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giovedì 30 giugno 2016

SERATTI, Francesco



Da WIKIPEDIA:

Francesco Seratti (Siena1730 – Tunisi1º febbraio 1814) è stato un politico italiano, primo ministro del Granducato di Toscana dal 1796 al 1798, sotto Ferdinando III di Toscana.

Biografie[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Siena da antica famiglia pontremolese, discendente del funzionario granducale Agostino Seratti, auditore fiscale di Siena, Francesco Seratti nel 1768 fu nominato segretario del dipartimento degli Affari Esteri e, successivamente, del Consiglio di Stato del granducato di Toscana.
Nominato Governatore di Livorno, al ritorno a Firenze divenne primo ministro del Granducato di Toscana dal 1796 al 1798, sotto Ferdinando III di Toscana.
Con la caduta temporanea del granducato di Toscana per mano francese, Francesco Seratti si rifugiò in Sicilia alla corte dei Borboni dove fu nominato ministro delle Relazioni Estere del Regno delle Due Sicilie.
Nella seconda metà del 1813, deciso a tornare in Toscana, si imbarcò su una nave diretta a Livorno, ma attaccata da un gruppo di pirati tunisini, il Seratti venne fatto schiavo dal Bey di Tunisi e condotto a Tunisi dove morì pochi mesi dopo[1].

SCOPOLI, Giovanni Antonio

(Cavalese 1723 - Pavia 1788) naturalista e medico. Lavorò come medico a Idria (Slovenia) dove insegnò anche chimica metallurgica; fu poi chiamato ad insegnare mineralogia e metallurgia a Chemnitz (ora Slovacchia, ma allora Ungheria).

ETO

martedì 28 giugno 2016

PASSIONEI, Domenico Silvio

(Fossombrone 1682 - Frascati 1761) religioso. Svolse vari incarichi all'estero che lo misero in contatto con gli ambienti culturali europei. Nel 1706 portò la berretta cardinalizia a Filippo Antonio Gualterio a Parigi. La Nunziatura ne chiese l'espulsione, e nel 1708 partì per le Fiandre. Con l'intenzione di raggiungere Londra, si propose per un incarico nei Paesi Bassi, e partecipò a vari trattati di Pace a l'Aja, Utrecht, Baden, Soleure (Svizzera), sempre dedicandosi alla passione di collezionista di libri. Nel 1716 tornò a Parigi. Dopo un periodo in Italia, nel 1721-29 fu nunzio a Lucerna, e dal 1730 fu nunzio a Vienna.

DBI

G.V. Vella, L’abate D. P. e le sue missioni diplomatiche dal 1798 al 1716, in Nuova rivista storica, XXXIII (1949), 4-6, pp. 302-341; XXXIV (1950), 3-4, pp. 197-234;
M. Cittadini Fulvi, Le amicizie francesi del cardinale D.P., in Cultura e società nel Settecento, Fonte Avellana 1987, pp. 11-28;
D. Squicciarini, Nunzi apostolici a Vienna, Città del Vaticano 1998; 

Pindemónte, Giovanni




. - Poeta (Verona 1751 - ivi 1812), fratello maggiore di Ippolito. Ardente e irrequieto, ebbe vita avventurosa e battagliera. Avendo fervidamente aderito alle idee rivoluzionarie, andò esule a Parigi nel 1793; caduta la Repubblica veneta, tornò in Italia, ma l'invasione austro-russa lo portò di nuovo a Parigi, dove fu sospettato di cospirazioni antinapoleoniche. Tornato a Milano, fu membro del Corpo legislativo della Repubblica italiana (1802). Gli avvenimenti gli ispirarono rime politiche e patriottiche come l'Ode alla Repubblica Cisalpina (1798) e il poemetto Le ombre napoletane (post., 1883) in cui evoca i martiri del 1799. Più importanti le dodici tragedie di schema alfieriano, ma con influssi shakespeariani e larga concessione allo spettacolare e al patetico (Mastino I della ScalaI coloni di Candia,Orso IpatoAgrippinaCianippoI BaccanaliAdelina e RobertoIl salto di LeucadeGinevra di ScoziaElena e Gerardo,Donna Caritea regina di SpagnaCincinnato), da lui pubblicate a Milano nel 1804-05 col titolo di Componimenti teatrali (4voll.), precedute da un Discorso sul teatro italiano.

Innocènzo XIII papa





. - Michelangiolo Conti dei duchi di Poli (Poli 1655 - Roma 1724), governatore di Ascoli, di Frosinone, di Viterbo, nunzio in Svizzera (1695-98) e a Lisbona (1698-1708), cardinale (1706) e vescovo di Osimo (1709-12) e di Viterbo (1712-19), fu elevato al pontificato nel 1721, succedendo a Clemente XI. Svolse una politica incerta verso le grandi potenze cercando di tutelare i diritti della Santa Sede: resistendo alle pressioni della Spagna e di Parma nel 1723assolse il cardinale Silvio Alberoni caduto in disgrazia presso la corte spagnola e per compiacere la Francia creò (1721) cardinale G. Dubois; investì l'imperatore Carlo VI del regno di Napoli e di Sicilia ottenendo il tributo della chinea, ma non riuscì a far abolire il privilegio dell'Apostolica legazia di Sicilia, né a concludere l'auspicato concordato con la Spagna. Sul piano religioso, condannò i sette vescovi francesi filogiansenisti che si erano appellati contro la bolla Unigenitus(1722), ma fu anche poco favorevole ai gesuiti. Illuminata la sua amministrazione dello stato pontificio (libera circolazione dei grani all'interno, ecc.).

PAOLI, Pasquale

(Morosaglia CORSICA 1725 - Londra)


. – Nacque il 6 aprile 1725 a Morosaglia, nella pieve di Rostino (Corsica), da Giacinto e Dionisia Valentini.
Sesto figlio, e secondo maschio, di una famiglia di notabili di campagna, con un padre letterato e non privo di conoscenze giuridiche, fece i primi studi presso il convento francescano di Rostino. Quando nel 1739 Giacinto, segnalatosi come uno dei capi della rivolta contro Genova scoppiata sei anni prima, fu costretto all’esilio, il figlio quattordicenne lo seguì a Napoli. Entrato nel reggimento «Corsica» e poi nel «Real Farnese», di stanza a Siracusa e più tardi a Porto Longone, dal 1745 al 1749 frequentò l’Accademia reale di artiglieria.
In quegli anni Paoli, che in seguito mostrò di unire alla conoscenza delle Sacre Scritture (e in particolare dell’Antico Testamento) una buona cultura classica, ebbe anche modo di respirare l’aria del primo Illuminismo napoletano (un’antica tradizione lo voleva infatti presente alle lezioni di etica di Antonio Genovesi). Poco entusiasta della vita militare e insoddisfatto per la lentezza della carriera, nel 1754 decise di passare in Corsica per unirsi al fratello Clemente e ai patrioti in lotta contro la dominazione genovese.
Al padre, preoccupato per i pericoli cui poteva andare incontro, scrisse il 17 ottobre 1754, ricordando il motto usato dallo stesso Giacinto nel 1738: «Se non volete incoraggirvi colla storia romana, leggete quella dei Maccabei, e fate uso di quel passo che metteste in fine del vostro manifesto. Melius est mori in bello, quam videre mala gentis nostrae» (Correspondance, I, p. 80).
Nell’aprile 1755, Paoli sbarcò in Corsica, convinto della necessità di abbandonare la tradizione isolana di un supremo organo collegiale dei rivoltosi. Dalla Consulta riunita a Sant’Antonio della Casabianca il 14-15 luglio fu eletto ‘generale della nazione corsa’ e giurò d’impegnarsi per la libertà dell’isola. Con la costituzione approvata dalla Dieta generale di Corte il 16-18 novembre 1755 (la cosiddetta ‘costituzione Paoli’), si trovò confermato al vertice dell’impianto istituzionale: eletto dalla Dieta, cui riferiva ogni anno nelle assemblee da lui stesso convocate, il generale dirigeva il Consiglio di Stato e nominava assieme a esso i commissari delle province, cooperava con i quattro sindaci responsabili del controllo di tutti gli organi dello Stato. Negli anni seguenti, in una situazione di guerra permanente, i suoi poteri furono ulteriormente accresciuti.
Controllo del territorio e lotta contro Genova furono i primi obiettivi perseguiti. Fin dai primi tempi del suo generalato, Paoli, eletto inizialmente da un’assemblea composta dai delegati della sola Corsica settentrionale e rappresentativa di un quarto soltanto delle pievi esistenti, si adoperò per estendere la sua influenza. Si volse in primo luogo a contrastare la potente famiglia Matra, radicata nella Piana orientale, che nell’agosto 1755 aveva promosso una Consulta e un generale antagonisti: ripetutamente battuto negli scontri armati, in settembre il rivale Mario Emanuele Matra fu costretto a lasciare l’isola; rientrato due anni dopo con l’appoggio dei Genovesi, Mario Emanuele fu di nuovo sconfitto; e con il 1763, respinta un’altra spedizione contro i paolisti, fu definitivamente eliminata la minaccia della fazione Matra. Nel giro degli stessi anni, Paoli ottenne anche il controllo dell’Al di là dei Monti, dove i notabili locali, forti dell’appoggio ora genovese ora francese, si erano formalmente contrapposti al governo e avevano promosso una secessione. Nel 1763, la Consulta di Sartena, presieduta dallo stesso Paoli, segnò la fine della dissidenza.
Minor successo ebbe invece Paoli contro i Genovesi, favoriti dalla presenza francese nell’isola durante la guerra dei Sette anni e nuovamente con il secondo trattato di Compiègne (6 agosto 1764). Pur realizzando la conquista della provincia di Capo Corso, avviata nel 1757 e compiuta cinque anni dopo, il generale non riuscì infatti a strappare ai nemici le nevralgiche cittadelle marittime e pertanto non ottenne mai il pieno controllo dell’isola.
Assieme al dominio del territorio e alla lotta contro la Superba, obiettivo primario di Paoli, avversato dall’alto clero di matrice genovese, ma in genere sostenuto dagli ordini religiosi e dal basso clero, fu quello di creare le basi di un nuovo e moderno apparato statale. La capitale della Corsica indipendente (che conservava la dizione tradizionale di Regno di Corsica) fu fissata nel centro dell’isola, a Corte. Dal 1763, a seguito della decisione presa due anni prima alla Consulta di Vescovato, la Zecca di Murato (poi trasferita a Corte) batté una moneta nazionale destinata ai soli abitanti dell’isola. Per le esigenze militari, alle truppe volontarie, usate per lo più a tutela dell’ordine pubblico e nell’azione contro il banditismo, furono aggiunti nel 1762 due reggimenti regolari e in seguito anche due reggimenti di mercenari. Fu incentivata la nascita di una marina mercantile nazionale, ma i commerci con l’isola rimasero largamente in mani straniere, mentre gli isolani si limitarono a continuare la guerra di corsa posta allora sotto il controllo del Magistrato del commercio e della salute. Costante attenzione fu dedicata al funzionamento dell’apparato giudiziario che tanto peso aveva nel testo costituzionale. Alla guida, appena eletto, di una prima marcia armata tesa a porre fine alle inimicizie particolari, e a capo, negli anni seguenti, della Giunta mobile, Paoli si sforzò con inflessibile tenacia di arginare la tradizionale pratica della ‘vendetta’. Numerose, infine, furono le iniziative volte a promuovere uno sviluppo culturale. Fin dal 1760 fu istituita una Stamperia camerale, di sede a Campoloro e poi a Corte, e nel 1765, realizzando un’aspirazione avvertita da tempo, fu inaugurata a Corte l’università, dove gli studenti erano pensionati della nazione, i docenti erano forniti dagli ordini monastici (francescani in primis), e l’insegnamento era mirato a finalità pratiche.
All’azione militare e di governo, Paoli affiancò un’intensa opera di propaganda della causa della Corsica libera. Stimolò e seguì da vicino gli interventi pubblicistici dell’abate Gregorio Salvini, che a lui, nel 1764, dedicò la seconda edizione della Giustificazione della rivoluzione di Corsica, e promosse la pubblicazione del primo giornale isolano, voce ufficiale del governo, i Ragguagli dell’isola di Corsica (1760). Ma all’ammirazione e alla solidarietà per la causa corsa nell’Europa dei lumi (e anche tra gli insorgenti americani) molto contribuirono gli osservatori e i viaggiatori stranieri, e, più di tutti, il giovane letterato scozzese James Boswell che, reduce da un breve soggiorno che tre anni prima gli aveva fatto incontrare il generale, pubblicò nel 1768, alla vigilia del capitolo finale della rivolta, An account of Corsica, the journal of a tour to that island and memoirs of Pascal Paoli. Nell’isola, scrisse Boswell, c’era «a people actually fighting for liberty, and forming themselves from a poor inconsiderable oppressed nation, into a flourishing and independent state» (London 1762, p. 263), e Paoli, che con lui aveva discusso anche di storia, di religione e di letteratura classica, era «one of those men who are no longer to be found but in the lives of Plutarch» (ibid., p. 384).
Sancita con il trattato di Versailles (15 maggio 1768) la cessione della Corsica alla Francia, dopo che vani erano riusciti i tentativi del ministro degli Affari esteri Étienne François de Choiseul di far accettare a Paoli la protezione francese, il generale, che nessun appoggio concreto aveva ottenuto da alcuno Stato italiano o dall’Inghilterra, si trovò a fronteggiare da solo i nuovi e ben più agguerriti conquistatori. Iniziate in luglio le ostilità, vittorioso il 10 ottobre 1768 nello scontro di Borgo, nella primavera seguente il generale fu travolto dalla nuova offensiva francese, e sbaragliato, tra l’8 e il 9 maggio 1769, nella celebre battaglia di Ponte Nuovo. Ritiratosi a Corte, di fronte all’incalzare del nemico, scelse la via dell’esilio e il 13 giugno, raggiunto Porto Vecchio, s’imbarcò su di una nave inglese.
Arrivato a Londra in settembre, dopo una traversata dell’Europa (da Firenze a Mantova, e da Vienna all’Aja) che aveva trionfalmente confermato la sua popolarità, Paoli fu anche qui accolto calorosamente. Ricevuto in forma privata dal re Giorgio III, si vide assegnata una cospicua pensione che non mancò di attirargli le critiche di molti dei suoi antichi sostenitori. Attento a non inimicarsi il partito di governo e a conservare buoni rapporti con la parte dell’opposizione radicale ancora a lui favorevole, evitò di intromettersi nelle controversie del Paese che lo ospitava. Costantemente bene informato della situazione della sua isola, sebbene estraneo alle azioni antifrancesi talora promosse nel suo nome (così per la rivolta scoppiata a Niolo nel 1774), sperò in un primo tempo che la Corsica avrebbe potuto trarre vantaggio da un rinnovato scontro tra Francia e Inghilterra, ma con il venir meno di ogni concreta prospettiva anche il suo prestigio politico si ridimensionò. Ben presto, peraltro, Paoli, che era divenuto un convinto ammiratore della costituzione inglese, si inserì appieno nel nuovo ambiente e strinse buoni rapporti con l’aristocrazia inglese. Presentato dall’amico Boswell al celebre intellettuale Samuel Johnson, fu ammesso al Literary Club e alla Royal Society, ed entrò in contatto con gli ambienti letterari e artistici della capitale: conobbe il poeta Oliver Goldsmith, il pittore Joshua Reynolds, l’attore David Garrick, e si legò in particolare al miniaturista e ritrattista Richard Cosway (autore di un celebre ritratto del generale nel 1784) e alla di lui moglie Maria Hadfield Cosway, pittrice e musicista, nei confronti della quale nutrì fino ai suoi ultimi anni una tenera amicizia. Dal 1778 fece anche parte della loggia massonica delle Nove Muse creata a Londra dal veneziano Bartolomeo Ruspini.
Scoppiata la rivoluzione in Francia, il 30 novembre 1789 l’Assemblea nazionale costituente, su proposta del deputato corso Cristoforo Saliceti, dichiarò la Corsica parte integrante del territorio nazionale e al tempo stesso autorizzò il rientro dall’esilio dei corsi che avevano combattuto per la libertà. Arrivato a Parigi il 3 aprile 1790, Paoli fu accolto con grandi onori e ricevuto dal governo e dal sovrano. Il 22 fu presentato all’Assemblea nazionale. Sbarcato in Corsica il 14 luglio, e accolto in maniera trionfale, in settembre, dall’Assemblea di Orezza, fu eletto presidente del Consiglio generale del dipartimento e comandante delle guardie nazionali (cumulando così, in maniera irregolare, potere civile e potere militare). Convinto fautore della costituzione civile del clero, che aveva ai suoi occhi il merito di ridurre drasticamente la popolazione ecclesiastica dell’isola, nel maggio 1791 convocò a Bastia l’assemblea elettorale che doveva designare il nuovo vescovo e represse con energia i tumulti scoppiati in città ai primi di giugno a sostegno del vescovo refrattario. Riconfermato nel settembre 1791 sia alla testa del Consiglio generale sia al comando delle guardie nazionali, estraneo alle elezioni per l’Assemblea legislativa francese svoltesi poco dopo, nel periodo seguente Paoli, preoccupato per la radicalizzazione della rivoluzione, rimase in disparte. Intanto, coprendosi spesso col nome del generale, attorno a Saliceti, già alla testa dell’amministrazione dipartimentale ed eletto nel settembre 1792 alla Convenzione, si andava costruendo un nuovo centro di potere ben collegato con i circoli giacobini del continente.
Risoltasi in un fiasco, agli inizi del 1793, la spedizione per la conquista della Sardegna, promossa dalle autorità centrali e appoggiata dalla municipalità di Marsiglia con l’invio di alcune migliaia di turbolenti volontari, la responsabilità del fallimento fu addossata a Paoli, che non aveva potuto raccogliere più di mille e ottocento uomini, e che già dalla fine dell’anno precedente era bersaglio delle società popolari di Tolone e di Marsiglia. Cresceva al tempo stesso a Parigi il malanimo contro la Corsica, cui a ragione si imputava di contribuire in troppo scarsa misura alle finanze della Repubblica: il 7 febbraio 1793 la Convenzione nominò tre deputati (e fra questi Saliceti) per verificare la situazione nell’isola, e il 2 aprile, senza attendere il ritorno dei suoi inviati, decretò la destituzione di Paoli intimandogli di presentarsi all’Assemblea. Consumatasi la rottura tra il generale e gli inviati di Parigi, dopo una prima risposta alle accuse mossegli, a fine maggio Paoli promosse la Consulta di Corte che, rinnovando la fiducia al ‘padre della patria’, dichiarò decaduti i tre deputati e sospeso il decreto del 2 aprile. Dopo alcune incertezze, la Convenzione, ormai dominata dalla Montagna, rispose il 17 luglio 1793 cassando tutte le delibere della Consulta di Corte e mettendo fuori legge Paoli come traditore della Repubblica.
A questo punto, il generale avviò a fine luglio i primi contatti con gli inglesi padroni del porto di Tolone, e nel gennaio 1794 s’incontrò con il rappresentante del governo di Londra, sir Gilbert Elliot. A capo di una Corsica di fatto nuovamente indipendente, Paoli concordò con le forze britanniche le operazioni congiunte che nell’estate portarono alla completa evacuazione delle truppe francesi, e dalla Consulta generale convocata il 10 giugno 1794 a Corte fece approvare una costituzione monarchica che poneva l’isola sotto la sovranità del re d’Inghilterra. Nell’ottobre seguente Elliot ebbe la nomina a viceré. Privo di un ruolo istituzionale nel regno anglo-corso, ma sempre forte di un grande prestigio, contrario al sostegno assicurato alla fazione realista incrementata dal ritorno di molti emigrati, Paoli si attirò la crescente ostilità del viceré, e questi ottenne che al vecchio generale arrivasse da Londra l’invito a lasciare l’isola. Il 14 ottobre 1795 Paoli riprendeva la via della Gran Bretagna.
Molto diverso dal primo, fu il secondo esilio inglese. Ammesso nel 1800 alla Loggia del principe di Galles, ma non più preso in considerazione dal governo britannico, amorevolmente sostenuto da Madame Cosway, che nel 1803 avrebbe lasciato Londra, ma privato dell’appoggio degli amici Boswell e Johnson ormai scomparsi, Paoli visse i suoi ultimi anni molto appartato. Continuò sino alla fine a interessarsi alla sua Corsica, e alla Francia in cui l’isola si era ormai integrata, apprezzò l’opera pacificatrice del primo console, ma alla proposta fattagli pervenire da Bonaparte di rientrare in patria a patto di giustificare la sua condotta nel 1793, oppose un netto rifiuto. «Io son troppo vecchio – scrisse il 4 settembre 1802 all’amica Cosway che era stata tramite con il cardinale Joseph Fesch – per attentare di fare uno Sbozzo istorico della mia amministrazione, ed ho anche una buona dose d’orgoglio per credere che mi sia necessaria qualunque apologia. Ho succhiato l’amore della libertà col latte» (P. P. à Maria Casway..., 2003, p. 156).
Morì a Londra il 5 febbraio 1807.
Paoli fu sepolto nel cimitero della vecchia chiesa di Saint Pancras che all’epoca accoglieva i non appartenenti alla Chiesa d’Inghilterra. Nel testamento redatto tre anni prima, a conferma di una preoccupazione che lo aveva accompagnato tutta la vita, aveva, tra l’altro, disposto un lascito per garantire un maestro di scuola a Morosaglia e quattro professori a Corte, quando fosse riaperta l’università. Nel 1889, a seguito di un’iniziativa promossa dalla municipalità di Morosaglia e fatta poi propria dal Consiglio dipartimentale, i resti del generale furono riesumati e trasportati in Corsica per trovare definitiva dimora nel giardino della casa natale.
Fonti e Bibl.: Lettere di P. De’ P., con note e proemio di N. Tommaseo, Firenze 1846; Lettres de P. P., publiées par M. le docteur Perelli, I-V, Bastia 1884-1899; P. P., Correspondance, éd. critique établie par A.-M. Graziani - C. Bitossi, I-V, Ajaccio-Roma 2003-2011 (sono previsti in tutto non meno di 12 volumi); P. P. à Maria Cosway. Lettres et documents. 1782-1803, a cura di F. Beretti, Oxford 2003; A.-M. Graziani, P. P. Père de la patrie corse, nouvelle éd. revue et augmentée, Paris 2004 (p. 401 per le fonti archivistiche);James Boswell et P. P. Correspondance 1780-1795, éd. critique établie par F. Beretti - A.-M. Graziani, Ajaccio 2008; Costituzione della Corsica [1755], Macerata 2008.
F.M. Giamarchi, Vita politica di P. P., Bastia 1858; M. Bartoli, P. P. père de la patrie corse, Paris 1866 (nuova ed. 1974); L.A. Letteron, P. P. avant son élévation au généralat (1749-1755), in Bulletin de la société des sciences historiques et naturelles de la Corse, 1913, voll. 358-360, pp. 1-18; E. Michel, P. P. ufficiale nell’esercito napoletano, in Archivio storico di Corsica, IV (1928), 1, pp. 85-100; C. Ambrosi, P. P. et la Corse de 1789 à 1791, in Revue d’histoire moderne et contemporaine, II (1955), 3, pp.161-184; C. Vivanti, Lettere di P. P. dall’Inghilterra, in Rivista storica italiana, LXXI (1959), 1, pp. 89-118; D. Colonna, Le vrai visage de P. P. en Angleterre, Nice 1969; P.A. Thrasher, P. P. An enlightened hero. 1725-1807, London 1970; F. Ettori, La formation intellectuelle de P. P. (1725-1755), in Annales historiques de la Révolution française, 1974, vol. 218, pp. 483-507; J. Foladare, Boswell’s P., New Haven 1979; F. Venturi, Settecento riformatore, V, Torino 1987, pp. 3-220 (sono qui ripresi e ampliati i contributi precedenti); F. Beretti, P. P. et l’image de la Corse au dix-huitième siècle. Le témoignage des voyageurs anglais, Oxford 1988; A. Fazi, P. P. è a Rivuluzione di l’89, Ajaccio 1989; La nascita di un mito. P. P. tra 700 e 800, a cura di M. Cini, Pisa 1998; P.-M. Villa, L’autre vie de P. P., Ajaccio 1999; C.R. Ricotti, Il costituzionalismo britannico nel Mediterraneo (1794-1818), Milano-Roma 2005, pp. 1-91, 445-477; M. Vergé-Franceschi, P. Un Corse des lumières, Paris 2005; F. Dal Passo, Il Mediterraneo dei Lumi: Corsica e democrazia nella stagione delle rivoluzioni, Napoli-Roma 2006; P. de’ P. (1725-1827). La Corse au cœur de l’Europe des Lumières, Corte-Ajaccio 2007; P., la Révolution Corse et les Lumières, Actes du colloque international organisé à Genève, le 7 décembre 2007, édités par F. Quastana - V. Monnier, Ajaccio-Genève-Zürich-Bâle 2008; P. P. Aspects de son œuvre et de la Corse de son temps, sous la coordination de D. Verdoni, Ajaccio 2008; A. Trampus, Storia del costituzionalismo italiano nell’età dei Lumi, Roma-Bari 2009, pp. 55, 70-72, 75-80, 82-86, 90 s., 93-95, 97-99, 101-118, 128, 154 s., 188, 215, 221, 244-247, 251.

venerdì 24 giugno 2016

MARINI, Gaetano






. – Nacque a Santarcangelo di Romagna il 18 dic. 1742 da Filippo e dalla contessa Francesca Baldini. Compì i primi studi nel seminario vescovile di Rimini. Apprese le belle lettere sotto la guida del medico erudito G. Bianchi (Janus Plancus), per poi frequentare a Santarcangelo la scuola di G.P. Giovenardi. Attratto in particolare dalla filosofia, dalle lingue greca ed ebraica e dalla storia naturale, con l’aiuto del cugino F.L. Massajoli, vicario generale di Foligno e poi vescovo di Nocera Umbra, istituì un museo di reperti naturalistici. All’Università di Bologna, dove si era iscritto per studiare diritto, entrò in contatto tramite Bianchi con vari studiosi, tra cui F.A. Zaccaria e G. Garatoni. Dopo essersi laureato a Ravenna in utroque iure, nel dicembre 1764 si trasferì a Roma, dove il cardinale A. Albani lo prese a ben volere e dove conobbe, vivendo presso l’abate M. Zampini, il gesuita antiquario G.L. Oderici; a Roma ritrovò pure il compagno di seminario G.C. Amaduzzi e il camaldolese Isidoro Bianchi.
Da Oderici fu poi presentato a mons. G. Garampi, archivista della S. Sede che ne seguì i progressi negli studi e lo portò con sé in un viaggio di interesse culturale a Napoli, Pompei, Ercolano, Benevento e Montecassino. Convinto poi da Zaccaria a dedicarsi agli studi di antiquaria, il M. abbandonò definitivamente la carriera legale. Aveva al suo attivo solo una dissertazione sulle tesi di G.A. Battarra e di J.J. Scheuchzer sulle piante dell’Era diluviana quando pubblicò il suo primo vero saggio, un Discorso sopra tre candelabri acquistati dal s.p. Clemente XIV (Pisa 1771), con il quale dimostrò che i candelabri, provenienti da palazzo Barberini e dalla residenza di mons. F.S. de Zelada, acquistati dal papa e destinati alla Biblioteca apostolica Vaticana, in età antica erano stati utilizzati come turiboli.
Nel 1772 Garampi, nominato nunzio in Polonia, chiese a Clemente XIV che il M. ne prendesse il posto presso l’Archivio Vaticano. Il papa scelse invece di nominare prefetto dell’Archivio Vaticano e di quello di Castello il suo vecchio amico, l’abate Zampini, assegnandogli come coadiutori il M. e il suo omonimo Callisto Marini di Pesaro. Lavorando nel campo delle iscrizioni antiche e della cronologia, il M. pubblicò una Difesa per la serie de’ prefetti di Roma (Bologna 1772), in cui contestava le critiche di M. Guarnacci allo scolopio Odoardo Corsini, autore delle Series praefectorum Urbispubblicate nel 1763. Ad Amaduzzi, che lo aveva criticato, rispose con una Lettera dell’anonimo difensore del p. Corsini(1773).
Sempre più in fama di erudito, mentre intratteneva una fitta corrispondenza con G. Fantuzzi e aiutava A. Zirardini nei suoi studi di papirologia, si dedicò allo studio delle iscrizioni inedite del Museo Clementino e allo schedario dell’archivio di Garampi, dal quale aveva ripreso anche l’idea di un’opera Orbis Christianus. Consultato su documenti e manoscritti, dimostrò, insieme con Callisto Marini, con un Esame critico di alcuni monumenti spettanti all’apparizione della Madonna del Buon Consiglio di Genazano, l’autenticità di un piccolo codice contenente il racconto dei miracoli di Genazzano nel 1467. Nel 1776 fu ascritto all’Accademia Fulginia e partecipò al dibattito in corso sulla poetessa Corilla Olimpica (Maria Maddalena Morelli Fernandez), coronata d’alloro nell’Arcadia, ma fatta bersaglio di clamorose contestazioni. Nel 1779, anno in cui fu ascritto alla napoletana Accademia di scienze e belle arti, le sue Osservazioni istorico-critiche sopra un’antica pergamena dell’Archivio del Capitolo di S. Martino nella diocesi di Camerino, offrirono la prova che il documento recante l’atto di fondazione del monastero di S. Michele Arcangelo infra Ostia era una copia autentica e affidabile dell’originale risalente all’XI o al XII secolo. Egli ritenne la soppressione della Compagnia di Gesù un grave danno per la Chiesa; questa e l’impreparazione dei prelati di Curia erano, a suo giudizio, la causa principale della decadenza di Roma.
Alla morte di Zampini, nel 1782, il M. fu nominato prefetto degli Archivi della S. Sede. Nello stesso anno Carlo Eugenio duca di Württemberg, su proposta del cardinale S. Borgia, lo scelse come suo residente presso Pio VI. A tale esperienza, che lo obbligava a scrivere ogni settimana un dispaccio, il M. aggiunse quella di agente della Repubblica di San Marino.
Nel campo degli studi la tappa successiva fu costituita da un’opera sugli Archiatri pontifici (I-II, Roma 1784), ampliamento e correzione delle ricerche di P. Mandosio. Vennero poi nel 1785 le Iscrizioni antiche delle ville e de’ palazzi Albani, e, l’anno dopo, una Lettera al sig. Giuseppe Antonio Guattani sopra un’ara antica, in cui discuteva con Oderici l’autenticità di una moneta attribuita ad Ariulfo duca di Spoleto. Nominato socio della Società Georgica di Montecchio, nel 1790 intrattenne l’ex gesuita V.M. Giovenazzi su un antico epitaffio ritrovato a Roma nel cimitero di S. Trasone, attribuito erroneamente a s. Felice II, su cui alimentò un intenso dibattito con l’archeologo e presidente dell’Accademia ecclesiastica A. Paoli. Tra l’altro, ebbe anche a occuparsi della riforma del breviario e del calendario ordinata da Benedetto XIV, ma rimasta incompiuta.
Sulle questioni interne alla vita della Chiesa il M. prese più volte le distanze dal giansenismo italiano, avversò il giurisdizionalismo dei sovrani europei e non approvò la prudenza di Pio VI nel condannare gli avvenimenti rivoluzionari di Francia.
I suoi interessi restavano saldamente ancorati alla cultura letteraria. Socio dal 1791 dell’Accademia etrusca di Cortona, convenne con l’amico E.Q. Visconti nel ritenere sostanzialmente negativa la produzione letteraria corrente, a esclusione dei lavori di G. Tiraboschi, dell’abate L. Lanzi e del domenicano G.B. Audiffredi. Instancabile ricercatore, nel 1795 pubblicò Gli atti e monumenti de’ fratelli Arvali, per poi occuparsi dei latercoli ritrovati tra i ruderi delle terme di Tito; sono del 1797 le note sui professori dell’Archiginnasio romano del primo Cinquecento.
Nominato archivista generale della Nazione durante la Repubblica Romana, alla quale giurò fedeltà nel maggio 1798, ottenne il permesso di trasferire l’Archivio di Castello e altri archivi ecclesiastici presso l’Archivio segreto Vaticano; altre benemerenze le guadagnò come presidente della Biblioteca, Archivio e Museo Vaticani e come membro dell’Istituto nazionale delle scienze e delle arti. Alla caduta della Repubblica ritrattò prontamente il 7 apr. 1799 il giuramento e ciò gli valse il 18 ag. 1800 il posto di primo custode della Biblioteca apostolica Vaticana. Nel 1805, a conclusione di una lunga ricerca apparvero a Roma I papiri diplomatici: un libro di alta erudizione concernente lettere pontificie, diplomi e testamenti. La tranquillità del M., tuttavia, durò poco giacché – instaurato il regime napoleonico – il 2 apr. 1808 fu espulso da Roma e costretto a rientrare nel luogo natio (Dipartimento del Rubicone). Fu comunque richiamato nel gennaio 1809 e reintegrato nelle sue cariche; due mesi dopo gli fu assegnato come coadiutore il nipote Marino Marini.
Nella sua vita sopraggiunse a questo punto una svolta. Nel 1810, infatti, il M. accettò di spostarsi a Parigi per prendersi cura degli archivi pontifici che Napoleone aveva fatto trasferire in Francia. Accompagnato dal nipote Marino e dal benedettino C. Altieri, giunse a Parigi l’11 apr. 1810. Sollecitato da lontano da Pio VII, svolse per quattro anni il suo lavoro con la competenza e lo zelo usuali; e quando l’imperatore abdicò (6 apr. 1814) e Luigi XVIII dispose che gli archivi sottratti fossero restituiti al papa (19 apr. 1814), il M. avviò, con il nipote, le opportune procedure, sospese di lì a poco per il ritorno temporaneo di Napoleone (26 febbr. 1815).
Il M. restò comunque in Francia e morì a Parigi il 17 maggio 1815.
Dopo la sua morte fu data alle stampe un’edizione della Divina Commedia, alla quale egli aveva collaborato insieme con A. Renzi e G. Muzzi (I-IV, Firenze 1817-19).
Fonti e Bibl.: Arch. segr. Vaticano, Arch. della PrefetturaCarte Marini, 2-3, 6, 10, 13, 15, 16, 20, 21; Stoccarda, Hauptstaatsarchiv, A.74, Bü. 172-177; Biblioteca apost. Vaticana, Arch. Bibl., 3-4, 12-13, 42, 52, 56, 60, 101-102, 106; Vat. lat., 9020-9151, 10963-10967; E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del sec. XVIII e de’ contemporanei, IV, Venezia 1837, pp. 123-126; G.B. De Rossi, Prefazione a G. Marini, Iscrizioni antiche doliari, Roma 1884; I. Carini, La coronazione di Corilla giudicata da G. M., in Giorn. stor. della letteratura italiana, XX (1892), pp. 311-314; L. Auvray - G. Goyau, Correspondance inédite entre G. M. et Isidoro Bianchi, in Mélanges d’archéologie et d’histoire de l’École française de Rome, XII (1892), pp. 433-471; XIII (1893), pp. 61-151, 225-245; Lettere inedite di G. M., a cura di E. Carusi, I, Roma 1916; II-III, Città del Vaticano 1938-40; G. Annibaldi, A proposito del ritrovamento del dialogo contro i fraticelli. Lettere inedite di G. M., Falconara 1970; M. Miglio, Il carteggio tra G. M. ed Annibale Mariotti e l’edizione del primo libro del «De gestis Pauli Secundi» di Gaspare da Verona, in Studi sul Medioevo cristiano offerti a Raffaello Morghen…, I, Roma 1974, pp. 519-537; Novelle letterarie, n.s., I (1770), coll. 715-719; VIII (1777), col. 699; XVI (1785), coll. 420-422; XVII (1786), coll. 275-277; XXII (1791), coll. 148 s.; Notizie sulla vita e sulle opere di monsignore G. M. primo custode della Biblioteca Vaticana e prefetto degli Archivi segreti della S. Sede, raccolte dall’abate A. Coppi dell’Acc. Tiberina de’ 17 dic. 1815, Roma s.d. [ma 1816]; M. Marini, Degli aneddoti di G. M., Roma 1822; R. Mecenate, Osservazioni sulle aneddoti di mons. G. M., pubblicate nel commentario da suo nipote, mons. Marino Marini, Roma 1823; G. Marini,Memorie istoriche degli Archivi della S. Sede, in Memorie istoriche degli Archivi della S. Sede e della Biblioteca Ottoboniana ora riunita alla Vaticana, Roma 1825, pp. 5-39; M. Marini, Memorie istorico-critiche di Santo Arcangelo, Roma 1844; H. Laemmer, Monumenta Vaticana…, Friburgi Brisgoviae 1861, pp. 433-453; M. Marini, Memorie stor. dell’occupazione e restituzione degli Archivi della S. Sede e del riacquisto de’ codici e Museo numismatico del Vaticano e de’ manoscritti e parte del Museo di storia naturale di Bologna, in Regestum Clementis Papae V, I, Romae 1885, pp. CCXXVIII-CCCXXV; P. Battifol, Mesures prises à Rome en 1798 et 1799 pour sauvegarder les collections du Vatican pendant l’invasion française, in Bull. de la Société nationale des antiquaires de France, 1889, n. 2, pp. 106-113; G. Mercati,Opere minori, III, Città del Vaticano 1937, pp. 380-382; G. Gasperoni, Il carteggio inedito del p. Ireneo Affò con G. M., inArch. stor. per le provincie parmensi, s. 3, VI (1941), pp. 143-179; Id., Nella Roma del Settecento: G. M. filologo ed archeologo, in Accademie e Biblioteche d’Italia, XVI (1942), pp. 329-336; Id., Il contributo di G. M. al movimento erudito e storico del Settecento, ibid., XVII (1942), pp. 78-90; G. Castellani, Contributo di G. M. e di Giovanni Fantuzzi alla storia della soppressione dei gesuiti, in Archivum historicum Societatis Iesu, XI (1942), pp. 98-112; R. Ritzler, Die Verschleppung der päpstlichen Archive nach Paris unter Napoleon I. und deren Rückführung nach Rom in den Jahren 1815 bis 1817, inRömische historische Mitteilungen, VI-VII (1962-64), pp. 144-190; J. Bignami Odier, La Bibliothèque Vaticane de Sixte IV à Pie XI, Città del Vaticano 1973, pp. 200 s.; J. Mauzaize, Le transfert des Archives Vaticanes à Paris sous le premier Empire, in Bull. de l’Association des archivistes de l’Église de France, VIII (1977), pp. 3-14; I documenti del processo di Galileo Galilei, a cura di S.M. Pagano, Città del Vaticano 1984, pp. 15-18; G. Gualdo, Sussidi per la consultazione dell’Arch. Vaticano, Città del Vaticano 1989, pp. 26 s., 30, 315 s., 369, 374 s.; I. Polverini Fosi, «Siam sempre sossopra ed in gran moto per i francesi». Gli echi della Rivoluzione nelle lettere di G. M. a Carlo Eugenio duca del Württemberg (1789-1793), in Arch. della Soc. romana di storia patria, CXV (1992), pp. 181-215; M.P. Donato, Accademie romane. Una storia sociale (1671-1824), Napoli 2000, pp. 39, 158, 168, 175, 178; Ph. Boutry, Souverain et pontife. Recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l’âge de la Restauration (1814-1846), Rome 2002, pp. 583-585; L. Fiorani - D. Rocciolo, Chiesa romana e Rivoluzione francese, 1789-1799, Rome 2004, pp. 96, 121, 150, 152, 175, 177, 188, 300, 320, 351 s., 453; Dict. d’archéologie chrétienne et de liturgie, X, Paris 1932, coll. 2145-2163; Enc. cattolica, VIII, sub voceD. Rocciolo

Manfredini, Federico





, marchese. - Uomo politico (Rovigo 1743 - Campoverardo 1829) al servizio dei granduchi di Toscana. Valoroso combattente nella guerra dei Sette anni e poi contro i Turchi, generale (1789) per nomina dell'imperatore Giuseppe II, dopo aver seguito (1790) a Vienna il nuovo imperatore Leopoldo II, tornò (1791) a Firenzecome consigliere del granduca Ferdinando III, che (1805) lo ebbe anche come ministro per il ducato di Würzburg. Protettore di letterati e artisti, lasciò una raccolta di incisioni e i suoi libri al seminario di Padova, e la pinacoteca a quello di Venezia.

LORGNA, Antonio Maria



. - Nacque a Cerea, presso Verona, il 18 ott. 1735 da Domenico, ufficiale di cavalleria dell'esercito veneto, e Teodora Quarotrio. Battezzato come Antonio Maria, nelle titolazioni delle opere il L. usò sempre il nome di Antonio Mario. L'origine della famiglia è incerta; molto probabilmente croata, forse boema. Nei documenti dell'Università di Padova e in quelli militari il L. è detto "todesco", ma taluno ha adombrato una sua origine lombarda o, addirittura, lunigianese.
Sulla giovinezza e gli studi sembra non rimanere documentazione; i primi dati riguardano la sua presenza in Dalmazia, probabilmente al seguito del padre, nel 1757, quando partecipava a lavori di bonifica delle valli del fiume Cherca, voluti dall'allora provveditore generale per la Dalmazia e l'Albania, Alvise Contarini. Per il L. fu quello un periodo di studi intensi. Anche grazie alle lezioni di un colonnello, A. Marcovich, apprese tecniche e teorie idrauliche e di ingegneria generale; acquistò una perfetta conoscenza del croato e del francese, oltre che del latino e del greco. Contarini, colpito dalla sua vivacità e versatilità, lo tenne come segretario e interprete e nel 1759 lo iscrisse all'Università di Padova, nella facoltà degli artisti; lì il L. seguì le lezioni di matematica di Giovanni Poleni e quelle di astronomia di Giovanni Alberto Colombo, che gli preconizzarono un futuro scientifico luminoso. Tuttavia il L. non si laureò e dopo tre anni abbandonò l'Università per tornare in Dalmazia, dove entrò nell'esercito veneto; ma già nel giugno del 1763 fu chiamato a insegnare le matematiche nel collegio militare di Castelvecchio, istituito nel 1760 a Verona per preparare gli ingegneri militari della Serenissima.
Nel collegio il L. percorse una carriera rapida e colma di riconoscimenti, divenendo governatore della scuola e sovraintendente del Corpo regolato degli ingegneri militari; si devono a lui numerosi e reiterati regolamenti dell'istituto, i programmi di studio e soprattutto l'impostazione scientifica del collegio, divenuto una sorta di severa e selettiva facoltà di ingegneria, nota in Italia e in Europa e particolarmente importante per gli studi matematici. Dalla scuola uscirono numerose personalità che si affermarono in campo scientifico o militare, e in particolare in opere di bonifica dei territori della Serenissima, nella lotta contro le alluvioni dei fiumi veneti e nell'ingegneria militare. Il L. restò nel collegio, come docente e poi come direttore, dal 1763 fino alla morte; si può così dire che la scuola, chiusa dai Francesi al loro ingresso in Verona i primi di giugno del '96, fu una sua creatura. Nel 1798 Napoleone Bonaparte la trasferì a Modena (primo nucleo dell'Accademia militare) nominandone governatore un allievo del L., Leonardo Salimbeni.
Il L. iniziò la sua attività scientifica seguendo il maestro Poleni in un settore che trovò poi a Padova, con G. Toaldo, un'alta espressione di ricerca: la raccolta quotidiana di dati e notazioni meteorologiche al fine di cogliere le leggi dei fenomeni atmosferici. In una torre di Castelvecchio egli allestì una stazione meteorologica e raccolse i dati di un anno, che poi pubblicò sul periodico veneziano Giornale d'Italia spettante alle scienze naturali, e principalmente all'agricoltura, all'arte ed al commercio (t. I, 1764, p. 156). Contemporaneamente, proseguì le ricerche matematiche e iniziò a tessere una tela vastissima di rapporti epistolari con scienziati italiani e stranieri creando una fittissima rete di amicizie e legami con persone dislocate nelle sedi accademiche più importanti d'Italia e d'Europa, cui faceva giungere notizie sui suoi successi e copia di ogni sua opera.
Il L. ebbe fama di ottimo matematico, il migliore d'Italia a detta di molti (incluso R.G. Boscovich), se si escludeva G.L. de Lagrange, e contribuì con numerosi lavori allo sviluppo della disciplina. Coltivò anche la chimica, inserendosi nel dibattito europeo sulla "nuova chimica" di A.-L. de Lavoisier; pur se restò, come molti, sostenitore convinto della teoria flogistica, le sue opere nel settore meritano rispetto e attenzione per la serietà di impostazione, peraltro già riconosciuta ai suoi tempi, come testimonia la conquista del secondo premio nel concorso internazionale dell'Académie des sciences di Parigi per un lavoro sul salnitro (la giuria era presieduta dal Lavoisier), cui parteciparono più di sessanta concorrenti di tutta Europa e che contribuì alla sua notorietà anche internazionale. In cartografia propose una nuova forma di proiezione topografica, rivoluzionaria per i tempi e utilizzata di frequente nel secolo XIX.
Il metodo scientifico del L. era tratto dalla matematica, e in particolare dalla geometria, la sua disciplina preferita, e consisteva nel partire da pochi assiomi e principî universalmente accolti, costruendo su essi tutto l'edificio della ricerca. Il L. fu anche molto aggiornato su vari argomenti di fisica, idrodinamica, meteorologia; di tali discipline acquisì una sicura padronanza, scoprì nuovi tipi di sostanze coloranti per la pittura e fu uno dei primi a studiare il taglio dell'istmo di Suez per collegare il Mediterraneo al mar Rosso.
Il L. non si mosse mai dal territorio della Repubblica di Venezia, che invece percorse in lungo e in largo per frequenti ispezioni alle strutture idrauliche e per numerose opere di bonifica e ingegneria agli ordini della Serenissima; fu invitato a recarsi a Vienna, Lisbona e Lucca per studiare problemi idrogeologici locali, ma i gelosissimi Savi alla scrittura veneziani bloccarono ogni suo trasferimento. Tuttavia i suoi studi scientifici sulla fisica dei fluidi non vanno considerati tutt'uno con l'attività di ingegnere idraulico al servizio della Serenissima, che svolse per obbligo d'ufficio e forse per ragioni economiche, ma che non amava e dalla quale chiese più volte di essere esonerato.
Oltre che alle scienze e alle lingue, gli interessi del L., come testimoniano la ricca biblioteca e i manoscritti, si estesero a economia, politica, filosofia, morale. Come nelle scienze, professò nella vita convinta e sicura fiducia nelle capacità della ragione, affidando a essa la soluzione di ogni problema, anche di natura sociale. Persino della malattia che lo condusse alla morte, di probabile origine cardiaca, tenne un diligente diario, registrandone giorno per giorno le manifestazioni e le cure a cui si sottoponeva. Sperimentò su di sé medicamenti vari, annotando con estrema diligenza ogni effetto.
Non si sposò e, pur con tratti di urbanità e cordialità, condusse un'esistenza sostanzialmente appartata; le lettere dei corrispondenti a lui più vicini insistono spesso nell'invito a risparmiarsi e a non vivere esclusivamente per il lavoro. L'unica, ma notevolissima, passione extrascientifica fu quella per la pittura: raccolse con gli anni una collezione che, a dire di contemporanei, comprendeva tele - tra gli altri - di Giotto, Mantegna, Bellini, Giorgione, Correggio, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Bassano, Rembrandt (o a loro attribuite). Nel 1781, tuttavia, la vendette al conte veronese Giovanni Emilei, per motivi non certi (la concomitanza con l'avvio della Società italiana può indurre a ipotizzare che la vendita servisse a finanziare l'iniziativa); essa andò in seguito in gran parte dispersa.
La concentrazione sulla sua scuola e sull'attività e le relazioni scientifiche, comunque, non fu solo un tratto intellettuale, essendo volta anche ad appagare un desiderio di fama e riconoscimenti, in modo assorbente e anche con sacrificio delle sue sostanze. La stessa poliedricità degli interessi scientifici non si spiega solo con il sincero amore per la ricerca o l'interesse per le novità emergenti in tutta Europa e specialmente in Francia, ma anche con un desiderio di visibilità, che lo spinse a occuparsi dei problemi scientifici allora più in vista. Proprio questo, tuttavia, fece sì che la sua ricerca, dalla chimica alla fisica dei fluidi, dalla topografia alla matematica, dalla climatologia allo studio delle sostanze coloranti, fosse in sintonia con quella degli studiosi europei più avanzati; solo verso le discipline biologiche rimase completamente indifferente.
Come Eulero, si interessò della fisica dei fluidi; di idrodinamica, come i Bernoulli; delle equazioni di grado superiore al quarto, come Lagrange; della sintesi e analisi dell'acqua, come Lavoisier; di elettricità come É. Bonnot de Condillac; di cartografia come G. Delisle; di canali e istmi come J.-J. Le Français de Lalande. A ciascuno di costoro fece pervenire i risultati delle sue ricerche e i suoi scritti sui relativi argomenti, ricevendo sempre apprezzamenti; se nessuno dei suoi studi giunse mai a risultati decisivi e definitivi, tutti furono comunque di ottimo livello. Il carteggio, conservato quasi totalmente nella Biblioteca civica di Verona, è quindi un importantissimo punto di riferimento per gli indirizzi e lo svolgersi della scienza in Europa alla fine del Settecento e pone il L. tra le figure centrali della storia della scienza italiana nel periodo.
La sua attenta opera di autopromozione ottenne notevoli risultati. Fu socio delle più importanti accademie: in Italia i Ricovrati di Padova (poi Accademia di scienze, lettere ed arti); l'Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna, l'Etrusca di Cortona, quella di scienze e belle lettere di Mantova, delle scienze di Torino, di agricoltura di Torino, di agricoltura ed arti (oltre a quella di pittura) di Verona; all'estero le accademie delle scienze di Parigi, Berlino, Pietroburgo, Montpellier e la Società di scienze naturali di Londra. Tra le onorificenze ricevute dal L. per meriti scientifici vi furono quello di nobile della città di Adria e soprattutto quello, allora difficilissimo da ottenere, di cavaliere dell'Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro.
Oltre a circa ottanta opere di matematica, chimica, idraulica, topografia, il L. lasciò un gran numero di inediti su vari argomenti, conservati a Verona in parte presso la Biblioteca civica, in parte presso l'Accademia di agricoltura, scienze e lettere. Tra gli editi, oltre ad articoli e memorie in riviste e atti accademici (per lo più di matematica pura, ma anche di fisica sperimentale), rientrano diversi manuali per l'uso nella sua scuola (Fabbrica ed usi principali del compasso di proporzione, Verona 1768; Degli Elementi di Euclide, Verona 1792) e volumi che raccolsero sue memorie e saggi (Opuscula mathematica et physica, Veronae 1770; Memorie intorno all'acque correnti, Verona 1777; Saggi di statica e meccanica applicate alle arti, Venezia 1782). Diversi di questi scritti furono tradotti e pubblicati in Inghilterra, Francia e Germania.
Certamente la sua più importante impresa di promozione scientifica, coronata da pieno successo, fu l'istituzione della Società italiana delle scienze o Accademia dei XL (dal numero dei soci fissato dallo statuto, pubblicato nel 1786), tutt'oggi operante, della quale concepì l'idea forse già negli anni '60, ma in forma più precisa dal 1776. Dopo prolungati sondaggi presso gli scienziati italiani con cui aveva rapporti più stretti (il maggior ruolo come consulente sembra essere stato di G.F. Malfatti), il L. lanciò ufficialmente l'iniziativa con una lettera circolare del 1 marzo 1781. Entro il 1782 il quadro dei 40 membri si completò, con le adesioni prima e l'associazione poi di personalità come lo stesso Malfatti, A. Volta, G. Arduino, A. Cagnoli, L. Spallanzani, R.G. Boscovich, Lagrange, G. Toaldo, L. Ximenes, F. e G. Fontana, V. Malacarne.
La Società nacque con criteri innovativi, perfino rivoluzionari rispetto a quelli consueti per corpi analoghi. L'ammissione avveniva per cooptazione, con metodo elettivo; quando si rendeva vacante un posto, i trentanove soci rimasti ne designavano un altro, e il presidente veniva scelto con la stessa procedura. Non vi era una sede (a fini organizzativi fungeva come tale la residenza del presidente-segretario) e i Quaranta non si riunivano pubblicamente, essendo solo tenuti a presentare una memoria scientifica per ogni volume degli atti della Società (le Memorie di matematica e fisica della Società italiana, apparse dal 1782 con cadenza biennale); lo stesso L. non incontrò mai di persona molti dei soci. Così svincolata da ogni forma di potere, l'Accademia dei XL riunì le migliori menti scientifiche dell'Italia, allora divisa in tanti Stati. Per decisione del L. la lingua delle Memorie doveva essere l'italiano, a indicare l'unione ideale dei soci; egli si addossò le spese per la stampa e la diffusione dei volumi, e fu il presidente della Società dalla fondazione fino alla morte. Negli atti troviamo alcune delle migliori produzioni scientifiche dei membri, che li posero al livello dei periodici delle maggiori accademie d'Oltralpe. Alla morte del L., Napoleone Bonaparte, ammirato dell'istituzione, la mantenne sotto la sua protezione, e con il presidente successivo, A. Cagnoli, essa ebbe sede prima a Modena e poi a Milano (solo dopo l'Unità d'Italia la Società ha avuto una sede fissa a Roma). Si è cercato, da più parti, di attribuire alla Società anche un intento patriottico, prerisorgimentale. È indubbio che nel L. l'orgoglio dell'appartenenza alla nazione di Leonardo e Galileo fosse un fattore importante, come confermano - oltre al nome e alla scelta dell'italiano come lingua delleMemorie (nelle accademie scientifiche italiane precedenti era il latino e, in Piemonte, anche il francese) - l'estensione della selezione dei soci a ogni regione italiana e l'istituzione di una classe di soci stranieri (nel senso di transalpini). Tuttavia è più probabile che la fondazione dell'Accademia fosse motivata dal desiderio del L. di porsi al centro di un'impresa che gli consentisse di emergere in campo nazionale e internazionale.
Il L. morì a Verona il 28 giugno 1796, mentre l'esercito francese faceva il suo ingresso in città.
Fonti e Bibl.: Un elenco di oltre cento titoli è stato pubblicato da G. Paoloni a corredo degli atti del convegno Anton M. L. scienziato ed accademico del XVIII secolo tra conservazione e novità, Roma-Verona, 1996, Roma 1998. Per i contributi successivi: G.F. Viviani - G. Volpato, Bibliografia veronese, I-V, Verona 1966-2002, ad indices. Restano essenziali: F. Jacoli, Intorno alla vita ed ai lavori di A.M. L., in Bull. di bibliografia e storia delle scienze matematiche e fisiche, X (1877), pp. 1-74 (riporta dettagliatamente il contenuto di 11 delle 21 buste contenenti i manoscritti del L., conservati nella Biblioteca civica di Verona; le altre buste contengono il carteggio); Anton M. L.: memorie pubblicate nel secondo centenario della nascita, Verona 1937; G. Provenzal, In memoria di Anton Mario L. fondatore della Società italiana delle scienze nel secondo centenario della nascita, Roma 1938 (con un elenco degli autori delle lettere al L.); G. Penso,Scienziati italiani e Unità d'Italia. Storia dell'Accademia nazionale dei XL, Roma 1978, pp. 9-39 e passim; Anton M. L. nel 250 anniversario della nascita. Atti del Convegno, 1985, Verona 1986; C. Farinella, L'Accademia repubblicana: la Società dei XL e Anton Mario L., Milano 1993; F. Piva, Anton M. L. e l'Europa, Verona 1993. E. Curi

LOCATELLI, Giovanni Battista







. - Non vi sono notizie certe sulla sua nascita. Non sembrano infatti aver conferma documentaria né il luogo né la data fino a oggi proposti: Bergamo (Schmidl) intorno al 1715 (Riemann, e poi Schmidl); Milano 7 genn. 1713 (i curatori delle memorie di Giacomo Casanova, dall'edizione parigina 1927-35 in poi, e successivamente tutti i dizionari); Venezia, da una menzione della Gazzetta di San Pietroburgo del 26 genn. 1790 (Mooser, I, p. 265, e in seguito tutti, come luogo alternativo a Milano).
Tali informazioni sarebbero in parte smentite proprio da Casanova. Nell'Histoire de ma vie, stesa e rielaborata tra il 1790 e il 1798, anno della morte, l'avventuriero veneziano, pur sempre attento a ricordare i compatrioti incontrati, non solo non definisce il L. come tale, ma lo dice morto a San Pietroburgo "il n'y a pas longtemps à l'âge de quatre-vingt-dix ans" (Casanova II, p. 217). Affermazione quest'ultima che, se veritiera, anticiperebbe la nascita del L. almeno ai primi anni del secolo.
La prima attestazione di un'attività teatrale del L. risale al carnevale 1744, quando figura come autore poetico dell'intermezzo Il matrimonio sconcertato dalla forza di Bacco (musiche del soprano Filippo Finazzi), rappresentato al teatro Nuovo di Praga dalla compagnia d'opera italiana di Pietro Mingotti. E al 1745 data la stesura del "componimento drammatico" Diana nelle selve, ideato per far brillare le primedonne Rosa Costa e Giovanna della Stella, e recitato a Bonn il 23 novembre (Brockpälher, p. 82, attribuisce le musiche allo stesso L.). Benché sia documentata solo da questi due testi, è ipotizzabile che la collaborazione con Mingotti non fosse né esterna né occasionale e che il L. facesse parte della compagnia in qualità di riadattatore poetico delle opere in repertorio e, all'occorrenza, di librettista in proprio. Ne è riprova il fatto che, quando tra la fine del 1745 e l'autunno del 1748 formò una propria compagnia, il L. si rivolse naturalmente alle conoscenze maturate in quella di Mingotti, ingaggiando tra gli altri, oltre a Rosa Costa e a Giovanna della Stella, i cantanti Settimio Canini e Angela Romani, e il compositore Francesco Zoppis.
Il debutto impresariale del L. ebbe luogo nell'autunno 1748 al teatro Nuovo di Praga. Da quel momento, grazie a tre contratti stipulati con la Municipalità, il L. sarebbe stato per oltre otto anni, fino al carnevale 1757, il primo responsabile della vita operistica praghese. La programmazione contemplò fino al 1754 quasi solo drammi per musica (almeno 19, per lo più su testo metastasiano), quindi, sull'onda di una moda ormai dilagante, invariabilmente drammi giocosi (una dozzina circa).
Per l'opera seria il L. mandò in scena principalmente pasticci di musiche d'autori diversi, anche se non mancarono opere di nuova composizione, nate da apposite commissioni a musicisti amici. È il caso dell'Ezio (carnevale 1750) e dell'Issipile (carnevale 1752) di Chr.W. Gluck, dell'Alessandro nell'Indie (carnevale 1750) e della Semiramide riconosciuta(autunno 1752) di G.M. Rutini, del Vologeso (carnevale 1753) e del Siroe re di Persia (carnevale 1754) di Zoppis. Per l'opera buffa, invece, si valse del nuovissimo repertorio veneziano, per lo più su libretti di C. Goldoni: La calamita de' cuori (1754), Il mondo della luna e Il mondo alla roversa o sia Le donne che comandano (1755), Li vaghi accidenti fra amore e gelosia (altro titolo de La diavolessa, 1756) di B. Galuppi; La maestra e Il pazzo glorioso (1756) di G. Cocchi; Le pescatrici (1756) di F. Bertoni; La ritornata di Londra (1757) di D. Fischietti.
Per la compagnia Locatelli, Praga fu anche base d'una più articolata attività itinerante. Molti drammi colà già rappresentati (o che di lì a poco lo sarebbero stati), e pochi altri che invece mai lo sarebbero stati, come L'Arcadia in Brenta di Galuppi o La cascina di Giuseppe Scolari, furono dal L. messi in scena in centri della Germania nordorientale, in periodi dell'anno che perfettamente si incastravano tra le stagioni praghesi d'autunno e carnevale: a partire dal 1751 a Lipsia, per la fiera di Pasqua, e dal 1754 anche a Dresda, per l'estate. Nel novembre 1754, prima che il giro della compagnia si assestasse sul circuito Praga-Lipsia-Dresda-Praga, il L. proseguì da Dresda ad Amburgo, piazza da poco lasciata libera da Mingotti, rappresentandovi per le stagioni d'autunno e carnevale due opere comiche e una seria, e organizzando concerti fino all'11 apr. 1755.
La complementarità delle aree geografiche d'interesse, il frequente scambio di artisti, e la parziale coincidenza dei repertori lasciano pensare che più che in competizione, le compagnie del L. e di Mingotti lavorassero d'accordo, spartendosi periodi e piazze d'azione, e forse rinnovandosi scambievolmente il repertorio. È inoltre probabile che negli anni 1748-57 il L. abbia guidato la propria in rappresentazioni la cui responsabilità organizzativa, taciuta anche dai libretti stampati per l'occasione, potrebbe tuttavia attribuirsi a lui per via indiziaria: è il caso de L'Ipermestra (musiche probabilmente di Gluck), data a Monaco nel 1751, il cui cast vocale è quasi del tutto coincidente con quello attivo mesi prima a Praga.
Del L. di quegli anni possediamo una testimonianza di Casanova il quale, di passaggio per la città boema poco dopo il carnevale 1753, delinea il ritratto di un impresario paterno e buongustaio: "Pour ce qui regarde Locatelli, c'était un caractère original, qui valait la peine d'être connu. Il mangeait tous les jours à une table de trente couverts; les convives étaient ses acteurs, actrices, danseurs et danseuses, et ses amis. Il présidait lui-même à la bonne chère, car celle de bien manger était sa passion" (Casanova, II, p. 217).
Con lo scoppio della guerra dei Sette anni, la caduta di Lipsia e Dresda in mano ai Prussiani, e con l'approssimarsi del pericolo a Praga, il L. - forse anche per sfuggire ai creditori vittime delle sue insolvenze - accolse nel maggio 1757 l'invito della zarina Elisabetta. Dopo aver concluso a Vienna, con un emissario imperiale, un contratto della durata di un anno dal 24 settembre, il L., con una compagnia numerosa e in parte rinnovata, abbandonò definitivamente Praga per San Pietroburgo.
Resta ancora da provare che negli anni praghesi il L. abbia sposato Giovanna della Stella (Schmidl; Mooser, I, pp. 285 s., e, sulla loro scorta, alcuni dizionari). Se infatti è vero che nei libretti degli spettacoli rappresentati a San Pietroburgo tra il 1757 e il 1758, la cantante figura come "Giovanna Locatelli", è altresì vero che nell'unico libretto del 1759 in cui il nome compare (e per l'ultima volta), esso ritorna nella forma "Giovanna della Stella", ossia come era sempre apparso prima del 1757.
A San Pietroburgo il L. prese la gestione del teatro presso il palazzo d'estate o del giardino imperiale (Caristsij Lug), altresì detto teatro Piccolo o di Legno (Malyj o Derevjannyj teatr). Da contratto, il L. era tenuto a produrre settimanalmente uno spettacolo per la corte. La Corona, da parte sua, gli avrebbe corrisposto 7000 rubli all'anno, oltre a concedergli il teatro per altre due recite settimanali interamente a proprio beneficio (divenute tre dal 1760, in seguito a sopravvenuti problemi finanziari dell'impresa). Il debutto ebbe luogo davanti alla corte il 14 dicembre con Il retiro degli dei, "composizione dramatica che introduce un ballo di deità marine", poesia dello stesso L., musiche d'autore non dichiarato (ma verosimilmente, almeno in parte, o dei due compositori della compagnia, Zoppis o Rutini, o provenienti dal repertorio già in uso). Cinque giorni dopo, il teatro aprì al pubblico pagante e, dal febbraio 1758, giunta la compagnia di ballo di Antonio Sacco, il L. avviò anche le rappresentazioni di opere comiche e balletti.
Per il pubblico di San Pietroburgo fu una rivelazione. L'imperatrice Elisabetta, entusiasta, donò al L. 5000 rubli e, non paga della recita settimanale riservata alla corte, avrebbe assistito (in incognito, ma riconosciuta) anche a quelle riservate al pubblico pagante, dando così un'ulteriore autorevole pubblica benedizione al L. e alla sua impresa. Sull'onda di tale generale entusiasmo, il L. mandò in scena nel solo 1758 almeno nove opere, in parte recuperate dal vecchio repertorio della compagnia, in parte di fresco procacciamento, e in parte di nuovissima composizione (cfr. Mooser, I, pp. 296-300). Inoltre, per rendere lo spettacolo accattivante a un pubblico più vasto, fece accompagnare le rappresentazioni da pantomime, fuochi d'artificio, giochi di luce e altro ancora. E, per portare in teatro anche i pietroburghesi di più modeste condizioni, nel settembre 1759, ridusse da un rublo a 50 copechi il prezzo d'accesso alparterre.
L'impresa stava andando bene e il 4 sett. 1758 il contratto del L. fu rinnovato per altri tre anni. Reso ottimista dallo straordinario successo dei primi mesi del 1758, il L. pensò di ampliare l'attività nell'assai più popolosa Mosca. L'8 maggio ottenne dall'imperatrice, oltre a un prestito di 10.000 rubli, l'autorizzazione alla costruzione di un proprio teatro e la concessione d'un terreno adatto nella località detta dello Stagno rosso (Krasnyj Prud). Per la nuova compagnia di Mosca, provvide a chiamare dall'Italia nuovi artisti, tra cui il castrato Giuseppe Manfredini, e, per le funzioni di compositore e direttore d'orchestra, il fratello di lui Vincenzo. La costruzione fu condotta con grande alacrità, e il 9 febbr. 1759 il nuovo teatro poté essere inaugurato con La calamita de' cuori di Galuppi.
Nonostante gli ingenti investimenti profusi, e l'alto livello degli artisti e della programmazione, l'impresa si rivelò un fiasco. Dopo un primo iniziale entusiasmo dovuto alla novità, il pubblico moscovita cominciò a diradare le presenze, vuoi perché refrattario a uno spettacolo cantato in una lingua straniera, vuoi per il cattivo riscaldamento del teatro, vuoi per l'abitudine della nobiltà moscovita di passare i mesi della bella stagione nelle residenze di campagna. Per fronteggiare un bilancio sempre più preoccupante il L. chiese e ottenne l'autorizzazione a organizzare feste in maschera; altro denaro giunse dalle casse imperiali. Ma tutto ciò fu insufficiente a risollevare le sorti del teatro: alla fine del 1760 alcuni cantanti e ballerini, vista la precarietà della situazione, abbandonarono la compagnia, e nel febbraio 1761 il L. fu costretto a dichiarare fallimento.
La débâcle moscovita ebbe l'effetto di compromettere anche l'attività nella capitale. Rientrato a San Pietroburgo con gli artisti rimasti, il L. si trovò a fronteggiare una situazione sempre più grave. Alla fine del 1761 si verificarono defezioni anche nella compagnia di San Pietroburgo. Ma il colpo di grazia venne con la morte della zarina Elisabetta, la più accesa sostenitrice dell'impresa, sopraggiunta il 5 genn. 1762, e con l'anno di lutto che ne seguì. E benché appena il 24 sett. 1761 avesse ottenuto il rinnovo del contratto per altri cinque anni, all'inizio del 1762 il L. si vide costretto a rimettere la gestione del teatro alla direzione dei teatri di corte. L'impresa si concludeva senza gloria; ma, avendo fatto conoscere ai Russi l'opera comica italiana aveva creato i presupposti per la staffetta degli operisti che si sarebbero susseguiti alla corte russa nei decenni a venire: Galuppi, T. Traetta, G. Paisiello, G. Sarti e D. Cimarosa.
Conclusa l'avventura impresariale, il L. scomparve per oltre un anno dalla vita pubblica. Nel frattempo sul trono degli zar si erano succeduti altri due regnanti: Pietro III, legittimo successore di Elisabetta, e Caterina II, vedova di Pietro, e cervello della congiura di palazzo che lo aveva prima destituito e poi fatto assassinare. La serenata Il consiglio delle muse (musiche forse di Zoppis o Manfredini), eseguita alla corte di Mosca il 2 maggio 1763 per l'anniversario della nuova sovrana, segnò il ritorno del L. all'attività di poeta per musica. L'omaggio fu gradito, e per quello e i buoni servigi di un tempo, Caterina II gli accordò l'usufrutto vita natural durante della Taverna rossa (Krasnyj Kabak), un immobile di proprietà imperiale alle porte di San Pietroburgo. Sempre in quell'epoca il L. ottenne dall'autorità imperiale la concessione del vecchio palazzo d'inverno per organizzarvi settimanalmente feste in maschera (attività questa che il L. eserciterà, anche in altri luoghi, almeno fino al 1767). Trasformatosi da impresario d'opera in ristoratore e albergatore, il L. fece in breve della Taverna rossa un luogo di divertimento e svago alla moda, assai rinomato tra la jeunesse doréedella capitale.
È ancora Casanova, in Russia nel 1765, a offrire altri dettagli sulla nuova attività del L.: "il fut étonné quand il me vit; mais moi plus que lui en le voyant devenu traiteur, car c'était ce qu'il faisait à Caterinow où pour un rouble par tête, sans le vin, il donnait excellemment à manger à tous ceux qui y allaient" (Casanova, V, p. 109).
Benché ormai tali impegni dovessero garantirgli una tranquilla e decorosa esistenza, il L. non disdegnò di cimentarsi ancora con la poesia per musica, scrivendo drammi giocosi veri e propri, come La governante astuta ed il tutor sciocco e geloso per Galuppi (Mosca, teatro di Corte, estate 1767), testi per composizioni celebrative d'occasione, come la serenata mitologica La sorpresa delli dei, commissionata a Paisiello dal principe Potëmkin, per festeggiare la nascita del nipote di Caterina II, Alessandro Pavlovič (San Pietroburgo, palazzo Potëmkin, fine dicembre 1777), e cantate sacre, come Iahvé, databile intorno al 1780, ed Efraim (ancora di Paisiello), eseguita il 14 genn. 1783. E non è assolutamente da escludere che altri testi adespoti musicati per San Pietroburgo non possano trovare un autore proprio nel L.: è forse questo il caso de Il barbiere di Siviglia musicato da Paisiello, dramma giocoso la cui attribuzione a Giuseppe Petrosellini è stata ormai da tempo messa in discussione.
Il 14 genn. 1783 la compagnia d'opera italiana di San Pietroburgo rappresentò inoltre La finta amante di Paisiello a beneficio del Locatelli. Lo stesso anno il L., ormai anziano, cedette all'attore tedesco Josef Anton Christ la gestione della Taverna rossa. Quindi se ne perde ogni traccia fino al 26 genn. 1790, quando nella Gazzetta di San Pietroburgo è annunciata la sua prossima partenza dalla città.
Non si sa se il L. sia riuscito a lasciare la Russia. Se quanto Casanova riferisce nel passo citato è vero, la morte lo avrebbe colto a San Pietroburgo in un momento compreso tra la fine del gennaio 1790 e il 1798.
Fonti e Bibl.: G. Casanova, Histoire de ma vie, II, Wiesbaden-Paris 1960, p. 217; V, ibid. 1961, p. 109; O. Teuber,Geschichte des Prager Theaters, I, Prag 1883, pp. 196 s.; A. Piovano, Un opéra inconnu de Gluck, in Sammelbände der Internationalen Musik-Gesellschaft, IX (1907-08), pp. 252 s.; E.H. Müller, Die mingottischen Opernunternehmungen 1732-1756, Dresden 1915, pp. CXX s.; R.A. Mooser, Annales de la musique et des musiciens en Russie au XVIIIe siècle, I, Genève 1948, pp. 265-305, 326 s.; II, ibid. 1951, pp. 209 s., 345 s., 547; R. Brockpälher, Handbuch zur Geschichte der Barockoper in Deutschland, Emsdetten 1964, pp. 80-82; H. Kindermann, Theatergeschichte Europas, IV, Salzburg 1972, pp. 661 s.; V, ibid. 1976, pp. 569-572, 615-617; M. Ritzarev (Rytsareva) - A. Porfirieva, The Italian diaspora in eighteenth-century Russia, in The eighteenth-century diaspora of Italian music and musicians, a cura di R. Strohm, Turnhout 2001, pp. 221 s., 236; E.L. Gerber, Historisch-Biographisches Lexicon der Tonkünstler, Leipzig 1790, I, col. 812; R. Eitner,Quellen-Lexikon der Musiker, VI, pp. 193 s.; Hugo Riemanns Musik Lexikon, a cura di A. Einstein (1929), I, p. 1057; C. Schmidl, Diz. univ. dei musicistiSuppl., p. 479; Enc. dello spettacolo, VI, coll. 1582-1584; F. Stieger, Opernlexikon.Librettisten, II, Tutzing 1980, p. 549; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti, Le biografie, IV, p. 472; C. Sartori, I libretti italiani a stampa dalle origini al 1800Indici, I, pp. 280, 477; The New Grove Dict. of music and musicians (ed. 2001), XV, p. 40.