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mercoledì 12 ottobre 2016

MAFFEI, Giampietro (Giovanni Pietro)

. - Nacque a Bergamo nel 1536 da Lattanzio e da una nobildonna della famiglia Zanchi. I dati relativi alla sua vita, forniti dal suo biografo, l'abate erudito Pier Antonio Serassi, non sempre reggono a una lettura critica molto attenta; sembra comunque che della formazione letteraria del M. si occuparono i due zii materni, Gerolamo e Basilio, entrambi canonici regolari lateranensi. Grazie al primo approfondì gli studi teologici e filosofici, ma fu debitore soprattutto del secondo per la sua solida formazione nelle lettere classiche e per il suo arrivo a Roma in età giovanissima: quando lo zio fu nominato custode della Biblioteca Vaticana, lo chiamò presso di sé, mettendolo in contatto con gli ambienti intellettuali più brillanti.
Nonostante la giovane età - il M. aveva poco più di vent'anni - maturava grandi aspettative, quando nel 1558 la disgrazia e poi la morte improvvisa dello zio, rinchiuso a Castel Sant'Angelo per ordine di Paolo IV, lo privò di qualunque velleità di carriera.
Partito da Roma, nel 1563 era a Genova, lautamente stipendiato in qualità di insegnante di retorica ed eloquenza, più tardi come segretario della Repubblica. Dopo due anni fece ritorno a Roma, dove sotto il generalato di Francisco Borgia vestì, il 16 ag. 1565, l'abito della Compagnia di Gesù, sostituendo poco dopo nel Collegio Romano Pedro Juan Perpinyà nel prestigioso insegnamento di retorica. Prima ancora di professare i quattro voti, nel 1572, al di là dell'esperienza di docenza, la fisionomia culturale del M. si andò però precisando anche su un altro versante significativo.
Egli infatti esordì nel 1571, più che come autore, come traduttore in latino della Historia da missões do Oriente del gesuita portoghese Manuel da Costa, cui aggiunse in appendice un'edificante scelta di lettere dei primi missionari in Oriente. La sua fatica non passò inosservata agli occhi del cardinale di Portogallo Enrico Aviz (re del Portogallo dal 1578, alla morte di Sebastiano), che lo volle a Lisbona.
Il vecchio cardinale, fine mecenate, aveva l'intenzione di utilizzare il M. per continuare la ricostruzione storica dell'epopea coloniale portoghese che, iniziata da Girolamo Osório, vescovo di Silves, si era interrotta al periodo manuelino. L'offerta, inoltre, ben si coniugava con l'opportunità di allontanarsi dall'Italia dopo essere stato coinvolto - unitamente a Benedetto Giustiniani e ad Achille Gagliardi - in un misterioso complotto interno alla Compagnia di Gesù contro il generale Everardo Mercuriano a seguito del quale era stato punito con l'invio a Siena.
Giunto in Portogallo nel 1579, visse per cinque anni tra Lisbona e Coimbra, dedicandosi a una paziente raccolta di materiale sulla talassocrazia lusitana in Oriente. In quegli anni scrisse in lingua latina una biografia di s. Ignazio che gli era stata da tempo sollecitata da Mercuriano. L'opera, con il titolo De vita et moribus s. Ignatii Loiolae, fu pubblicata nel 1585 e fu una delle biografie più discusse dell'epoca insieme con quella, precedente, del gesuita Pedro de Ribadeneira, il celebre biografo dei primi generali della Compagnia e potente assistente di Spagna e Portogallo dal 1571. Lo stesso Ribadeneira non mancò di censurare il M. per alcune imprecisioni e inopportunità di linguaggio e fu assai determinato nell'osteggiare l'ipotesi di affidare al M. la composizione di una storia della Compagnia.
La morte del suo protettore e la conseguente occupazione spagnola del Portogallo nel 1580 lo indussero a fare ritorno nel 1584 a Roma, dove proseguì il lavoro di stesura degli Historiarum Indicarum libri per concluderlo nel 1588 con l'edizione fiorentina dei Giunti, dedicata ossequiosamente a Filippo II, a cui seguì l'anno seguente una traduzione italiana pubblicata a Firenze da Filippo Giunti, Le istorie delle Indie orientali con una scelta di lettere scritte dall'Indie.
Le Istorie si possono considerare il suo capolavoro letterario e godettero, sulla scorta dell'interesse generatosi intorno alle missioni nel Nuovo Mondo e nei riscoperti antichi mondi asiatici, di un rilevante successo contemporaneo che si concretizzò in numerose edizioni. Il divenire storico del Portogallo e della sua vocazione coloniale, del suo mondo secolare di soldati navigatori ed esploratori si congiunge e si innerva, in modo indissolubile, con il racconto dello slancio evangelizzatore gesuitico. Nell'opera del M. emerge una capacità descrittiva, politica, antropologica della presenza iberica, senza celarne troppo le lacune, in un quadro di analisi della complessità e della varietà di usanze e culture, che s'impongono talvolta, come nel caso cinese, per la loro solidità. Un linguaggio elegante contraddistingue un periodare che, pur non privo di enfasi e di toni apologetici per l'operato della Compagnia rispetto ai fallimenti degli altri ordini, risulta sufficientemente distaccato nel narrare le grandi civiltà e religioni ma anche i tradimenti, le azioni avventurose di rinnegati, le interferenze illecite, le ambiguità fra le potenze cattoliche che costituivano lo sfondo dell'epopea coloniale sino agli anni Settanta del XVI secolo. Nelle vicende ripercorse e organizzate dal M. si ritrovano molti e rilevanti personaggi del gesuitismo missionario dell'epoca, in maggioranza portoghesi, che popolano le sue pagine dedicate principalmente alle campagne di evangelizzazione dell'Etiopia, del Brasile e delle Indie Orientali intraprese sull'impulso vigoroso di Francesco Saverio.
Se erronea è l'attribuzione al M. di una biografia di Sisto V, di sua mano furono originariamente gli Annali di Gregorio XIII. Quest'ultima opera, molto manipolata nel tempo e pubblicata postuma dall'erudito Charles Coquelines, è caratterizzata da un singolare metodo di composizione. Commissionatagli alla morte di Gregorio XIII da Giacomo Boncompagni, figlio naturale del papa, la storia del pontificato fu preparata con l'invio di un articolato questionario alle personalità più rilevanti che avevano collaborato con il papa nella politica estera e interna, nelle questioni religiose quanto in quelle economiche. Gli Annali costarono al M. molta fatica e pressioni e nella loro versione finale indugiarono soprattutto sulle grandi questioni politiche del pontificato gregoriano: la Lega sacra, la questione portoghese, le pertinenze della giurisdizione ecclesiastica in Spagna, la strategia contro il mondo riformato. Fu anche autore di una stucchevole raccolta parenetica di alcune biografie di santi.
Il M. condusse per quindici anni un'esistenza itinerante tra città centro-settentrionali italiane e Roma, costellata sovente da amarezze e isolamento dovuti anche a un carattere ombroso e severo.
Il M. morì il 20 ott. 1603 a Tivoli.
Opere: Historiarum Indicarum libri XVI. Selectarum item ex India epistolarum libri IV, apud Philippum Iunctam, Florentiae 1585; De vita et moribus Ignatii Loiolae qui Societatem Iesu fundavit, libri III, apud Franciscum Zannettum, Romae 1585;Vite di XVII confessori di Cristo, Roma 1601; Degli Annali di Gregorio XIII pontefice massimo dati in luce da Carlo Coquelines, ibid. 1742.
Fonti e Bibl.: P.A. Serassi, Io. Petri Maffeii Bergomatis e Societate Iesu opera omia Latine scripta, nunc primum in unum corpus collecta, variisque illustrationibus exornata. Accedit Maffeii vita, Bergomi 1747; G. Bentivoglio, Memorie e lettere, a cura di C. Panigada, Bari 1934, p. 99; P. Pirri, Gli Annali Gregoriani di Gian Pietro M. Premesse storiche per una revisione critica, in Archivum historicum Societatis Iesu, XVI (1947), pp. 56-97; Fontes narrativi de s. Ignatio de Loyola et de Societatis Iesu initiis, III, Narrationes scriptae ab anno 1574 ad initium saeculi XVII, a cura di C. de Dalmases, Romae 1960, pp. 208-236; Diccionario histórico de la Compañía de Jésus biográfico-temático, III, Roma-Madrid 2001, pp. 2466 s.; S. Andretta, Le biografie papali e l'informazione politica tra Cinque e Seicento, in L'informazione politica in Italia (secoli XVI-XVIII). Atti del Seminario, 1997, a cura di E. Fasano Guarini - M. Rosa, Pisa 2001, pp. 247-264; Id., La realtà iberica nelle opere di Giovanni Pietro M. e Giovanni Botero, in A Companhia de Jesus na península Ibérica nos sécs. XVI e XVII: espiritualidade e culturaActas do Colóquio internacional, 2004, II, Porto 2005, pp. 519-542; Id., Modelli di santità nelle "Historiarum Indicarum" di Giovanni Pietro M. (in corso di stampa); C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, V, pp. 293-302.

BLANDOLISI, Cassio

. - Nato a Narni il 10 ott. 1683, da una nobile e agiata famiglia, entrò nell'Ordine degli scolopi il 20 febbr. 1698. Molto dotto nelle lettere e nella filosofia, insegnò in vari collegi e scuole dell'Ordine, meritandosi una vasta fama, tanto da essere scelto dal cardinal Tommasi, su suggerimento dello stesso pontefice Clemente XI, quale precettore del nipote Ferdinando Maria Tommasi, barone della Torretta, duca di Palma e principe di Lampedusa. Per assolvere tale compito il B. partì per Palermo nel luglio 1712, ricevendo segretamente da Clemente XI l'incarico di consegnare al vescovo di Catania una bolla di scomunica contro alcuni magistrati dell'isola, che, violando l'immunità ecclesiastica, avevano imposto tributi sopra gli ortaggi delle tenute vescovili dell'isola di Lipari.
Nel clima di contrasto, creatosi fra le autorità civili e religiose della Sicilia, il B. approfittò dell'elezione del principe di Scordia Branciforte, patrigno del suo alunno, a pretore di Palermo per tentare un'opera di difesa dei molti privilegi e interessi ecclesiastici; e la sua azione, in verità, fu spesso efficace.
In Sicilia il B. rimase alcuni anni: passò, quindi, a reggere la casa degli scolopi di Ancona, ove si trovava nel 1718, allorché fu scelto da monsignor Carafa, segretario di Propaganda Fide, su segnalazione del preposito generale degli scolopi, a far parte del gruppo di missionari che avrebbero dovuto accompagnare nella visita apostolica in Cina monsignor C. A. Mezzabarba, patriarca di Alessandria.
La spedizione, preparata con ogni cura, aveva lo scopo di procurare la scrupolosa osservanza da parte dei missionari e dei neofiti cinesi della bolla papale Ex illa die, emanata da Clemente XI il 19 marzo 1715, che condannava i riti cinesi (cioè la coesistenza, accanto ai riti cattolici, del culto di Confucio e degli antenati). La resistenza alle decisioni papali proveniva, in special modo, dai missionari gesuiti, i quali giustificavano la loro tolleranza nei confronti di tali riti dichiarandoli funzioni civili esenti da ogni contenuto religioso; infine, costretti a giurare la costituzione, i gesuiti si erano sospesi volontariamente dalla missione, ritenendo impossibile e pericolosa la continuazione della loro opera in tali condizioni.
La scelta del B. come compagno del Mezzabarba era giustificata, oltre che dalla sua profonda dottrina teologica, dalle notevoli cognizioni di matematica e chimica, che si ritenevano utili per conquistare la simpatia dell'imperatore cinese (altri missionari del gruppo erano pittori e musici). Dopo aver invano cercato di declinare l'incarico, il B. partì alla volta di Lisbona con i suoi compagni il 30 ott. 1719. Qui il Mezzabarba fu ricevuto dal re, Giovanni V, per esporgli i motivi della visita apostolica in una terra che era sottoposta all'influenza portoghese, ed averne ogni appoggio; quindi il 25 marzo 1720 salparono alla volta della Cina, giungendo a Macao il 23 settembre, accolti con ogni onore da dignitari cinesi e da missionari, e proseguendo poi per Pechino, ove arrivarono il 29 ottobre. Mentre il Mezzabarba tentava di ottenere, nei colloqui avuti con l'imperatore, qualche concessione per condurre a buon fine la sua missione, il B. si stabiliva nello stesso palazzo imperiale, accolto tra i filosofi e i matematici di corte. L'imperatore, che lo stimava molto, avrebbe voluto che egli si trattenesse anche dopo la partenza del Mezzabarba (e ciò era gradito anche alla Congregazione di Propaganda Fide, affinché proseguisse a svolgere un'opera di pressione), ma il B., accusando una totale insofferenza al clima, non volle accettare la proposta e lasciò Pechino insieme con gli altri compagni nel marzo 1721. Dovendo egli passare per il Brasile e il Portogallo, il Mezzabarba lo incaricò di partire direttamente alla volta di Roma, per portare la relazione della missione a Propaganda Fide.
Lasciata la Cina nel gennaio 1722, dopo sei mesi di navigazione, il B. sbarcò in Francia nel luglio, attraversando poi la Germania. Da Strasburgo scrisse nel settembre al segretario di Propaganda Fide, annunciando il suo prossimo arrivo e muovendo gravi accuse ai gesuiti: dava notizia infatti dell'arrivo in Francia del gesuita Fouquet, richiamato in Europa dal generale della Compagnia, perché accusato di giansenismo e contrario ai suoi confratelli a proposito dei riti cinesi: egli, secondo il B., avrebbe potuto provare la natura superstiziosa dei riti stessi per mezzo di alcuni scritti che gli erano stati tolti da altri gesuiti prima della sua partenza dalla Cina.
Toccata Venezia, il B. giunse a Roma il 1º ottobre, ove fu ricevuto dal pontefice Innocenzo XIII e dal prefetto di Propaganda Fide, Sacripante, il quale lo incaricò di sunteggiare la voluminosa relazione del Mezzabarba.
Ritiratosi per un breve periodo di riposo nella città natale, fu richiamato a Roma il 4 novembre, per essere interrogato dal Sacripante sulla veridicità di alcune accuse di parzialità mosse da parte gesuitica al Mezzabarba: il B. discolpò energicamente il suo operato.
Per dodici anni prestò, quindi, la sua opera a Propaganda Fide, intervenendo alle riunioni della Congregazione per le Indie orientali; nel 1737 fu nominato consultore dell'Inquisizione. Nell'Ordine scolopico fu prima assistente generale, poi procuratore generale per nove anni, durante i quali ottenne la beatificazione del fondatore, Giuseppe Calasanzio.
Il B. morì a Roma il 1º dic. 1751.
Fonti e Bibl.: Roma, Arch. Propaganda Fide, Congregatio de rebus Sinarum et Indiarum Orientalium,Acta, vol. IV(1722-1728), f. 5; Viani, Istoria delle cose operate nella China da Monsignor GAMezzabarba, Parigi 1739, pp. 93, 212, 233, 235, 239, 242, 251; G. Eroli, Biografia di CB., in Miscstornarnese, I, Narni 1858, pp. 149-164; T. Vióas, Index bio-bibliographicus CCRRPPMatris Dei Scholarum Piarum, II, Romae 1909, pp. 119-123; L. Picanyol, Scholae Piae ac Infidelium missiones, in Ephemerides calasanctianae, I (1932), pp. 72-73.

BELIARDI, Alessandro

. - Nacque a Sinigaglia nel 1723. Non si hanno notizie sui suoi primi ami; pare comunque che si trasferisse assai giovane a Roma, dove probabilmente esercitò qualche ufficio rminore nella curia pontificia. Nel 1749 era però al servizio dell'ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, cardinale Portocarrero, al seguito del quale, nello stesso, anno, si trasferi in Spagna. Da allora si perdono nuovamente le sue tracce per un periodo di circa otto anni.
Sembra verosimile la congettura che egli fosse impiegato in questo-tempo nell'anuninistrazione spagnola del. commercio e delle finanze e che tra il 1752 e il 1755 fosse tra i numerosi agenti segreti che il duca di Duras, ambasciatore francese presso Ferdinando VI, aveva arruolato. nei vari dicasteri spagnoli con il compito di fornirgli notizie riservate sulla politica del governo di Madrid, allora tutt'altro che incline a una stretta collaborazione con il governo "cugino" di Versailles: attività questa che appunto nel 1755 costò al Duras il richiamo, in seguito aid una risentita protesta spagnola. Questa congettura può soddisfacentemente spiegare come il Bsu cui per un periodo così lungo i documenti non forniscono notizie, fosse poi chiamato nel 1757 a sostituire il Partyet nell'importante carica di agente generale francese del commercio e della marina in Spagna (la nomina ufficiale gli fu inviata il 3 aprile 1758). La nomina del B. veniva a coincidere s ia con gli inizi del ministero del duca di Choiseil, sia con quelli del regno di Carlo III di Borbone, passato nel 1759 dal trono di Napoli a quello di Spagna. Questi due avvenimenti segnarono una importante svolta nelle relazioni di politica generale e di politica commerciale dei due paesi. Il regno di Ferdinando VI di Borbone aveva infatti permesso che si instaurasse in Spagna l'incontrastato predominio economico - e, in una certa misura, anche politico - dell'Inghilterra. Il grande programma dello Choiseul, che ebbe un primo essenziale successo con la stipulazione del patto di famiglia del 1761, fu quello di sostituire l'influenza francese - sia, sul piano politico sia su quello economico, divenendo infine prevalente quest'ultimo sul primo - a quella inglese: il B. ne fu in Spagna, nonostante il carattere subordinato della sua carica ufficiale, l'effettivo interprete.
La carica di agente generale francese per ilcommercio e la marina in Spagna - stabilita con carattere permanente sin dal principio del sec. XVIII, durante la guerra di successione spagnola - non comportava ufficialmente altri compiti se non quelli di una coordinazione dei vari consolati francesi, di una, intermediazione tra essi ed il governo di Versaffles eAella sorveglianza della regolare applicazione delle norme commerciali vigenti. Compiti tanto più limitati, finché rimase prevalente l'aspetto politico-militare delle relazioni tra Francia e Spagna. Quando, con lo Choiseul, divenne invece del tutto primario in questi rapporti il momento economico, anche la carica di agente generale, proprio negli anni in cui essa fu affidata al diplomatico marchigiano, acquistò una importanza nuova. Questo a maggior ragione in quanto il massimo rappresentante del governo francese in Spagna, il marchese Pierre Paul d'Ossun, nominato anche lui a Madrid nel 1758, mostrò subito di non essere il rappresentante migliore dell'ambizioso programma dello Choiseul. Il d'Ossun era infatti una tipica figura di diplomatico tradizionale, più accorto nelle schermaglie politiche che consa pevole dell'importanza fondamentale che andavano: assumendo nelle relazioni internazionali le questioni economiche. Inoltre era personalmente assai devoto a Carlo III, presso il quale aveva rappresentato il suo paese sin da quandw era ancora sul trono di Napoli: era pertanto del tutto alieno da ogni iniziativa che potesse apparire scorretta o inframmettente nei riguardi del governo di lui. Gli spregiudicati piani dello Choiseul, l'effettivo carattere tutorio che venne con lui assumendo la politica commerciale francese verso la Spagna, non potevano dunque esprimersi attraverso di lui. Di questo il governo di Versailles era perfettamente consapevole e la designazione del d'Ossun a Madrid fu determinata soltanto dal desiderio di rendere omaggio a Carlo III, il quale, formalista com'era, apprezzava assai la discrezione e la devozione ossequiosa dell'aristocratico francese. Quest'ultimo finì dunque per essere sostanzialmente scavalcato nelle più importanti trattative con, il governo madrileno dal B. e limitato ad una funzione che sarebbe forse eccessivo definire decorativa, ma che certamente non aveva tutta l'autorità e la responsabilità che la carica ufficialmente attribuiva. Di qui nacquero rapporti naturalmente difficili con l'agente generale del commercio e della marina, sul quale il d'Ossun, all'occasione, non mancò di far pesare il proprio risentimento.
A bilanciare l'ostilità dell'ambasciatore il B. poté in ogni modo contare sull'appoggio pressoché incondizionato dello Choiseul dal quale, insieme con altri riconoscimenti, ottenne il titolo, annesse naturalmente le cospicue rendite, dell'abbazia di Saint-Florent, per cui il diplomatico marchigiano figura nei documenti del tempo con il nome di abate Beliardi.
Il primo quinquennio dell'attività del B. nella sua importante carica fu un periodo di studio e di documentazione sui rapporti commerciali tra la Francia e la Spagna e tra quest'ultima ed altri paesi, in preparazione dei successivi accordi economici realizzati nel quadro delle trattative per il terzo patto di famiglia. Nel vastissimo materiale approntato dal B. fa spicco l'inchiesta da lui diretta, in collaborazione con un funzionario inviato in Spagna per quella occasione, tale Lafrète, nel quadro della "Grande enquéte consulaire" disposta dal controllore generale Bertin in tutti i paesi con i quali la Francia manteneva relazioni conu-nerciali, in vista di un riesame generale delle tariffe di importazione e di esportazione.
Il materiale raccolto poi dal B. sotto il titolo di Recueil des mémoires formés par les consuls de France consta di diciassette inchieste realizzate localmente dai consolati (tre a Cadice, una a Siviglia e in Biscaglia, Navarra, Asturie, Galizia, Canarie, Valencia, Orano, Murcia e Andalusia e tre a Cartagena), nelle quali erano esaminati i regolamenti generali spagnoli sul commercio, le tariffe di importazione ed esportazione, i regolamenti sulla navigazione, le richieste spagnole in materia di commercio con la Francia. A questa inchiesta il B. aggiunse per proprio conto, oltre a varie memorie sul commercio francese a Madrid ed in Navarra, sul commercio dello zucchero e su altre questioni. particolari, un Grand mémoire sur le commerce des Indies, in cui non soltanto elenca una grande quantità di dati relativi al commercio nei territori ispano-americani, le notizie sul contrabbando esercitatovi dagli Inglesi e dagli Olandesi e un esame delle ragioni storiche che hanno impedito un migliore sviluppo economico del grande impero d'oltre oceano, ma propone anche una serie di misure atte a suo parere a riformare la situazione economica di quei territori, a vantaggio sia della Spagna sia del commercio francese.
Il B. non limitò in questo periodo preapatorio i suoi compiti soltanto all'appuntamento della documentazione richiesta dal suo governo: collaborò invece attivamente alla formulazione delle direttive nuove della politica francese in questo settore, divenuto di importanza fondamentale, con una serie di memorie per il duca di Choìseul o per altri ministri e funzionari francesi che si conservano manoscritte, come tutta la documentazione relativa alla sua attività tra il 1757 ed il 1770, nella Biblioteca Nazionale di Parigi.
Tra esse occorre almeno ricordare, per questo periodo di impostazione, la memoria intitolata Comment les Espagnols regardent le commerce avec les etrangers, le Réflexionsréservées pour le ministère de France au suiet d'un plan et d'un arrangement général avec la cour d'Espagne (navigation explication du pacte de familleextraction de piastres,commerceprivilèges personnels des Français) ed infine la memoria intitolata Utilité que les deux nations doivent retirer de leurs productions. L'idea centrale di questi scritti del B., in perfetta corrispondenza con le intenzioni della politica inaugurata dallo Choiseul, è che l'alleanza politica e militare tra le due potenze borboniche deve essere tradotta in una più vasta collaborazione economica se si vuole effettivamente equilibrare, la preponderanza inglese, giacché questa è fondata su una indiscutibile superiorità economica che né i due successivi patti di famiglia tra Francia e Spagna avevano modificato, né i "Gremios Mayores" di Madrid si mostravano disposti a scalzare in cambio dei prqblematici vantaggi che venivano offerti da parte francese. Inoltre la figura stessa del mercante francese, quale si era venuta diffandendo in Spagna dopo la guerra 41 successione, era tutt'altro che popolare: sì trattava infatti di piccoli mercanti, ad immediato contatto con i ceti popolari spagnoli, nei quali si alimentava l'opinione che essi si arricchissero con troppa facilità e con scarsi scrupoli. Il commercio con l'Inghilterra, invece, si svolgeva soltanto su scala nazionale, non creava attriti notevoli con la popolazione e anzi, richiedendo in cambio di prodotti manifatturati i prodotti fondamentali dell'agricoltura spagnola, apriva a questa degli sbocchi commerciali che difficìlmente potevano essere garantiti nella stessa misura dal vicino paese mediterraneo. Con queste difficoltà psicologiche ed economiche veniva quotidianamente a scontrarsi nella sua attività il Beliardi.
In realtà niente era più lontano dalla concreta situazione in cui si ponevano le, prospettive di collaborazione econonuca tra i due paesi, e dagli stessi ambiziosi programmi dello Choiseul, di questo piano di parità che il B. proponeva per i futuri rapporti commerciali. Era naturale che la maggiore potenza militare ed economica della Francia dovesse tradursi in un maggior. suo vantaggio anche nei rapporti con l'alleata "di famiglia". E infatti nei piani dello Choiseul la lotta - politica e commerciale - contro l'Inghilterra doveva avere come necessariaconclusione la sostituzione della Francia all'Inghilterra in tutte le posizioni chiave che quest'ultima deteneva non soltanto nel territorio spagnolo, ma, soprattutto, nelle colonie americane. Del, resto questo programma fu largamente presente allo stesso B., specialmente nelle molte proposte da lui avanzate a proposito di una riforma economica nei territori ispano-americani ed in quella, della fine, del 1761, di una serie di vantaggi commerciali da assicurare alla Francia nel Mediterraneo in caso di cessione di Minorca alla Spagna.
Terminata nel 1763 tutta questa attività di informazione e di elaborazione delle direttive della politica commerciale francese, il B. fu convocato a Parigi, dove, in una serie di incontri con lo Choiseul e con il Praslin, furono concordate una serie di richieste da avanzare al governo spagnolo per il miglioramento delle comunicazioni all'intemo della penisola, per maggiori facilitazioni al commercio francese sia nel territorio nazionale sia nelle colonie e per una limitazione dei privilegi accordati all'Inghilterra. Durante il suo soggiorno parigino, protrattosi dal dicembre del 1763 al maggio del 1765, il B. lavorò in collaborazione con lo Choiseul alla redazione di un Mémoire pour l'Espagne, che fu poi inviato dal ministro francese al Grimaldi, ministro spagnolo degli affari esteri, come piattaforma per l'applicazione degli accordi di collaborazione economica concordati a margine del terzo patto di famiglia. Al suo ritorno in Spagna, poi, il B. prese immediatamente contatto con i ministri Grimaldi e Squillace continuando i negoziati che si rivelarono subito abbastanza complessi: conclusa la guerra dei sette anni sembrava: infatti aprirsi un lungo periodo di pace, sicché pesava nelle contrattazioni l'intenzione reciproca di non compromettere con una troppo sbrigativa conclusione i futuri vantaggi che ciascuna delle parti avrebbe potuto trarre dall'accordo; così si moltiplicavano, sia da parte dello Squillace e del Grimaldi, sia da parte del B., le richieste, le precisazioni, i rinvii.
Il diplomatico marchigiano teneva assiduamente al corrente dei negoziati, del tutto sfuggiti dalle mani del d'Ossun, il governo di Parigi, con le sue solite relazioni conservate manoscritte in quella Biblioteca nazionale. I titoli delle più notevoli tra, esse sono: Etat général de ce que les nations fournissent à l'Espagne et de ce qu'elles en retirent;Etablissement des chambres de commerce en Espagneconnues sotas le nom de consulatsObjets à avoir presents.
Sin dalla fine del 1765 però il ritmo delle trattative cambia completamente ed il B. può cominciare a vantare un primo importante successo del suo lavoro: il 16 ottobre di quell'anno infatti Carlo III emise una "ordinanza" di grande importanza, abbassando le tariffe dell'esportazione dai porti spagnoli per le merci dirette nelle colonie d'America. Il B., in un suo Exanion du nouveau réglement sur le commerce libre des iles espagnoles riteneva infatti che tale misura avrebbe fortemente colpito il commercio inglese di contrabbando nell'America spagnola: essa dimostrava inoltre che il governo spagnolo si andava ormai decisamente avvicinando alle richieste francesi. È però a partire dall'anno successivo che le trattative tra il B. e il ministero, di Carlo III si avviano decisamente verso la conclusione: la difficile situazione spagnola in America, determinata dall'insorgere continuo di conflitti con gli Inglesi, induce il governo di Madrid ad affrettare i tempi di un. accordo generale con la Francia, per un'aueanza che permetta di resistere validamente agli Inglesi nelle colonie. Tale atteggiamento ha naturalmente la sua immediata ripercussione anche nei negoziati ai quali partecipa il B., che culminano nella stipulazione delle convenzioni del 2 genn. 1768 e del 13 marzo 1769, realizzate sulla base di un Plan de la convention concertée entre les cours de France et d'Espagne pour l'intelligence de l'article 24 du Pacte de famille et autres points relatifs à la navigation des deux pays, redatto dal B. in seguito ai colloqui con lo Squillace ed il Grimaldi ed inviato allo Choiseul il 27 nov. 1766. I vantaggi acquisiti dalla Francia in queste convenzioni furono in realtà abbastanza modesti: il B. ottenne che fossero eliminate per le-navi francesi le lungaggini della cosiddetta "visita de fondeo", cioè dell'ispezione doganale alle navi che scaricavano merci nei porti spagnoli; che fossero definite le attribuzioni delle rappresentanze consolari; che fosse concessa ai Francesi la libertà di pesca nelle coste della penisola spagnola ed infine che fossero garantiti, alla Francia i medesimi privilegi economici che il trattato di Utrecht aveva attribuito all'Inghilterra. Ma la modestia dei risultati era largamente compensata dalle ampie prospettive che gli accordi aprivano alla penetrazione francese in America. Le aspirazioni dello Choiseul e del B. a questo proposito trapelano chiaramente da una serie di scritti dell'agente generale: Mémoires sur les contestations de la France et de l'Espagne à Saint-DomingueMémoire concernant les limites des possessions françaises à Saint-DomingueMémoire sur les AntillesMémoire sur la Luisiane et sur Cayenne. In essi si delinea chiaramente il progetto francese di fondare sul controllo della Martinica, di San Domingo e della Guaiana una vasta influenza francese nell'America Centrale e Meridionale e, attraverso l'acquisto di uno scalo o di un'intera isola nelle Filippine, di avviare un'intensa attività commerciale tra la Cina e le Indie occidentali; su queste bagi, secondo il B. I e su quelle di un intenso rapporto politico e commerciale con le colonie spagnole, si sarebbe potuto contrastare con successo l'espansione inglese dall'America Settentrionale al Golfo del Messico ed al Brasile ed avv. lare la costituzione di un grande impero coloniale, francese che avrebbe avuto la sua, definitiva sanzione in una guerra coloniale decisiva con l'Inghilterra. Tali prospettive eraito del tutto condivise dallo Choiseul, il quale anche riteneva che il laypro diplomatico del B. a Madrid avesse contribuito notevolmente a definirle e a renderle più concrete.
In realtà, durante l'ultimo quinquennio del governo dello Choiseul il B. divenne il più attivo e vicino collaboratore del ministro francese. Anche i suoi incontri con lui divennero più frequenti, giacché si recò due volte a Parigi per discutere gli sviluppi delle trattative. Ma egli non limitò la sua collaborazione soltanto agli aspetti commerciali della politica francese: numerosi suoi scritti e note attestano infatti che egli partecipò attivamente alla elaborazione dei criteri della riforma marittima progettata dallo Choiseul. Nel 1768, poi, il B. giunse anche a proporre allo Choiseul, in certe sueRéflexions sur une guerre particulière entre la France et la Grande-Bretagne, un completo piano di guerra contro l'Inghilterra.
Lo scritto è articolato in un gruppo di studi separati nei quali il B. studia il piano di una serie di campagne in cui deve svilupparsi una guerra decisiva contro l'Inghilterra: le operazioni vanno condotte, egli sostiene, in modo da colpire l'avversarío sia nel suo territorio metropolitano, con uno sbarco in forze in Inghilterra, sia sul mare, con uno sforzo diretto ad annullare la prevalenza della sua flotta, sia nelle colonie (il B. propone una spedizione nella Giamaica), sia infine nel suo sistema di alleanze, portando la guerra sul territorio portoghese ed in Brasile. Lo Choiseul adottò poi alcune proposte del B., ma nella sostanza rifiutò. il piano che gli parve, come scriveva allo stesso B. da Fontainebleau il 12 nov. 1768, eccessivamente ambizioso e largamente peccante di inesperienza. In ogni modo il progetto dimostra che la collaborazione del B. con lo Choiseul riguardava ormai l'intero arco della politica estera francese.
Il prestigio acquistato in questo periodo dall'abate di Sinigaglia corrisponde perfettamente alla crescente importanza delle sue funzioni. Alla corte spagnola egli è il vero rappresentante del vicino paese, l'interlocutore abituale dei ministri spagnoli, da Squillace a Grimaldi, a Múzquiz. Anche, le sue fortune finanziarie dovettero giovarsi parecchio della sua influenza politica: in questo periodo risulta infatti associato al de La Borde, banchiere della corte. Ma la sua fortuna, come del resto quella dei grandi progetti che egli veniva esponendo nelle sue relazioni e memorie, era del tutto connessa all'appoggio che poteva dargli lo Choiseul. Così, quando nel 1770 il duca fu esonerato dalla direzione del governo francese, anche il B. venne progressivamente perdendo la sua influenza. Il marchese d'Ossun per conto suo fu pronto a sfruttare l'occasione favorevole per., sbarazzarsi di un così invadente collaboratore: lo denunciò alla corte spagnola come un intrigante, a quella francese come un fedele agente del ministro caduto in disgrazia e ne ottenne infine l'esonero. Invano il B. cercò di usare in propria difesa le potenti relazioni che era venuto stabilendo in dodici anni di intensa attività: era troppo legato allo Choiseul perché le sue resistenze potessero avere successo. Dovette così abbandonare la Spagna e recarsi in Francia, dove, nel 1772, raggiunse lo Choiseul nell'esilio che questi si era scelto a Chanteloup. Qui il B. rimase, fedele compagno di disgrazia, con il suo vecchio protettore finché questi morì. Ottenne allora dal governo di poter esercitare a Sinigaglia le modeste funzioni di console francese e fece ritorno nella città natale.
Morì a Sinigaglia nel 1803.
Bibl.: P. Muret, Les papiers de l'abbé B. et les relations commerc. de la France et de l'Espagne au milieu du XVIIIe siècle, inRevue d'hist. moderne et contemp., IV(1903), pp. 657-672; V.Rodriguez Casado, La politica y los Politicos en el reinado de Carlos III, Madrid 1962, pp. 97, 102-104.

BALBI, Adriano

. - Nacque il 25 apr. 1782 a Venezia, da antica famiglia patrizia. Dopo essere stato ufficiale subalterno nell'esercito francese, nel 1807, abbandonata la carriera militare, andò ad insegnare matematica e francese nel collegio camaldolese di S. Michele a Murano. Qui, incoraggiato dall'abate del monastero, il futuro Gregorio XVI, e dal rettore del collegio, il futuro cardinale P. M. Zurla, si avviò allo studio della geografia e della statistica, pubblicando l'anno dopo la sua prima opera (Prospetto politico dello stato attuale del globo, Venezia 1808). Nel 1811 divenne professore di fisica nel liceo di Fermo, ma nel 1815, per ragioni politiche, tornò a Venezia. Dopo aver trascorso in Portogallo il biennio 1819-20, nel 1821, già sposato a una francese, si stabilì a Parigi, rimanendovi sino al 1835, quando si trasferì a Vienna in qualità di consigliere e statistico presso la suprema Conferenza di stato. Nel 1840, abbandonata Vienna, andò a Milano, vi rimase sino a tutto il 1846 e tornò poi a Venezia. Fu socio effettivo pensionario dell'Istituto lombardo di scienze e lettere, socio effettivo dell'Accademia delle scienze di Vienna; ebbe onorificenze cavalleresche da quasi tutti gli stati europei. J. Dumont d'Urville, nel 1842, nella relazione del suo ultimo viaggio al polo australe, dette il nome di B. all'estrema punta dell'isola di Bougainville, nell'arcipelago delle Salomone.
Il B. morì a Venezia il 13 marzo 1848.
Durante la sua permanenza in Portogallo, grazie anche alle sue relazioni d'amicizia coi capi del governo provvisorio del 1819, poté visitare buona parte del paese ed ebbe accesso agli archivi dello stato, venendo a conoscenza d'importanti documenti, che lo misero in grado di pubblicare a Parigi nel 1821 due importanti opere (Essai statistique sur le royaume de Portugal et d'Algarve, 2 voll.; Varietés politico-statistiques sur la Monarchie Portugaise), risultate assai superiori a tutte le altre del tempo nella descrizione delle reali condizioni antiche e recenti del Portogallo.
Nel 1826 usciva sempre a Parigi il suo Atlas ethnographique du globe, nel quale, con la collaborazione di molti filologi, vengono classate 860 lingue e circa cínquemila dialetti; la favorevole accoglienza ottenuta da questo atlante è testimoniata dalle numerose traduzioni. Due anni dopo pubblicava la Balance politique du globe (Paris 1828): N. Tommaseo la giudicava "lavoro importantissimo e agli uomini di stato, e agli amministratori, e a' viaggiatori, e alla studiosa gioventù" (Antologia, XXXII [1828], parte c, p. 31) e in particolare ammirava il tentativo di determinazione della popolazione del Brasile, "un vero modello di critica geografica e statistica, e di logica arguta insieme e diligente" (p. 34). La stima di popolazione fu un problema che attrasse molto l'attenzione del B., specialmente per le grandi discordanze notate tra i geografi dell'ultimo secolo, onde nell'Essai sur la population des deux mondes (Paris 1830) il B. tentò la valutazione della popolazione totale del mondo (740 milioni, secondo lui) e dette sagge norme sulla condotta della ricerca e sulle cautele necessarie nelle valutazioni dei numeri.
L'opera fondamentale del B., che gli procurò una larga rinomanza europea, fu l'Abregé de géographie (Paris 1833), un grosso volume nel quale era riassunta la scienza geografica dei suoi tempi e raccolto il meglio degli studi geografici compiuti nella sua vita.
Adottato come libro di testo nelle università francesi, l'Abregé ebbe traduzioni in italiano, spagnolo, portoghese, grec0, inglese, tedesco, con un favore che perdurò nel tempo, tanto che nel 1895 ne era pubblicata la ottava edizione tedesca. Sebbene si tratti di un'opera di divulgazione intelligente, soprattutto d'uso scolastico, l'Abregé ebbe fortuna anche presso gli specialisti, come A. von Humboldt, che apprezzavano l'informazione esatta e la cura critica della documentazione. L'opera è divisa in due parti, la generale e la descrittiva. Nella prima sono esposte le nozioni generali di astronomia, di matematica, di fisica, di geologia, di storia naturale, di antropologia, di statistica, di economia politica, necessarie, secondo il B., alla geografia. Nella geografia descrittiva particolare, l'elemento fisico si riduce a pochi cenni mentre vi sovrabbonda la descrizione politica. Il B. giudica inutili o incerte le classificazioni in uso tra i geografi del tempo nel campo della geografia umana, di cui le principali erano: secondo le razze, secondo lo stato sociale (selvaggi, barbari, inciviliti), secondo la nutrizione (antropofagi, frugivori, carnivori, ecc.), secondo la posizione topografica (montanari, abitanti della pianura), secondo il modo di vita (nomadi, pescatori, cacciatori, ecc.). Egli sostituisce questa classificazione dell'umanità con un'altra scandita in quattro gruppi principali: secondo la divisione politica, secondo il grado d'incivilimento, secondo le lingue parlate, secondo la professione religiosa. In complesso l'impostazione generale dell'opera è alquanto arretrata rispetto agli studi del tempo, appesantita da cospicui dati statistici non sempre connessi con gli argomenti trattati.
Il B. rivolse particolare attenzione alla statistica, che suscitava ai suoi tempi scarso interesse, non soltanto riportando tavole statistiche nei suoi trattati di geografia, ma anche con numerosi scritti specificamente destinati alla statistica, dai quali largamente attinsero, come notizie e come metodo, gli autori posteriori: il saggio statistico sul Portogallo e sulla Persia, la statistica dei delitti e dell'istruzione in Francia, la statistica delle biblioteche di Vienna e degli archivi di Venezia, le tavole statistiche della Russia, della Francia, dell'Olanda. Numerose e varie notizie statistiche sull'Italia, sparse nei suoi scritti, furono raccolte e ordinate dal figlio Eugenio in Miscellanea italiana. Ragionamenti di geografia e statistica patria di A. B. (Milano 1845).
Opere. Il B. redasse una quarantina di volumi e tavole, di cui dette l'elenco cronologico il figlio Eugenio nella Miscellanea italiana..., pp. 378-80; le numerose memorie sparse nei periodici del tempo furono raccolte sempre dal figlio in Scritti geografici statistici e vari..., s. 1, Torino 1841-42 (5 voll.); s. 2, Scritti minori di A. B., Milano 1845 (2 voll.): la seconda serie comprende quasi esclusivamente scritti statistici. Tra le sue opere: Essai historique et statistique sur le Royaume de Perse, Paris 1827; Statistique comparée des crimes et de l'instruction en France, Paris 1829; The World compared with the British Empire, Paris 1830; Compendio di geografia, secondo un nuovo disegno... Prima versione italiana dell'Abregé, approvata dall'autore, con giunte, Torino 1834 (2 voll.); Essai statistique des bibliothèques de Vienne, Vienne 1835.
Bibl.: J. G. H., L'Empire Russe... par A. B., in Antologia, XXXV (1829), p.te b, pp. 76-92; E. Balbi, Gea, ossia la Terra descritta secondo le norme di A. B. e le ultime e migliori notizie, I-IV, Trieste 1854-1859, passim; Id., A. B., ricordi biografici del figlio e discepolo suo, prof. E. B., in Bollett. d. Soc. geografica ital., s. 2, VI(1881), pp. 528-32; G. Jaja, A. B.,Roma 1903; C. Wurzbach, Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich, I, p. 130; J. C. Poggendorff, Biographisch literarisches Handwörterbuch für Mathematik..., I, col. 92; Enciclopedia Ital., V, p. 904.

CALEPPI, Lorenzo

. - Nato a Cervia il 29 apr. 1741 dal conte Nicola e da Luciana Salducci (Arch. Segr. Vat., Proc.Dat.171, f. 385: atto di battesimo), dopo aver compiuto gli studi medi presso il Collegio dei nobili di Ravenna diretto dai gesuiti, si laureò in utroque iure presso il Collegio dei giureconsulti di Cesena il 3 genn. 1767 (ibid.ff.378-381: certificato di laurea). Nel biennio 1766-1767 fu vicario e commissario generale per la provincia ferrarese dell'arcivescovo di Ravenna, card. Niccolò Oddi. Morto questo (25 maggio 1767), si trasferì a Roma, ove il Garampi lo introdusse nella Curia romana, ordinandolo egli stesso sacerdote l'11 maggio 1772 (ibid.f. 384: attestato dell'ordinazione). Quindi il C. seguì in qualità di uditore il Garampi, nominato nunzio dapprima a Varsavia (1772-1775), poi presso la corte asburgica a Vienna (1776-1785). Alla morte dell'imperatrice Maria Teresa (1780), ne recitò l'orazione funebre. Nel 1782, ritornato temporaneamente il Garampi a Roma, per accompagnarvi Pio VI reduce dalla nota visita a Giuseppe II, il C. restò a Vienna quale incaricato d'affari. Nel 1785 venne designato ablegato apostolico, per la presentazione della berretta cardinalizia al Garampi.
Terminata la nunziatura del Garampi, anche il C. tornò a Roma. Pio VI gli conferì il priorato della chiesa collegiata di S. Maria in Via Lata e cominciò a valersi di lui negli affari politico-diplomatici della S. Sede. Nel giugno del 1786 lo inviò a Napoli per intavolare le trattative con il governo napoletano in merito ad un eventuale concordato.
Partito da Roma, quasi in segreto, con l'istruzione di agire con i mezzi più facili e più conducenti all'intento di un equo e decente accomodamento fra la corte e la S. Sede (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, Napoli, 306, f. 253)il C. giunse a Napoli il 1º luglio 1786. Si rese presto conto che dietro l'atteggiamento apparentemente conciliativo del marchese Caracciolo si nascondeva la ferma volontà di non cedere alle richieste romane. Tentò allora di appoggiarsi sul generale Acton, confidando anche nella protezione della regina, ma si trattò di una speranza di breve durata. Già alla fine del febbraio successivo (ibid.310, ff. 94-99) faceva con sobria chiarezza il punto della situazione: "… qui non si pensa ormai più che a rompere la negoziazione o a cercar di conchiudere con troppi sagrificii per parte nostra". Eppure le trattative si protrassero ancora a lungo, con proposte e controproposte. I problemi più dibattuti riguardavano la nomina dei vescovi, i rapporti degli Ordini religiosi residenti nel Regno con i loro generali a Roma, la giurisdizione del nunzio, la concessione dei benefici ecclesiastici. Le due parti si irrigidirono sempre di più su posizioni opposte, rifiutando entrambe di cedere alle richieste dell'altra.
Nel giugno del 1787 il C. suggerì a Roma che Pio VI venisse nel Regno personalmente per raggiungere l'accordo o per bollare pubblicamente il comportamento della corte (cfr. "Qualche idea sulla possibilità di una gita di N.S. in Napoli",ibid.310, ff. 260-261); ma invece del papa vi si recò il segretario di Stato, cardinale Boncompagni Ludovisi (ottobre-novembre 1787). Anche le sue trattative restarono, però, infruttuose e l'impossibilità di raggiungere un accordo divenne ormai palese. Infatti, partito il cardinale, le relazioni tra il C. e il Caracciolo e l'Acton giunsero alla rottura e il C. lasciò definitivamente il Regno per Roma, ove giunse il 18 genn. 1788.
Durante le trattative il C. si rivelò soprattutto un intransigente difensore dei diritti della S. Sede, agendo con la massima coerenza, ma con scarsa abilità diplomatica. La responsabilità del fallimento delle negoziazioni non può essere, comunque, addossatagli, poiché la rottura derivò dalla diversità di prospettive secondo cui la S. Sede e il Regno di Napoli interpretavano i propri diritti e i reciproci rapporti.
Nel 1792 inizia una nuova fase nell'attività del C., che gli procurò particolari meriti e l'appellativo di "protecteur et père de tous les prêtres français" (Arch. Segr. Vat., Emigr.rivoluz. franc.5, f. 208), rifugiati nello Stato pontificio. Nell'ottobre 1792 Pio VI aprì, infatti, le porte al clero "refrattario" esiliato dalla Francia, provvedendo alle sue necessità economiche. Dell'organizzazione di questa complessa opera di soccorso si occupò, sotto la dipendenza della segreteria di Stato, per circa quattro anni appunto il C., che sin dal dicembre 1791 aveva cercato di aiutare gli ecclesiastici francesi emigrati, sistemandoli nelle case religiose.
Nel 1795 egli fu nominato anche segretario della "Congregazione deputata da N.S. per gli affari ecclesiastici di Polonia" (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato,Polonia, 344, Add. 5), incaricata di affrontare i problemi di quella Chiesa dopo la terza spartizione dei territori polacchi tra Russia, Prussia e Austria.
Nell'agosto del 1796 il C. fu nominato plenipotenziario pontificio, per condurre le trattative di pace tra la Francia e la S. Sede, che si dovevano svolgere a Firenze con i commissari dell'armata francese d'Italia, Garrau e Saliceti, grazie alla mediazione del ministro spagnolo a Roma, J. N. de Azara.
Giunto a Firenze il 6 settembre, il C. confidava di conseguire, nelle negoziazioni previste, delle condizioni che non fossero incompatibili cm le Istruzioni ricevute dal papa (cfr. Filippone, pp. 656-658): in particolare gli si ordinava di non accettare le richieste francesi - già presentate nei mesi precedenti a Parigi - di una totale sconfessione di tutti gli scritti e gli atti della S. Sede nei riguardi della Rivoluzione, e di contrapporre - se fosse stato necessario ed opportuno - una formula escogitata da mons. Di Pietro, con cui il pontefice "per prevenire qualunque abuso, che si potesse fare dei Brevi, Rescritti suddetti ecc. espressamente dichiara, non aver mai inteso prender parte nelle Civili Ordinazioni dei Governi, e che neppure la prenderà in avvenire…" (ibid., p. 663). Ma nell'incontro con i commissari francesi, il 9 sett., il C. fu invitato a firmare, nello spazio tassativo di sei giorni, un testo immodificabile che - tra le altre pesanti condizioni - riproponeva il temuto articolo che menomava il prestigio del pontefice anche come capo della Chiesa (era il famoso art. 4, in cui il papa, riconoscendo che "des ennemis communs ont abusé de sa confiance et surpris sa religion, pour expédier, publier et répandre, en son nom, différents actes dont le principe et l'effet sont également contraires à ses véritables intentions et aux droits respectifs des nations", avrebbe dovuto revocarli ed annullarli tutti: ibid., p. 706).
II C., che non aveva facoltà di accettare una simile proposta ("giacché non può darsi Plenipotenza in materia di Religione", l'avvertivano le Istruzioni), ritornò a Roma per sottoporla ad una congregazione cardinalizia. Questa, radunatasi il 13 settembre, decise a grande maggioranza di respingere lo schema di trattato che il Direttorio voleva imporre; e il C. ritornò a Firenze latore di un energico e sdegnoso messaggio di rifiuto, da lui stesso redatto (era stato scartato, infatti, il testo più moderato proposto dal Consalvi).
Rientrato definitivamente a Roma il 13 ottobre, il C. fu accolto trionfalmente dalla popolazione che, nell'eccitato clima antirivoluzionario, lo considerò, per il suo intransigente atteggiamento, l'artefice della resistenza ai tentativi firancesi di distruggere la religione e di limitare la sovranità dello Stato pontificio. Ma già pochi giorni dopo il Bonaparte fece sapere, tramite il card. Mattei, di voler riprendete le trattative con la S. Sede. Quest'ultima però temporeggiò nella speranza di potersi assicurare un valido aiuto austriaco per fronteggiare un'eventuale aggressione francese. Tardando l'accordo con gli Austriaci (si trattava dell'infruttuosa legazione a Vienna di mons. Giuseppe Albani) e realizzandosi invece l'invasione dello Stato pontificio da parte francese e la caduta di Ancona, Pio VI si convinse della necessità di riprendere le trattative. Si valse ancora una volta dell'opera del C., che venne inviato al seguito del card. Mattei a Tolentino, per trattare con Bonaparte e Cacault. Le negoziazioni - di cui il C. ci lasciò un resoconto prezioso - furono rapide e dopo appena tre giorni terminarono con un trattato (il testo fu preparato in comune tra il C. e il Cacault) che assicurava ai Francesi il possesso delle tre Legazioni, fissava altre pesanti forme di risarcimento a carico dello Stato pontificio, ma non toccava la politica religiosa del Papato.
Dopoché il trattato fu ratificato da Pio VI il 22 febbr. 1797, il C. restò a Roma e nel maggio successivo venne annoverato tra i chierici di Camera.
Durante l'occupazione di Roma, il C. si rifugiò nel Regno di Napoli (in Sicilia, durante il periodo della Repubblica partenopea), donde partì nel giugno del 1799 alla volta di Venezia. Era presente nella città durante il conclave, cui però non partecipò in nessuna funzione. Il neoeletto Pio VII, poco dopo esser tornato in Roma, lo designò - con l'incarico di svolgere trattative la difesa degli interessi dello Stato pontificio - suo inviato straordinario presso i generali Berthier e Murat. Il C. lasciò Roma il 6 febbr. 1801; si fermò prima a Foligno e nel marzo giunse a Firenze. Qui trattò prima con il governo provvisorio toscano, poi fu accreditato presso il re di Etruria, Lodovico I di Borbone. La sua missione terminò con l'arrivo a Firenze del nuovo nunzio, E. De Gregorio, il 20 ott. 1801.
Nel frattempo, e precisamente il 23 febbr. 1801, il C. era stato nominato arcivescovo di Nisibi, in partibus infidelium.Poté ottenere la consacrazione, però, solo dopo il suo ritorno da Firenze, il 15 nov. 1801. Il 19 dello stesso mese diventò assistente al soglio pontificio e il 23 dicembre successivo nunzio in Portogallo.
Egli giunse a Lisbona il 22 maggio 1802, con Vincenzo Macchi, uditore, e il fedele Camillo Luigi de' Rossi, che ne scriverà poi la biografia.
I principali problemi che il C. dovette affrontare nel Portogallo riguardarono la difficile situazione politica generale e l'emanazione dell'Alvará, la legge del 4 sett. 1804, "la più ingiuriosa all'autorità pontificia" (Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato,Portogallo, 138, relazione del 9 ott. 1804), che subordinava al permesso dell'autorità civile - una giunta - i contatti tra i Portoghesi (sia ecclesiastici sia laici) e la Curia romana. Il C. si trovò poi nella necessità di giustificare davanti al mondo gli atteggiamenti di Pio VII verso Napoleone, senza compromettere nello stesso tempo la nunzia in un paese che, negli anni precedenti all'invasione francese, aveva cercato con ogni mezzo di conservare la neutralità. In proposito è interessante notare che il C. già nel 1803 previde l'eventualità di doversi trasferire nell'America latina, il che poi avverrà effettivamente nell'anno 1808.
Quando, infatti, in seguito all'invasione del Portogallo e al decreto di Napoleone con cui si dichiarò decaduta dal trono portoghese la casa di Braganza (II nov. 1807), la famiglia reale si trasferì in Brasile. la seguì anche il C. che giunse a Rio de Janeiro l'8 sett. 1808; primo nunzio che svolgesse la sua attività nell'America latina, mantenendo tuttavia il titolo di nunzio del Portogallo. In ogni caso la sua presenza a Rio gli permise di occuparsi anche dei problemi della Chiesa locale, soprattutto dei rapporti tra l'episcopato e il clero regolare. Egli partecipò attivamente anche agli affari politici della corte: gli fu richiesto tra l'altro di trattare con gli Inglesi il problema dell'apertura dei porti del Brasile alle navi britanniche.
Pio VII, per la sua lunga attività prestata al servizio della S. Sede, lo creò cardinale l'8 marzo 1816, ma prima che il C. potesse tornare a Roma, la morte lo colse a Rio de Janeiro il 10 genn. 1817.
Fonti e Bibl.: Arch.Segr. Vaticano, Carte Caleppi;Ibid., Epoca Napoleonica, Italia XI;C.L.de' Rossi, Memorie intorno alla vita del card. L. C. e ad alcuni avvenimenti che lo riguardano, Roma 1843; V. de Richemont, La première rencontre du pape et de la Republique française. Bonaparte et C. à Tolentino, Paris 1897; L. Rinieri, Della rovina di una monarchia. Relazioni storiche tra Pio VI e la corte di Napoli negli anni 1776-1799 secondo documenti inediti dell'Archivio Vaticano, Torino 1901, ad Indicem;J. Du Teil, Rome, Naples et le Directoire. Armistices et traités 1796-1797, Paris 1902, pp. 223-549: passim;Roma Lusitana, Manoscritto inedito dell'abate Francesco Cancellieri, a cura del marchese De Faria, Milano 1926 (Portogallo e Italia, vol. V), pp. 278-282; P. Savio, Clero francese ospite ne conventi de' cappuccini dello Stato pontificio,in L'Italia francescana, VIII(1933), pp. 77-99, 292-304, 370-387, 506-516, 596-622; H.Accioly, Os primeiros Núncios no Brasil, SãoPaulo 1949, pp. 19-126; L.Pásztor, Un capitolo della storia della diplomazia pontificia. La missione di Giuseppe Albani a Vienna prima del trattato di Tolentino, in Archivum historiae pontificiae, I(1963), pp. 295-383 passim;G.Filippone,Le relazioni tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria, Storia diplomatica del trattato di Tolentino, IIMilano 1967,ad Indicem.