troppo vecchio – scrisse il 4 settembre 1802 all’amica Cosway che era stata tramite con il cardinale Joseph Fesch – per attentare di fare uno Sbozzo istorico della mia amministrazione, ed ho anche una buona dose d’orgoglio per credere che mi sia necessaria qualunque apologia. Ho succhiato l’amore della libertà col latte» (P. P. à Maria Casway..., 2003, p. 156).
Morì a Londra il 5 febbraio 1807.
Paoli fu sepolto nel cimitero della vecchia chiesa di Saint Pancras che all’epoca accoglieva i non appartenenti alla Chiesa d’Inghilterra. Nel testamento redatto tre anni prima, a conferma di una preoccupazione che lo aveva accompagnato tutta la vita, aveva, tra l’altro, disposto un lascito per garantire un maestro di scuola a Morosaglia e quattro professori a Corte, quando fosse riaperta l’università. Nel 1889, a seguito di un’iniziativa promossa dalla municipalità di Morosaglia e fatta poi propria dal Consiglio dipartimentale, i resti del generale furono riesumati e trasportati in Corsica per trovare definitiva dimora nel giardino della casa natale.
Fonti e Bibl.: Lettere di P. De’ P., con note e proemio di N. Tommaseo, Firenze 1846; Lettres de P. P., publiées par M. le docteur Perelli, I-V, Bastia 1884-1899; P. P., Correspondance, éd. critique établie par A.-M. Graziani - C. Bitossi, I-V, Ajaccio-Roma 2003-2011 (sono previsti in tutto non meno di 12 volumi); P. P. à Maria Cosway. Lettres et documents. 1782-1803, a cura di F. Beretti, Oxford 2003; A.-M. Graziani, P. P. Père de la patrie corse, nouvelle éd. revue et augmentée, Paris 2004 (p. 401 per le fonti archivistiche);James Boswell et P. P. Correspondance 1780-1795, éd. critique établie par F. Beretti - A.-M. Graziani, Ajaccio 2008; Costituzione della Corsica [1755], Macerata 2008.
F.M. Giamarchi, Vita politica di P. P., Bastia 1858; M. Bartoli, P. P. père de la patrie corse, Paris 1866 (nuova ed. 1974); L.A. Letteron, P. P. avant son élévation au généralat (1749-1755), in Bulletin de la société des sciences historiques et naturelles de la Corse, 1913, voll. 358-360, pp. 1-18; E. Michel, P. P. ufficiale nell’esercito napoletano, in Archivio storico di Corsica, IV (1928), 1, pp. 85-100; C. Ambrosi, P. P. et la Corse de 1789 à 1791, in Revue d’histoire moderne et contemporaine, II (1955), 3, pp.161-184; C. Vivanti, Lettere di P. P. dall’Inghilterra, in Rivista storica italiana, LXXI (1959), 1, pp. 89-118; D. Colonna, Le vrai visage de P. P. en Angleterre, Nice 1969; P.A. Thrasher, P. P. An enlightened hero. 1725-1807, London 1970; F. Ettori, La formation intellectuelle de P. P. (1725-1755), in Annales historiques de la Révolution française, 1974, vol. 218, pp. 483-507; J. Foladare, Boswell’s P., New Haven 1979; F. Venturi, Settecento riformatore, V, Torino 1987, pp. 3-220 (sono qui ripresi e ampliati i contributi precedenti); F. Beretti, P. P. et l’image de la Corse au dix-huitième siècle. Le témoignage des voyageurs anglais, Oxford 1988; A. Fazi, P. P. è a Rivuluzione di l’89, Ajaccio 1989; La nascita di un mito. P. P. tra 700 e 800, a cura di M. Cini, Pisa 1998; P.-M. Villa, L’autre vie de P. P., Ajaccio 1999; C.R. Ricotti, Il costituzionalismo britannico nel Mediterraneo (1794-1818), Milano-Roma 2005, pp. 1-91, 445-477; M. Vergé-Franceschi, P. Un Corse des lumières, Paris 2005; F. Dal Passo, Il Mediterraneo dei Lumi: Corsica e democrazia nella stagione delle rivoluzioni, Napoli-Roma 2006; P. de’ P. (1725-1827). La Corse au cœur de l’Europe des Lumières, Corte-Ajaccio 2007; P., la Révolution Corse et les Lumières, Actes du colloque international organisé à Genève, le 7 décembre 2007, édités par F. Quastana - V. Monnier, Ajaccio-Genève-Zürich-Bâle 2008; P. P. Aspects de son œuvre et de la Corse de son temps, sous la coordination de D. Verdoni, Ajaccio 2008; A. Trampus, Storia del costituzionalismo italiano nell’età dei Lumi, Roma-Bari 2009, pp. 55, 70-72, 75-80, 82-86, 90 s., 93-95, 97-99, 101-118, 128, 154 s., 188, 215, 221, 244-247, 251.

venerdì 24 giugno 2016

MARINI, Gaetano






. – Nacque a Santarcangelo di Romagna il 18 dic. 1742 da Filippo e dalla contessa Francesca Baldini. Compì i primi studi nel seminario vescovile di Rimini. Apprese le belle lettere sotto la guida del medico erudito G. Bianchi (Janus Plancus), per poi frequentare a Santarcangelo la scuola di G.P. Giovenardi. Attratto in particolare dalla filosofia, dalle lingue greca ed ebraica e dalla storia naturale, con l’aiuto del cugino F.L. Massajoli, vicario generale di Foligno e poi vescovo di Nocera Umbra, istituì un museo di reperti naturalistici. All’Università di Bologna, dove si era iscritto per studiare diritto, entrò in contatto tramite Bianchi con vari studiosi, tra cui F.A. Zaccaria e G. Garatoni. Dopo essersi laureato a Ravenna in utroque iure, nel dicembre 1764 si trasferì a Roma, dove il cardinale A. Albani lo prese a ben volere e dove conobbe, vivendo presso l’abate M. Zampini, il gesuita antiquario G.L. Oderici; a Roma ritrovò pure il compagno di seminario G.C. Amaduzzi e il camaldolese Isidoro Bianchi.
Da Oderici fu poi presentato a mons. G. Garampi, archivista della S. Sede che ne seguì i progressi negli studi e lo portò con sé in un viaggio di interesse culturale a Napoli, Pompei, Ercolano, Benevento e Montecassino. Convinto poi da Zaccaria a dedicarsi agli studi di antiquaria, il M. abbandonò definitivamente la carriera legale. Aveva al suo attivo solo una dissertazione sulle tesi di G.A. Battarra e di J.J. Scheuchzer sulle piante dell’Era diluviana quando pubblicò il suo primo vero saggio, un Discorso sopra tre candelabri acquistati dal s.p. Clemente XIV (Pisa 1771), con il quale dimostrò che i candelabri, provenienti da palazzo Barberini e dalla residenza di mons. F.S. de Zelada, acquistati dal papa e destinati alla Biblioteca apostolica Vaticana, in età antica erano stati utilizzati come turiboli.
Nel 1772 Garampi, nominato nunzio in Polonia, chiese a Clemente XIV che il M. ne prendesse il posto presso l’Archivio Vaticano. Il papa scelse invece di nominare prefetto dell’Archivio Vaticano e di quello di Castello il suo vecchio amico, l’abate Zampini, assegnandogli come coadiutori il M. e il suo omonimo Callisto Marini di Pesaro. Lavorando nel campo delle iscrizioni antiche e della cronologia, il M. pubblicò una Difesa per la serie de’ prefetti di Roma (Bologna 1772), in cui contestava le critiche di M. Guarnacci allo scolopio Odoardo Corsini, autore delle Series praefectorum Urbispubblicate nel 1763. Ad Amaduzzi, che lo aveva criticato, rispose con una Lettera dell’anonimo difensore del p. Corsini(1773).
Sempre più in fama di erudito, mentre intratteneva una fitta corrispondenza con G. Fantuzzi e aiutava A. Zirardini nei suoi studi di papirologia, si dedicò allo studio delle iscrizioni inedite del Museo Clementino e allo schedario dell’archivio di Garampi, dal quale aveva ripreso anche l’idea di un’opera Orbis Christianus. Consultato su documenti e manoscritti, dimostrò, insieme con Callisto Marini, con un Esame critico di alcuni monumenti spettanti all’apparizione della Madonna del Buon Consiglio di Genazano, l’autenticità di un piccolo codice contenente il racconto dei miracoli di Genazzano nel 1467. Nel 1776 fu ascritto all’Accademia Fulginia e partecipò al dibattito in corso sulla poetessa Corilla Olimpica (Maria Maddalena Morelli Fernandez), coronata d’alloro nell’Arcadia, ma fatta bersaglio di clamorose contestazioni. Nel 1779, anno in cui fu ascritto alla napoletana Accademia di scienze e belle arti, le sue Osservazioni istorico-critiche sopra un’antica pergamena dell’Archivio del Capitolo di S. Martino nella diocesi di Camerino, offrirono la prova che il documento recante l’atto di fondazione del monastero di S. Michele Arcangelo infra Ostia era una copia autentica e affidabile dell’originale risalente all’XI o al XII secolo. Egli ritenne la soppressione della Compagnia di Gesù un grave danno per la Chiesa; questa e l’impreparazione dei prelati di Curia erano, a suo giudizio, la causa principale della decadenza di Roma.
Alla morte di Zampini, nel 1782, il M. fu nominato prefetto degli Archivi della S. Sede. Nello stesso anno Carlo Eugenio duca di Württemberg, su proposta del cardinale S. Borgia, lo scelse come suo residente presso Pio VI. A tale esperienza, che lo obbligava a scrivere ogni settimana un dispaccio, il M. aggiunse quella di agente della Repubblica di San Marino.
Nel campo degli studi la tappa successiva fu costituita da un’opera sugli Archiatri pontifici (I-II, Roma 1784), ampliamento e correzione delle ricerche di P. Mandosio. Vennero poi nel 1785 le Iscrizioni antiche delle ville e de’ palazzi Albani, e, l’anno dopo, una Lettera al sig. Giuseppe Antonio Guattani sopra un’ara antica, in cui discuteva con Oderici l’autenticità di una moneta attribuita ad Ariulfo duca di Spoleto. Nominato socio della Società Georgica di Montecchio, nel 1790 intrattenne l’ex gesuita V.M. Giovenazzi su un antico epitaffio ritrovato a Roma nel cimitero di S. Trasone, attribuito erroneamente a s. Felice II, su cui alimentò un intenso dibattito con l’archeologo e presidente dell’Accademia ecclesiastica A. Paoli. Tra l’altro, ebbe anche a occuparsi della riforma del breviario e del calendario ordinata da Benedetto XIV, ma rimasta incompiuta.
Sulle questioni interne alla vita della Chiesa il M. prese più volte le distanze dal giansenismo italiano, avversò il giurisdizionalismo dei sovrani europei e non approvò la prudenza di Pio VI nel condannare gli avvenimenti rivoluzionari di Francia.
I suoi interessi restavano saldamente ancorati alla cultura letteraria. Socio dal 1791 dell’Accademia etrusca di Cortona, convenne con l’amico E.Q. Visconti nel ritenere sostanzialmente negativa la produzione letteraria corrente, a esclusione dei lavori di G. Tiraboschi, dell’abate L. Lanzi e del domenicano G.B. Audiffredi. Instancabile ricercatore, nel 1795 pubblicò Gli atti e monumenti de’ fratelli Arvali, per poi occuparsi dei latercoli ritrovati tra i ruderi delle terme di Tito; sono del 1797 le note sui professori dell’Archiginnasio romano del primo Cinquecento.
Nominato archivista generale della Nazione durante la Repubblica Romana, alla quale giurò fedeltà nel maggio 1798, ottenne il permesso di trasferire l’Archivio di Castello e altri archivi ecclesiastici presso l’Archivio segreto Vaticano; altre benemerenze le guadagnò come presidente della Biblioteca, Archivio e Museo Vaticani e come membro dell’Istituto nazionale delle scienze e delle arti. Alla caduta della Repubblica ritrattò prontamente il 7 apr. 1799 il giuramento e ciò gli valse il 18 ag. 1800 il posto di primo custode della Biblioteca apostolica Vaticana. Nel 1805, a conclusione di una lunga ricerca apparvero a Roma I papiri diplomatici: un libro di alta erudizione concernente lettere pontificie, diplomi e testamenti. La tranquillità del M., tuttavia, durò poco giacché – instaurato il regime napoleonico – il 2 apr. 1808 fu espulso da Roma e costretto a rientrare nel luogo natio (Dipartimento del Rubicone). Fu comunque richiamato nel gennaio 1809 e reintegrato nelle sue cariche; due mesi dopo gli fu assegnato come coadiutore il nipote Marino Marini.
Nella sua vita sopraggiunse a questo punto una svolta. Nel 1810, infatti, il M. accettò di spostarsi a Parigi per prendersi cura degli archivi pontifici che Napoleone aveva fatto trasferire in Francia. Accompagnato dal nipote Marino e dal benedettino C. Altieri, giunse a Parigi l’11 apr. 1810. Sollecitato da lontano da Pio VII, svolse per quattro anni il suo lavoro con la competenza e lo zelo usuali; e quando l’imperatore abdicò (6 apr. 1814) e Luigi XVIII dispose che gli archivi sottratti fossero restituiti al papa (19 apr. 1814), il M. avviò, con il nipote, le opportune procedure, sospese di lì a poco per il ritorno temporaneo di Napoleone (26 febbr. 1815).
Il M. restò comunque in Francia e morì a Parigi il 17 maggio 1815.
Dopo la sua morte fu data alle stampe un’edizione della Divina Commedia, alla quale egli aveva collaborato insieme con A. Renzi e G. Muzzi (I-IV, Firenze 1817-19).
Fonti e Bibl.: Arch. segr. Vaticano, Arch. della PrefetturaCarte Marini, 2-3, 6, 10, 13, 15, 16, 20, 21; Stoccarda, Hauptstaatsarchiv, A.74, Bü. 172-177; Biblioteca apost. Vaticana, Arch. Bibl., 3-4, 12-13, 42, 52, 56, 60, 101-102, 106; Vat. lat., 9020-9151, 10963-10967; E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del sec. XVIII e de’ contemporanei, IV, Venezia 1837, pp. 123-126; G.B. De Rossi, Prefazione a G. Marini, Iscrizioni antiche doliari, Roma 1884; I. Carini, La coronazione di Corilla giudicata da G. M., in Giorn. stor. della letteratura italiana, XX (1892), pp. 311-314; L. Auvray - G. Goyau, Correspondance inédite entre G. M. et Isidoro Bianchi, in Mélanges d’archéologie et d’histoire de l’École française de Rome, XII (1892), pp. 433-471; XIII (1893), pp. 61-151, 225-245; Lettere inedite di G. M., a cura di E. Carusi, I, Roma 1916; II-III, Città del Vaticano 1938-40; G. Annibaldi, A proposito del ritrovamento del dialogo contro i fraticelli. Lettere inedite di G. M., Falconara 1970; M. Miglio, Il carteggio tra G. M. ed Annibale Mariotti e l’edizione del primo libro del «De gestis Pauli Secundi» di Gaspare da Verona, in Studi sul Medioevo cristiano offerti a Raffaello Morghen…, I, Roma 1974, pp. 519-537; Novelle letterarie, n.s., I (1770), coll. 715-719; VIII (1777), col. 699; XVI (1785), coll. 420-422; XVII (1786), coll. 275-277; XXII (1791), coll. 148 s.; Notizie sulla vita e sulle opere di monsignore G. M. primo custode della Biblioteca Vaticana e prefetto degli Archivi segreti della S. Sede, raccolte dall’abate A. Coppi dell’Acc. Tiberina de’ 17 dic. 1815, Roma s.d. [ma 1816]; M. Marini, Degli aneddoti di G. M., Roma 1822; R. Mecenate, Osservazioni sulle aneddoti di mons. G. M., pubblicate nel commentario da suo nipote, mons. Marino Marini, Roma 1823; G. Marini,Memorie istoriche degli Archivi della S. Sede, in Memorie istoriche degli Archivi della S. Sede e della Biblioteca Ottoboniana ora riunita alla Vaticana, Roma 1825, pp. 5-39; M. Marini, Memorie istorico-critiche di Santo Arcangelo, Roma 1844; H. Laemmer, Monumenta Vaticana…, Friburgi Brisgoviae 1861, pp. 433-453; M. Marini, Memorie stor. dell’occupazione e restituzione degli Archivi della S. Sede e del riacquisto de’ codici e Museo numismatico del Vaticano e de’ manoscritti e parte del Museo di storia naturale di Bologna, in Regestum Clementis Papae V, I, Romae 1885, pp. CCXXVIII-CCCXXV; P. Battifol, Mesures prises à Rome en 1798 et 1799 pour sauvegarder les collections du Vatican pendant l’invasion française, in Bull. de la Société nationale des antiquaires de France, 1889, n. 2, pp. 106-113; G. Mercati,Opere minori, III, Città del Vaticano 1937, pp. 380-382; G. Gasperoni, Il carteggio inedito del p. Ireneo Affò con G. M., inArch. stor. per le provincie parmensi, s. 3, VI (1941), pp. 143-179; Id., Nella Roma del Settecento: G. M. filologo ed archeologo, in Accademie e Biblioteche d’Italia, XVI (1942), pp. 329-336; Id., Il contributo di G. M. al movimento erudito e storico del Settecento, ibid., XVII (1942), pp. 78-90; G. Castellani, Contributo di G. M. e di Giovanni Fantuzzi alla storia della soppressione dei gesuiti, in Archivum historicum Societatis Iesu, XI (1942), pp. 98-112; R. Ritzler, Die Verschleppung der päpstlichen Archive nach Paris unter Napoleon I. und deren Rückführung nach Rom in den Jahren 1815 bis 1817, inRömische historische Mitteilungen, VI-VII (1962-64), pp. 144-190; J. Bignami Odier, La Bibliothèque Vaticane de Sixte IV à Pie XI, Città del Vaticano 1973, pp. 200 s.; J. Mauzaize, Le transfert des Archives Vaticanes à Paris sous le premier Empire, in Bull. de l’Association des archivistes de l’Église de France, VIII (1977), pp. 3-14; I documenti del processo di Galileo Galilei, a cura di S.M. Pagano, Città del Vaticano 1984, pp. 15-18; G. Gualdo, Sussidi per la consultazione dell’Arch. Vaticano, Città del Vaticano 1989, pp. 26 s., 30, 315 s., 369, 374 s.; I. Polverini Fosi, «Siam sempre sossopra ed in gran moto per i francesi». Gli echi della Rivoluzione nelle lettere di G. M. a Carlo Eugenio duca del Württemberg (1789-1793), in Arch. della Soc. romana di storia patria, CXV (1992), pp. 181-215; M.P. Donato, Accademie romane. Una storia sociale (1671-1824), Napoli 2000, pp. 39, 158, 168, 175, 178; Ph. Boutry, Souverain et pontife. Recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l’âge de la Restauration (1814-1846), Rome 2002, pp. 583-585; L. Fiorani - D. Rocciolo, Chiesa romana e Rivoluzione francese, 1789-1799, Rome 2004, pp. 96, 121, 150, 152, 175, 177, 188, 300, 320, 351 s., 453; Dict. d’archéologie chrétienne et de liturgie, X, Paris 1932, coll. 2145-2163; Enc. cattolica, VIII, sub voceD. Rocciolo

mercoledì 22 giugno 2016

DE ANGELIS, Domenico (D. Francesco Niccolò)

(Lecce 1675 - ivi 1718) religioso ed erudito. Fu in Spagna come cappellano di un reggimento militare, passò per Parigi dove fu presentato a Luigi XIV. Venne fatto prigioniero sui Pirenei da soldataglie ribelli e condotto a Barcellona. Nel 1709 ritornò a Roma.

DBI

domenica 19 giugno 2016

DONDI DALL'OROLOGIO, Francesco Scipione




DONDI DALL'OROLOGIOFrancesco Scipione. - Nacque a Padova il 19 genn. 1756 dal marchese Gasparo e da Maria Antonietta Cittadella. Studiò nel collegio dei nobili di Modena; tornato in patria nel 1775, venne ascritto all'Accademia dei Ricovrati e poi a quella di scienze, lettere ed arti; ordinato sacerdote nel febbraio 1780, due anni dopo, il 21 luglio, fu eletto canonico della cattedrale. Zelante nei doveri ecclesiastici e appassionato studioso di storia si impose all'attenzione dei colleghi e il 25 nov. 1796, alla morte del vescovo Nicolò Giustiniani, fu eletto dal capitolo vicario generale in regime di sede vacante.
Si avvicinavano per Padova ed il Veneto giorni tempestosi ed egli, come capo di fatto della diocesi, si trovò al centro della bufera rivoluzionaria: sino all'arrivo dei Francesi non palesò apertamente sentimenti "democratici", a differenza del fratello Scipione, "imprudentissimo e sfacciatissimo giacobino", che venne anche arrestato e tradotto a Venezia. Quando a Padova si installò la nuova Municipalità democratica non celò però il suo favore e si sforzò di orientare i fedeli a una pacifica e convinta adesione al nuovo ordine di cose, da lui dipinto come favorevole alla religione; celebrò la messa per la Municipalità nel palazzo pretorio e nella pastorale del 7 maggio 1797 ebbe parole entusiastiche per "la generosità dell'invitta Repubblica Francese" e la libertà assicurata dall'"eroe" corso: i "giacobini" lo ricambiarono acclarnandolo, due giorni dopo, vescovo della città ma la nomina, non confermata dalla S. Sede, non ebbe efficacia pratica. I suoi sentimenti "democratici" trasparirono chiari anche con l'aperta adesione alla petizione per l'unione alla Cisalpina: se certo esagera l'anonimo cronista degli Annali di Padova (Biblioteca universitaria di Padova, ms. 860) nel definirlo senz'altro "vicario giacobino", non c'è dubbio che il D. simpatizzò apertamente per la Municipalità, come del resto il suo comportamento successivo, ispirato ad un duttile pragmatismo e talvolta a un pieghevole conformismo e alla logica dei fatti compiuti, dimostrò ad abundantiam. Giurò di malavoglia fedeltà al nuovo regime austriaco (febbraio 1798), ma poi nel 1799, nel momento culminante della vittoriosa offensiva del feldmaresciallo russo A. V. Suvorov, inneggiò all'Austria, vindice della religione, e salvatrice dei popoli dalle "tenebre dell'errore", "dalla tirannia e dalla strage", che con le sue armate faceva cadere le mura di Gerico: si sbilanciò anche a deprecare le "tenebre dell'errore e dell'anarchia" della defunta democrazia e l'"apparente libertà" che "offriva i ceppi del dispotismo e i ceppi dell'irreligione", e ad inneggiare al "soave governo che ci restituì i veri diritti della vita sociale", ma nel gennaio 1801 resistette abilmente al tentativo degli Austriaci di impossessarsi di 100.000 lire della mensa vescovile. In effetti, al di là delle lodi di circostanza, di cui del resto non fu mai avaro in occasione dei numerosi mutamenti di governo che si trovò a fronteggiare, i suoi rapporti col governo austriaco furono caratterizzati da un'aperta diffidenza. Secondo il Brotto, a Padova l'imperatore avrebbe nominato vescovo il cardinale F. Herzan von Harras ma la S. Sede avrebbe rifiutato di riconoscerlo per cui il D., che il 24 sett. 1805 era stato consacrato vescovo di Salamina di Cipro, in partibus infidelium, continuò a reggere interinalmente la diocesì.
La pastorale del 1º genn. 1806, che salutava l'annessione di Padova al neonato Regno Italico, traboccava di retorica e di ridondanti espressioni di entusiasmo per il nuovo regime: agli Austriaci, "barbari" dileguatisi "come l'acqua in sulla terra", subentrava il governo dell'"Eroe del secolo", che "tanto caramente ci rappresenta... l'immagine benefica" di Dio, "invitto in guerra e sommo in pace".
Gli anni 1806-07 furono densi di riforme e innovazioni, non tutte gradite ai cittadini, ai fedeli ed al clero e talvolta neppure al mite e governativo D.: questi si rifiutò di calmare il popolo in occasione del cambio della moneta, difese vittoriosamente la competenza del tribunale ecclesiastico nelle cause matrimoniali, ma accettò volentieri di collaborare alla riduzione e concentrazione dei monasteri e questo atteggiamento gli procurò una diffusa impopolarità. La pronta e leale adesione al regime napoleonico ricevette un aperto riconoscimento: primo dei vescovi veneti ad essere nominato cavaliere dell'Ordine della Corona ferrea. l'11 genn. 1807, con decreto imperiale firmato al quartiere generale di Varsavia, fu nominato vescovo di Padova: preconizzato dal papa il 18 settembre, prestò giuramento a Milano l'8 novembre, prese possesso il 29 dicembre e fece l'ingresso solenne il 5 genn. 1808.
La sua linea di convinta e totale collaborazione col governo napoleonico continuò senza ripensamenti in tutti gli anni seguenti: emanò una lettera circolare per secondare la coscrizione obbligatoria (21 febbr. 1807), impose al clero, in parte riluttante, il nuovo catechismo nazionale, appoggiò la riforma dell'anagrafe, la traslazione dei cimiteri, celebrò Te Deum per le vittorie militari dell'imperatore, operò di concerto colle autorità la riduzione delle chiese parrocchiali di Padova (1807), subì senza batter ciglio insolenze, satire e critiche popolari in occasione dei tumulti del 1809, prese provvedimenti contro alcuni regolari troppo zelanti dell'Austria, cooperò con una circolare all'estirpazione del brigantaggio. Rimeritato della sua fedeltà con la nomina, l'8 ott. 1809, a commendatore dell'Ordine della Corona di ferro, scrisse una pastorale che segnò il culmine della sua "apologetica" napoleonica: l'imperatore è "ministro d'un Dio di giustizia e di misericordia", la sua "luminosa campagna" militare, "tutta opera del Signore", ha prostrato le aquile austriache, preservando l'Italia dal ritorno "agli orrori dei secoli Vandali e Goti" (Giornale italiano, 1809, n. 310).
Proprio all'apogeo della potenza napoleonica il D. affrontò uno dei momenti più critici, ma anche più controversi, della sua vita politica ed ecclesiastica: l'11 febbr. 1811 il Giornale italiano pubblicò, insieme a quello di altri vescovi italiani, la sua adesione all'appello dei canonici parigini (del 5 gennaio) con la rivendicazione delle libertà della Chiesa gallicana. Tanto l'indirizzo parigino quanto quello dei vescovi italiani erano stati apertamente sollecitati dal governo e il D. non avrebbe certo potuto sottrarsi, ma il testo stampato era così audace e sbilanciato in senso gallicano e antipapale da suscitare perplessità e sconcerto in molti contemporanei: finché durò il Regno Italico il D. tacque ma in una pastorale del 20 maggio 1814, quando ormaì erano tornati gli Austriaci, dichiarò falso quel documento, sostenendo che il testo stampato non corrispondeva a quello da lui scritto: la questione divise autorità politiche ed ecclesiastiche contemporanee e suscitò contrastanti intepretazioni anche tra gli storici posteriori È certo comunque che in quell'occasione il D. rifiutò la nomina ad arcivescovo di Milano; in occasione del concilio nazionale dei vescovi francesi e italiani convocato a Parigi tra il maggio e l'ottobre dello stesso anno tenne un atteggiamento defilato, anche a causa delle sue precarie condizioni di salute. In mezzo alle incessanti innovazioni del governo napoleonico e al turbinoso succedersi degli eventi militari e politici non trascurò la cura della diocesi: del suo zelo pastorale sono testimonianza sicura le lodi dei cronisti conservatori e le parole di apprezzamento più volte spese da funzionari austriaci che pure segnalarono al governo di Vienna i suoi sentimenti politici apertamente filofrancesi.
Tra le sue attività pastorali più significative, oltre all'attenzione per l'insegnamento della dottrina cristiana (nel 1813 fece anche tradurre in dialetto cimbro, ad uso dei fanciulli delle parrocchie dei Sette Comuni, il catechismo nazionale), è da ricordare la visita pastorale, condotta in più riprese dal 1809 alla morte, oggi preziosa testimonianza delle condizioni economiche, morali e religiose della diocesi negli anni del governo napoleonico, così fecondo di riforme di ogni genere.
Fedele fino all'ultimo al Regno Italico, accettò senza aperte resistenze il governo austriaco e cercò anche di ingraziarselo con la famosa ritrattazione dell'indirizzo dell'11 febbr. 1811 e con altri gesti di buona volontà e sottomissione, ma i rapporti con i nuovi dominatori rimasero sempre improntati a freddezza e diffidenza. Informazioni riservate di polizia sottolinearono alle autorità viennesi i suoi trascorsi politicì filofrancesi e le sue permanenti amicizie con persone devote a Napoleone e certo a non migliorare il clima contribuì la sua resistenza alla soppressione dell'insegnamento della teologia nel seminario; un rapporto riservato del maggiore Franco, comandante della piazza di Padova, steso nei primi giorni dell'occupazione militare della città, lo collocava addirittura tra i membri della disciolta loggia massonica ma questa notizia, non ripresa in seguito dalle autorità austriache, è probabilmente più frutto della sua pubblica fama di vicario e poi vescovo "giacobino" che di una sua effettiva adesione a una associazione di cui egli, sempre attento a rimanere nei confini della più scrupolosa ortodossia, non ignorava certo le numerose condanne papali (Brotto, p. 109).
Tra le mutevoli sorti delle vicende politiche e le quotidiane fatiche del ministero pastorale il D. trovò sempre uno spazio di tempo da dedicare ai prediletti studi di storia ecclesiastica che tanta fama gli procurarono tra i contemporanei. Sin dai primi anni del suo ingresso nel capitolo si dedicò al riordino dei documenti dell'archivio: testimonianza di questa meritoria opera di sistemazione delle fonti sono il Prospectus tabularii ecclesiae maioris Patavinae, l'Index cronologico-historicus rotulorum archivii reverendissimi capituli Patavini, gli Indices dei 34 volumi di pergamene relative alle vicende patrimoniali, giuridiche e religiose del capitolo stesso e infine la Serie cronologico-istorica dei canonici di Padova(Padova 1805), utile strumento erudito per la storia di questa istituzione ecclesiastica ("li Vescovi muoiono e li Capitoli non mai", scrisse convinto nella prefazione). Arricchi di libri, codici, monete napoleoniche la biblioteca del seminario (tra l'altro donò una lettera autografa di Petrarca), favorì gli studi eruditi e fu autore egli stesso di trentuno pubblicazioni: omelie, saggi (tra cui Due lettere sopra la fabbrica della cattedrale, Padova 1794), lettere pastorali su vari argomenti di attualità civile ed ecclesistica, dissertazioni su svariati temi di erudizione ecclesiastica, elogi ffinebri, una biografia del cardinale Prata (Sinodo inedito di Pileo cardinal Pratavescovo di Padovae notizie della di lui vita, Padova 1795). L'intreccio tra temi storico-ecclesiastici e attualità politica traspare evidente nell'Istruzione pastorale sopra li cimiteri (Padova 1809), scritta in occasione dell'apertura del nuovo cimitero comunale fuori porta Savonarola.
I saggi "principi e massime del governo" sono "poi anche quelli della Chiesa in tutti i secoli", mutati col passare del tempo "dall'ambizione de' Grandi, dalla docile connivenza de' Vescovi, e dalla mal intesa pietà de' fedeli". La difesa della volontà napoleonica di proibire le sepolture nelle chiese e di erigere nuovi cimiteri fuori città è ricondotta alle vecchie usanze ebraiche, romane, protocristiane: i fedeli devono "cooperare efficacemente alle sagge viste del Principato, viste analoghe alle leggi della Chiesa", nella fiduciosa convinzione che "sarà decoroso al culto divino, consono allo spirito della Chiesa, utile all'umana conservazione, che non si seppelliscano cadaveri in Chiesa, ma tutti vengano indistintamente recati ne' pubblici cimiteri" (pp. 13.15).
L'opera più celebre del D. sono le nove Dissertazioni sopra l'istoria ecclesiastica di Padova (Padova 1802-1817), che non vogliono essere, per sua stessa ammissione, "una Storia seguente" ma una raccolta di "documenti" e "osservazioni" per "stabilire più solidamente in parte, ed in parte ad accrescere con nuovi lumi le fin'ora edite serie de' Vescovi di Padova" (p. 11); si tratta in effetti di una serie di biografie dei vescovi patavini, raccordate da notizie storiche sulla diocesi e accompagnate da ampie appendici documentarie. Completa il suo lavoro erudito la Dissertazione sopra li ritidisciplina,costumanzedella Chiesa di Padova sino al XIV secolo (Padova 1816).
Qui egli mette in luce le "strane e ridicole" pratiche religiose dei secoli "bui" della Chiesa padovana, che provano "le aberrazioni e debolezze dell'umane menti, le quali allontanandosi dall'ossequio ragionevole dell'Apostolo, abbracciarono il falso di buona fede, facendone anzi pompa siccome di nobile, religioso e conveniente ornamento" (p. 2): il suo moderato illuminismo disapprova i molti esempi di "materialismo" nei riti medievali ma esprime ammirazione per quei buoni cristiani "che sebben rozzi, anziché beffarsi di quelle costumanze ridicole o indecenti vi assistevano e le onoravano con sommo rispetto e venerazione per il mistero che da quelle veniva rappresentato" (p. 63).
Le ricerche storiche del D., benché non sempre inappuntabili per precisione di dati e accuratezza nell'edizione delle fonti, costituiscono un'importante tappa nella storiografia sulla diocesi di Padova. Le animosità politiche che accompagnarono tutta la sua opera di vescovo lambirono anche la sua attività di storico: se forse ha ragione il Bellini ad attribuire a Pietro Ceoldo molte indagini e la trascrizione dei documenti usati per la Dissertazioni (Bellini, Sacerdoti, p. 100), è certo frutto di livore contro il "vicario giacobino" l'insinuazione, raccolta nel marzo 1815 da un funzionario austriaco, che siano addirittura altri gli autori dei suoi lavori (Brotto, p. 221).
Morì a Padova il 6 ott. 1819.
Fonti e Bibl.: Padova, Biblioteca del Seminario, mss. 551-552: G. Gennari, Notizie giornaliere di quanto avvenne specialmente in Padova dall'anno 1739 all'anno 1800 (ora edite a cura di L. Olivato, Padova 1982); Ibid., Biblioteca del Museo civico, ms. 1076: G. Polcastro, Memorie per servire alla vita civile e politica d'un padovano; Ibid., ms. B. P. 64: B. Fiandrini, Cronaca del monastero di Praglia; Ibid., ms. B. P. 1030: Catalogo delle pastoralinotificazionieditti e circolari pubblicate dall'ille revmonsF.S.D.; Ibid., Bibl. universitaria, ms. 860: Annali di Padova dai primi atti della democrazia,nell'aprile del 1797 al 5 aprile 1801passim; Ibid., Arch. della Curia vescovile, Visitationum voll. CVIII, CIX, CX; Ibid., A. Comino, Memorie; S. Melan, Elogia illustrissimi et reverendissimi Francisci Scipionis episcopi Patavini urbis ecclesiis rite perlustratis in unum collecta, Patavii 1810; Id., Laudatio in funere Francisci Scipionis Dondi ab Horologio episcopi Patavini 1819; Id., Elogi, in Opere itale latine, III, Padova 1840, p. 75; Biografia universale antica e moderna, XVI, Venezia 1824, pp.190 ss.; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, Padova 1832, pp. 347-354 (con l'elenco completo delle opere edite ed inedite); C. Cantù, Cronistoria dell'indipendenza ital., Milano 1877, pp. 743 ss.; Y. Toffanin, Il dominio austriaco in Padova dal 20 gennaio 1798al 16 genn1801, Padova-Verona 1901; A. Ongaro, La Municipalità a Padova nel1797, Feltre 1904; F. Sartori, La nobile famiglia Dondi Dall'Orologio, Padova 1901; G. Cristofanelli, Della cultura padovana sullo scorcio del secXVIII e nei primi del XIX, Padova 1905; L. Ottolenghi, FSD., vescovo di Padova e l'indirizzo 11 febbr1811, in Atti e memdRAccademia di scienze e lettere ed arti di Padova, n. s., XVII (1901), pp. 209-221; Id.,Padova e il dipartimento del Brenta dal 1813 al 1815, Padova 1909; A. G. Brotto, F.S.Dvicario capitolare e vescovo di Padova1796-1819, Padova 1909 (con l'indicazione di molte fonti archivistiche padovane e veneziane); R. Cessi,Sul'indirizzo 11 febbr1811del vescovo FSDa Napoleone, in Bolldel Museo civico di Padova, XIII (1910), pp.67-71: [L. Todesco-G. Serena], Il Seminario di Padova...., Padova 1911, pp. 247 ss., 272 s.; [G. Bellincini], La diocesi di Padova sotto il vicariato di monsFSD., Padova 1923; G. Bellini, Sacerdoti educati nel seminario di Padova distintiper virtù scienza posizione sociale, Padova 1951, pp. 154 ss.; A. L. Coccato, Distribuzione e provenienza del clero nella diocesi di Padova del primo Ottocento, in Contributi alla storia della Chiesa padovana, a cura di A. Gambasin, II, Padova 1984, pp. 219-240; Id., La visita pastorale di FSDnella diocesi di Padova, Vicenza 1989; P. Preto, FSD., vescovo "giacobinoe uomo di culturatra francesi e austriaci, in Contributi alla bibliografia storica della Chiesa padovana, 6, in Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana, XXIII (1991), pp. 13.30; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, VII, Patavii 1968, pp. 300, 376.

VISCONTI, Ennio Quirino




ETO:
ViscóntiEnnio Quirino. - Archeologo e umanista (Roma 1751 - Parigi 1818). Profondo conoscitore dei testi e del mondo classico, V. ricoprì diverse prestigiose cariche che gli consentirono l'osservazione e lo studio attento delle opere dell'arte antica. A lui si deve, infatti, l'identificazione di alcuni capolavori dell'arte greca, fra cui l'Afrodite cnidia di Prassitele, l'Irene e Pluto di Cefisodoto, e il riconoscimento dell'altissimo valore delle sculture del Partenone portate aLondra da lord Elgin. 
VITA E OPEREFiglio di Giovanni Antonio Battista, fin dall'infanzia, manifestò eccezionali doti mnemoniche e intellettuali, che gli consentirono di arrivare ben presto ad avere una perfetta conoscenza delle lingue e dei testi classici. A 13 anni tradusse l'Ecuba euripidea, a 19 si laureò in giurisprudenza. Acquistò presto fama per la sua eccezionale dottrina e fu consulente di studiosi e letterati, tra i quali V. Monti, di cui riscontrò col testo greco e corresse la traduzione dell'Iliade. Ebbe da Pio VI cariche, pensioni e l'ufficio di custode della Biblioteca Vaticana, benefici che perdette perché non volle seguire la carriera ecclesiastica; divenne poi bibliotecario del principe Sigismondo Chigi. Dal 1778 collaborò con il padre nella descrizione del Museo Pio-Clementino (vol. 1, col solo nome del padre, 1783) e dopo la sua morte completò l'opera (voll. 2-71784-1807). Fu console della Repubblica Romana (1798), poi presidente della sezione di storia e antichità del nuovo Istituto nazionale delle scienze e delle arti. All'occupazione napoletana di Roma riparò a Perugia, poi (1799) a Parigi, dove fra l'altro diresse il Musée Napoléon (odierno Louvre), del quale descrisse le collezioni, e dove fu creata per lui una cattedra di archeologia. Dal 1803 fu conservatore delle antichità, e, per nomina del Primo Console, membro dell'Istituto di Francia. Dopo la Restaurazione ebbe la protezione dei Borboni. Fra le sue opere, importanti l'Iconographie grecque (3 voll., 1808-11) e l'Iconographie romaine, rimasta incompiuta (vol. 11817).

ZUCCARELLI, Francesco




ETO:
Zuccarèlli ‹z-›, Francesco. - Pittore (Pitigliano 1702 - Firenze 1788); allievo a Firenze di P. Anesi, a Roma studiò i paesaggi del Lorenese e di A. Locatelli e le vedute di G. P. Pannini, a Venezia (iscritto alla Fraglia dei pittori, 1736) risentì di M. Ricci. Lavorò a Bergamo (1736174717481751) e nel 1752 si recò a Londra, quindi ritornò a Venezia (1763), dopo aver visitato anche Parigi, la Germania, i Paesi Bassi. I suoi paesaggi, animati da figure, trattati con tocco leggero e arioso, sono di piacevole effetto decorativo: lo spirito eroico e romantico dei paesaggi di M. Ricci si trasforma in grazia arcadica.