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domenica 3 luglio 2016

PALLAVICINO (Pallavicini), Stefano Benedetto









. – Nacque a Padova il 21 marzo 1672, primogenito (Croll, 1958, p. 263) del compositore Carlo e di Giulia Rossi, padovana.
La figura del genitore ne determinò il percorso esistenziale e professionale. Formato nella paterna Salò al collegio di S. Giustina dei padri Somaschi, dove dimostrò precoce predisposizione per la filosofia e la retorica, a quattordici anni venne condotto dal padre in Germania, dove trascorse, salvo viaggi di servizio in Italia e in Austria, l’intera esistenza. Cruciale fu in particolare il legame del padre con la Corte elettorale di Dresda, dove Pallavicino visse tra il 1686 e il 1694, e nuovamente dal 1716 alla morte. Nel 1687 rielaborò per Dresda, a ridosso della prima veneziana, il dramma La Gerusalemme liberata di Giulio Cesare Corradi, musica di suo padre; quell’anno stesso mise mano al primo dramma in proprio, L’Antiope, melodramma per musica destinato al padre, il quale tuttavia, morto prematuramente il 29 gennaio 1688, lasciò incompiuta la partitura, poi ultimata dal vicemaestro di cappella Nicolaus Adam Strungk e rappresentata a corte il 14 febbraio1689. Nel 1688 l’elettore Giovanni Giorgio III aveva già nominato Pallavicino «poeta in lingua italiana», con specifica competenza sull’opera italiana e stipendio di 500 talleri annui (Fürstenau, 1862, I, pp. 304 s.).
Licenziato alla morte dell’elettore, nel 1695 passò a Düsseldorf, dove fu nominato poeta di corte e ‘Segretario di S. Altezza Elettorale Palatina’. Vi compose una decina di drammi: Giocasta (1696, revisione d’un dramma di Giovanni Andrea Moniglia; musica di Johann Hugo von Wilderer), Telegono (1697, tragedia per musica, primo lavoro originale per Düsseldorf; Carlo Luigi Pietragrua), Tiberio imperator d’Oriente (dramma per musica, 1703), Faustolo (1706, favola pastorale; Wilderer), Arminio (dramma per musica, 1707; Agostino Steffani), Proserpina (1708, tragicommedia pastorale; Wilderer), Tassilone (tragedia per musica, 1709; Steffani), forse Amalasunta (tragedia per musica, 1713; Wilderer). Nel 1709 Giorgio Maria Rapparini sentenziò che «son chant héroïque et sublime lui attira l’approbation universelle» (cfr. Sartori; Croll, 1958, p. 26; Lindgren-Timms, 2003, p. 6).
La produzione drammatica di Pallavicino (una trentina tra lavori scenici e oratori in oltre mezzo secolo: 1687-1742), distribuita irregolarmente nelle diverse stagioni, presenta sensibili discontinuità stilistiche e nel contempo una costante predisposizione, notevole nel panorama coevo, a ibridare modelli italiani e francesi, secondo una cifra originale in cui si riconoscono retaggi dell’opera secentesca e modi arcadici (poi metastasiani). Mise notevoli doti di drammaturgo e versificatore al servizio d’una varietà di generi: tragedia, dramma e commedia per musica, pastorale, oratorio (e forse anche intermezzi). Gli spettacoli più grandiosi (Gerusalemme liberataTassiloneTeofaneAlfonso) rileggono la storia medievale come puntuale allegoria della politica moderna, conservando peraltro una notevole efficacia drammatica anche estrapolati dal contesto encomiastico originario.
Alla morte dell’elettore Giovanni Guglielmo (1716) Pallavicino ritornò via Kassel a Dresda, sua seconda patria, dove Antonio Lotti nel 1717 ricostituì una compagnia operistica per ordine del principe ereditario Federico Augusto (il futuro re Augusto III). Questi il 20 febbraio 1719 nominò Pallavicino poeta di corte in sostituzione dell’irreperibile Antonio Maria Lucchini, col cospicuo stipendio di 2000 fiorini imperiali (Lieber, 1997, p. 131). L’evento dinastico cruciale delle nozze del principe ereditario con Maria Giuseppa d’Asburgo offrì nel settembre 1719 un’occasione straordinaria per mettersi in luce allestendo, nel nuovo monumentale teatro di Corte con musica di Antonio Lotti, il dramma per musicaTeofane (ribattezzato Ottone, re di Germania e rimaneggiato da Nicola Francesco Haym, il dramma sarebbe poi stato intonato da Händel a Londra nel 1723; nel 1720-21 Pallavicino funse da tramite per il reclutamento di cantanti per la Royal Academy of Music, dove si progettava di dare, riveduto, il Tassilone).
Del principe ereditario (dal 1733 elettore) Pallavicino divenne segretario, svolgendo anche servizi di carattere diplomatico: nel 1723 fu a Praga per l’incoronazione di Carlo VI; nel 1730 e ancora nel 1731 a Vienna come segretario d’un ministro sassone; nel 1738-40, per le nozze della principessa Maria Amalia, accompagnò come consigliere d’ambasciata nel suo ultimo viaggio italiano il principe Federico Cristiano a Napoli, Roma, Venezia e poi a Vienna.
In Arcadia dal 26 novembre 1701 come Erifilo Criuntino, Pallavicino corrispose con parecchi intellettuali: importanti i carteggi con Giuseppe Riva, Agostino Steffani, Giovanni Giacomo Zamboni, Ludovico Antonio Muratori (gli rivide la traduzione delle Satire di Orazio, Pallavicino funse da intermediario per dedicare le Antiquitates Italicae ad Augusto III).
Negli anni Venti scrisse per la compagnia di Giovanni Alberto Ristori (al quale nel 1732 tentò di procurare un posto a Londra) due commedie per musica, tra le prime in Germania: Calandro (1726; prima opera italiana allestita in Russia, a Mosca nel 1731) e Un pazzo ne fa cento (1727), dal Don Chisciotte.
L’ultima, ferace produzione è legata all’ascesa al trono di Federico Augusto e al concomitante avvento di Johann Adolf Hasse (Pallavicino aveva preso parte alla trattativa per l’assunzione del nuovo maestro di cappella: cfr. Mojzysz, 2002 e 2011). Preceduta da due drammi seri per Ristori nel 1736 (Le fate Arianna), l’importante serie comprende Senocrita,AtalantaAsteria (1737), IreneAlfonso (1738, per le nozze coi Borboni di Napoli) e Numa Pompilio (1741).
Si aggiungano diversi oratori: Sagra pastorale (Bologna 1709), I pastori al presepio (ivi, 1721); soprattutto tardi e dresdensi: Il serpente di bronzo (1730, Jan Dismas Zelenka), Il cantico de’ tre fanciulli (1734, Hasse), I penitenti al sepolcro del Redentore (1736, Zelenka), Le Virtù appiè della Croce (1737, Hasse), e infine I pellegrini al sepolcro di Nostro Signore (1742, Hasse; poi 1798, Johann Gottlieb Naumann), un’opera centrale nella storia dell’oratorio settecentesco, eseguita poche settimane prima della morte del poeta.
Pallavicino scrisse numerosi componimenti d’occasione, sia a Düsseldorf sia a Dresda. Compose due brevi discorsiSull’amicizia e Sulla musica (entrambi nel quarto ed ultimo volume delle sue Opere, edite da Francesco Algarotti nel 1744, dunque ben noti al futuro autore del Saggio sopra l’opera in musica), letto quest’ultimo in Arcadia nel 1739.
Negli ultimi anni Pallavicino, traduttore di Locke Euripide Virgilio e della storia De’ fatti de’ tedeschi fino al principio della monarchia dei Franchi di Johann Jacob Mascov (Venezia 1731), si dedicò alla traduzione da Orazio (OdiSatire e parte delle Epistole): occasionata da un’accademia presso il maresciallo August Christoph Wackerbarth, avviata a Varsavia nel 1732, propiziata dal riposo forzato seguito a una caduta «nel servir di braccio» la primadonna Faustina Bordoni (Algarotti, 1744, p. n.n. di p.) e data alla luce, limitatamente alle Odi, nel Canzoniere d’Orazio ridotto in versi toscani(Leipzig 1736), fu molto apprezzata da contemporanei e posteri.
Morì a Dresda il 16 aprile 1742.
Fonti e Bibl.: S.B. Pallavicino, Il canzoniere d’Orazio ridotto in versi toscani, Leipzig 1736; F. Algarotti, Notizie pertinenti alla vita ed alle opere del sig. S.B. P., in Delle Opere del Signor S. B. P., Venezia 1744, I, s.n. di p.; A. Lombardi, Storia della letteratura italiana nel secolo XVIII, V, Venezia 1832, pp. 24 s.; G. Brunati, P. (S. B.), in Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo 18. e de’ contemporanei, a cura di E. De Tipaldo, V, Venezia 1837, pp. 306 s.; J.W. Moss,Manual of classical bibliography, London 1837, pp. 98-100; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des Theaters am Hofe zu Dresden, Dresden 1862, I, passim; Id., Die Oper «Antiope» und die Bestallungen der kurfürstlich-sächsischen Vice-Kapellmeisters Nicolaus Adam Strunck und des Hofpoeten S. P., in Monatshefte für Musikgeschi-chte, XII (1881), pp. 1-6; C.R. Mengelberg, Giovanni Alberto Ristori. Ein Beitrag zur Geschichte italienischer Kunstherrschaft in Deutschland im 18. Jahrhundert, Leipzig 1916, pp. 11, 16 s., 19; C. Pallavicino, La Gerusalemme liberata, a cura di H. Abert, Leipzig 1916; G. Croll, Musikgeschichtliches aus Rapparinis Johann-Wilhelm-Manuskript (1709), in Musikforschung, XI (1958), pp. 262-264; A. Steffani, Tassilone, a cura di G. Croll, Düsseldorf 1958; G. Steffen, Johann Hugo von Wilderer (1670 bis 1724): Kapellmeister am kurpfälzischen Hofe zu Düsseldorf und Mannheim, Köln 1960, passim; L. Bianconi - Th. Walker,Production, consumption and political function of seventeenth-century opera, in Early Music History, IV (1984), pp. 268 s.; O. Landmann, Die Komische Italienische Oper am Dresdner Hof in der ersten Hälfte des 18. Jahrhunderts, in Dresdener Operntraditionen, Dresden 1985, pp. 121-138; W. Dean, The Genesis and Early History of «Ottone», in Göttinger Händel-Beitrage, II (1986), pp. 129-140; M. Koch, Die Oratorien Johann Adolf Hasses: Überlieferung und Struktur, Pfaffenweiler 1989, passim; L. Lindgren, Musicians and Librettists in the Correspondence of Gio. Giacomo Zamboni, in Royal musical association research chronicle, XXIV (1991), ad ind.I libretti italiani di Georg Friedrich Händel e le loro fonti, I, 2, a cura di L. Bianconi, Firenze 1992, pp. 185-226; P. Rolli, Libretti per musica, a cura di C. Caruso, Milano 1993, p. XXV; N. Dubowy,Italienische Opern im mitteldeutschen Theater am Ende des 17. Jahrhunderts: Dresden und Leipzig, in Barockes Musiktheater im mitteldeutschen Raum im 17. und 18. Jahrhundert, a cura di F. Brusniak, Köln 1994, pp. 23-48; F. Marri,La dedica delle «Antiquitates Italicae», in Corte, buon governo, pubblica felicità: politica e coscienza civile nel Muratori, Firenze 1996, pp. 73-80; F. McLauchlan, Lotti’s «Teofane» (1719) and Handel’s «Ottone» (1723): A textual and musical study, in Music & Letters, LXXVIII (1997), pp. 349-390; M. Lieber, L’italiano alla corte di Augusto il Forte, in Italiano: lingua di cultura europea, a cura di H. Stammerjohann, Tübingen 1997, pp. 117-131; F. Marri, Ein italienischer Dichter an den Ufern der Elbe: S. B. P., in Elbflorenz. Italienische Präsenz in Dresden 16.-19. Jahrhundert, a cura di B. Marx, Dresden 2000, pp. 159-175; C. Campa, Die italienische Oper im Deutschland des 18. Jahrhunderts: Wirklichkeit, Wirkung, Rezeptionsästhetikibid., pp. 223 s.; Z. Mojzysz, 1730: Ein Jahr im Leben Johann Adolf Hasses im Spiegel zeitgenössischer Korrespondenz, in Johann Adolf Hasse in seiner Epocheund in der Gegenwart. Studien zur Stil- und Quellenproblematik, a cura di S. Paczkowski - A. Żórawska-Witkowska, Warszawa 2002, pp. 45-52; P. Mücke, Johann Adolf Hasses Dresdner Opern im Kontext der Hofkultur, Laaber 2003, ad ind.; L. Lindgren - C. Timms, The correspondence of Agostino Steffani and Giuseppe Riva, 1720-1728, and related correspondence with J. P. F. von Schönborn and S. B. Pallavicini, in Royal musical association research chronicle, XXXVI (2003), pp. 5-8, 33-43, 50 s., 73, 107 s.; C. Timms, Polymath of the Baroque: Agostino Steffani and his music, New York 2003, ad ind.; A. Iurilli, Orazio nella letteratura italiana: commentatori, traduttori, editori italiani di Quinto Orazio Flacco dal XV al XVIII secolo, Roma 2004, passim; R. Mellace, Johann Adolf Hasse, Palermo 2004, ad ind.; P. Mioli, Recitar cantando. Il teatro d’opera italiano.I: Il Seicento, Palermo 2008, pp. 305-309, 363-365; Ch. Seebald, Libretti vom ‘Mittelalter’: Entdeckungen von Historie in der (nord)deutschen und europäischen Oper um 1700, Tübingen 2009, pp. 197, 214 s., 250 s., 270; S. Woyke, Faustina Bordoni. Biographie, Vokalprofil, Rezeption, Frankfurt am Main 2010, p. 97; Z. Mojzysz, Cleofide: «Dramma per musica» von Johann Adolf Hasse, Stuttgart 2011, pp. 32 s., 45-50, 61-75; H.F. Plett, Energeia in Classical Antiquity and the Early Modern Age: the aesthetics of evidence, Leiden 2012, pp. 82-84; C. Sartori, I libretti italiani a stampa dalle origini al 1800,Indici, I, p. 301; Enciclopedia dello spettacolo, VII, Roma 1960, col. 1538; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti. Le biografie, V, p. 554; The New Grove dictionary of Opera, 1992, III, p. 838; The New Grove dictionary of music and musicians (ed. 2001), XIX, pp. 11 s.; Die Musik in Geschichte und GegenwartPersonenteil, XIII, coll. 52 s.

venerdì 24 giugno 2016

Manfredini, Federico





, marchese. - Uomo politico (Rovigo 1743 - Campoverardo 1829) al servizio dei granduchi di Toscana. Valoroso combattente nella guerra dei Sette anni e poi contro i Turchi, generale (1789) per nomina dell'imperatore Giuseppe II, dopo aver seguito (1790) a Vienna il nuovo imperatore Leopoldo II, tornò (1791) a Firenzecome consigliere del granduca Ferdinando III, che (1805) lo ebbe anche come ministro per il ducato di Würzburg. Protettore di letterati e artisti, lasciò una raccolta di incisioni e i suoi libri al seminario di Padova, e la pinacoteca a quello di Venezia.

domenica 19 giugno 2016

BERNARDI, Francesco, detto il Senesino



. - Nacque a Siena intorno al 1677 (Cellesi, 1933) o intorno al 1680 e fece i suoi studi musicali a Bologna sotto la guida del sopranista Antonio Maria Bernacchi. Evirato con voce di mezzosoprano, iniziò la sua carriera nei piccoli teatri di Roma e cantò poi a Genova (1709) e a Venezia (1714), cominciando ad acquistare larga notorietà verso il 1715. Nell'autunno del 1717 era al servizio della corte di Dresda in qualità di primo sopranista con 7000 talleri di stipendio; vi si trattenne fino ai primi del 1720, quando, in seguito ad un "rozzo colpo da virtuoso" contro il maestro di cappella e compositore Johann Heinichen, il B. fu licenziato insieme con tutti gli altri cantanti italiani. A Dresda era stato ascoltato, nell'estate del 1719, da G. F. Haendel, che, iniziate allora le trattative, lo scritturò poi per il King's Theatre con uno stipendio di 500 sterline, portato in seguito sino a 1.500 ghinee e, secondo il Fétis, a 3.000 ghinee l'anno.
A Londra, dove il B. giunse verso la fine dei settembre 1720, divenne rapidamente uno degli idoli della società elegante: bello di aspetto, dotato di una voce penetrante e flessibile, impeccabile nell'intonazione, egli si fece assai ammirare per la sua arte, mentre divenne oggetto dei commenti del giorno per il suo carattere vanitoso ed arrogante. Il suo esordio londinese ebbe luogo il 19 nov. 1720 con l'opera Astarto di G. B. Bononcini, che fudata per trenta sere. Egli cantò poi in molte opere di Haendel, protagonista in diverse (Muzio Scevola Floridante nel 1721, Crispo Griselda nel 1722, OttoneFlavio nel 1723, Giulio Cesare e Tamerlano nel 1724, Rodelinda nel 1725, Scipione Alessandro nel 1726, Adineto eRiccardo primo nel 1727, Siroe Tolomeo nel 1728), nonché in varie opere di G. M. Orlandini, G. B. Bononcini, A. Ariosti e "pasticci" di altri compositori; successi parficolarmente calorosi ebbe nel Giulio Cesare (2 febbraio 1724) e nell'Alessandro (5 maggio 1726).
Nell'estate del 1726 il B. si ammalò e partì per l'Italia, promettendo, però, di ritornare per il prossimo inverno; infatti, il 7 genn. 1727 fu protagonista della prima esecuzione dell'opera Lucio Vero dell'Ariosti e il 31 dello stesso mese dell'Admeto di Haendel. Interpretò poi altre opere fino al 1° giugno 1728, quando la Royal Academy of Music, fondata da Haendel, e che nel frattempo era venuta a trovarsi in cattivissime acque per dissesti finanziari, chiuse catastroficamente la stagione. Alla riapertura del teatro, il 2 dic. 1729, il B. si trovava a Venezia, dove si era recato con la celebre Faustina Bordoni e suo marito J. A. Hasse (in compagnia della Faustina il B. era già stato a Parigi nel 1727), dopo un violento litigio con Haendel. Si è parlato a tale riguardo di una irreparabile rottura dei rapporti fra il cantante e il compositore, ma ciò è smentito dal fatto che nell'ottobre 1730 il B. tornò a Londra, scritturato per Haendel da F. Colman, per 1.400 ghinee. Negli anni successivi egli cantò in altre opere haendeliane (PoroRodelinda Rinaldo nel 1731, EzioSosarme, Lucio Papirio dittatore nel 1732, Orlando nel 1733) ed anche nell'oratorio Esther e nella cantataAcie Galatea (ambedue nel 1732) e nell'oratorio Deborah (nel 1733). La rottura definitiva con Haendel si ebbe nel giugno 1733: il B. passò allora al teatro Lincoln's Inn Field, diretto dal rivale di Haendel Nicola Porpora, del quale interpretò alcune opere, insieme con lavori di altri autori. Restò col Porpora sino ai primi dei 1736, quando, accumulata ormai una fortuna ammontante a 15.000 sterline, tornò a Siena, dove visse sontuosamente.
Per la partenza da Londra del B. fu scritta una lunga e satirica poesia da cantarsi, intitolata The Ladies Lamentation for the Loss of Senesino, preceduta da una caricatura allusiva alla ricchezza del B. e al fascino da lui esercitato sulle dame inglesi e sui nobili.
In Italia il B. ebbe ancora successi per la stagione 1738-39 fu scritturato a, Teatro S. Carlo di Napoli - con 800 doppioni di onorario -, dove le sue interpretazioni suscitarono l'ammirazione del presidente francese Charles de Brosses. Nel 1739 a Firenze cantò in palazzo Pitti, in duetto con l'arciduchessa Maria Teresa, futura imperatrice d'Austria. Si ignora la data precisa della sua morte; doveva essere ancora vivo intorno al 1756-57, se un anonimo redattore delle Novelle letterarie pubblicate in Firenze l'anno 1757 (torno XVIII, 18 marzo 1757, n. 11, coll. 175 s.) scriveva annunciando un volume di Tragedie di diversi Autori, ridotte ad uso del Teatro Italiano da Oresbio Agieo P. A. e dal medesimo dedicate al Sig. Francesco Bernardi, detto il Senesino, Tomo I, In Siena l'anno 1756, Per Francesco Rossi Stampatore, "…Francesco Bernardi… è molto bravo Musico, avendolo sentito ancora io e merita veramente gran lode".
A quel che riferiscono i contemporanei, soprattutto il flautista e compositore J. J. Quantz, che lo udì cantare a Dresda, il B. ebbe una voce di mezzo soprano quasi contralto, limitata nell'estensione (nella prima giovinezza. però), ma di qualità finissima, superiore secondo alcuni anche a quella del celebre sopranista Carlo Broschi detto Farinelli, con cui d'altra parte egli ebbe occasione di prodursi, realizzando la migliore combinazione di voci del suo tempo. Alla bellezza dei mezzi naturali, all'abilità tecnica (il Quantz lasciò scritto che il B. "…aveva un bel trillo… Non sovraccaricava mai troppo l'adagio con ornamenti arbitrari. Per contro, emetteva le note essenziali con la più grande finezza. Cantava l'allegro con molto fuoco e doveva marcare [scolpire] i rapidi passaggi col petto, abbastanza velocemente e con un'arte piacevole…" [Fürstenau]) alla purezza dell'intonazione corrispondeva una naturalezza di espressione unita a singolari doti di attore composto ed aggraziato, cui si addicevano meglio, però, le parti di eroe che quelle di amante. Fu molto amico del poeta Paolo Rolli.
Bibl.: Ch. Burney, A general History of Music from the earliest ages to present period, IV, London 1789, pp. 259. 261, 267, 275, 313, 349, 367; F. Caffi, Storia della musica sacra nella già Cappella ducale di San Marco in Venezia dal 1318 al 1797, I, Venezia 1854, p. 342; F. Chrygander, G. F. Händel, II, Leipzig 1860, passim da p. 55 a p. 399; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des theaters am Hofe der Kurfürsten von Sachsen und Könige von Polen, II, Dresden 1862, pp. 105, 110, 115, 125, 135, 142, 149, 152-154; B. Croce, I teatri di Napoli, Napoli 1891, pp. 344 s., 346; S. Fassini, Il melodramma ital. a Londra nella metà del Settec.,Torino 1914, passim da p. 43, e spec. 128-130; L. Cellesi, Un poeta romano e un sopranista senese,in Bullett. senese di storia patria, n. s., I, 2 (1930), pp. 320-323; Id., Attorno a Haendel. Lettere inedite del poeta Paolo Rolli al Senesino, in Musica d'oggi, XV, 1 (1933). pp. 7-17; A. Della Corte, Satire e grotteschi di musiche e di musicisti d'ogni tempo, Torino 1946, pp. 355, 358; N. Flower, Georg Frideric Handel [sic]. His Personality and his Times, London 1954, passim (v. Indice,pp. 397 s.); Handel: a Symposium, a cura di G. Abraharn, London 1954, passim (v. Indice,p. 327); O. E. Deutsch, Handel. A Documentary Biography, London 1955, passim (v.Indice, p. 934); A. Heriot, The Castrati in Opera, London 1956, pp. 91-95; Ch. Burney, An eighteenth-Century musical Tour in France and Italy…, a cura di P. A. Scholes, London-New York-Toronto 1959, I, p. 157; II, …in Central Europe and the Netherlands, pp87 s., 192; F. J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, I, Paris 1860, p. 164; C. Schmidl, Diz. univ. dei musicisti, I, p.164; G. Grove's Dict. of Music and Musicians, VII, London 1954, pp. 697 s.; Diz. Ricordi della musica e dei musicisti, Milano 1959, p. 147.

MARCHESI (Marchesini), Luigi




. - Nacque a Milano l'8 ag. 1754 da Giovanni e da Isabella Rossi, originari di Modena. Il padre, trombonista, gli insegnò molto presto a suonare il corno da caccia e gli garantì una formazione musicale, facendolo studiare presso il tenore O. Albuzzi e con un cantante evirato, il maestro Caironi. Nel 1765, dopo l'evirazione, il M. entrò nel coro della cappella del duomo di Milano diretto da G.A. Fioroni, con il quale studiò anche composizione. Nel carnevale del 1773 debuttò a Roma al teatro delle Dame nelle prime rappresentazioni de L'incognita perseguitata di P. Anfossi e La contessina di M. Bernardini (Marcello da Capua) interpretando parti femminili.
Nel 1776 firmò un contratto di sei anni con la corte di Monaco di Baviera, ma vi cantò solo due anni; l'impegno con Monaco venne formalmente sciolto in seguito alla morte dell'elettore Massimiliano III (30 dic. 1777). Il M. tornò quindi in Italia, dove iniziò una lunga carriera densa di successi. Tra il 1778 e il 1780 cantò a Napoli in varie rappresentazioni, tra cui l'Olimpiade di J. Mysliveček, L'Ifigenia in Aulide L'Ipermestra, entrambe di V. Martín y Soler, e l'Armida abbandonata di N. Jommelli. Fu anche a Firenze nel Castore e Polluce di F. Bianchi e nell'Achille in Sciro di G. Sarti, impressionando sempre favorevolmente il pubblico per le sue qualità sceniche e, soprattutto, per le non comuni doti vocali. Nell'autunno 1777 si era esibito anche al teatro Interinale di Milano in La vera costanza di Anfossi e Le astuzie amorose di G. Paisiello; grandi successi ottenne sempre a Milano, al teatro alla Scala, ne L'Armida di Mysliveček (carnevale 1780), nel ruolo di Rinaldo, accanto al soprano Caterina Gabrielli.
In quell'occasione fu coniata una medaglia d'argento in suo onore, uno dei tanti riconoscimenti, insieme con sonetti, ritratti e altre medaglie che gli furono dedicati nel corso della carriera.
Nel 1780 L. Cherubini compose un mottetto per soprano espressamente per il M., che lo cantò per la prima volta nella chiesa di S. Antonio Abate a Milano. Continuò i suoi successi teatrali con L'Olimpiade di Bianchi e L'Ezio di F. Alessandri, sempre alla Scala di Milano.
Man mano che proseguiva la sua carriera e si consolidava il favore presso il pubblico, aumentavano anche le sue pretese nei confronti di impresari e colleghi. A questo proposito un episodio emblematico è quello della disputa con la cantante Nancy Storace.
Riporta Kelly (p. 49) che i due si incontrarono in scena a Firenze e la cantante fu licenziata per avere osato sfidarlo esibendo anche lei una prodezza vocale che era diventata un cavallo di battaglia del M., la "bomba" del M.: si trattava di cantare con potenza l'ultima nota di una volata di ottava in semitoni.
A Siena, nel 1781, fu pubblicato un fascicoletto intitolato Lodi caratteristiche del celebre cantore signor L. M.: "è grande attore, sempre vestito con gusto seducente, ed è tutto bellezza, nobiltà, e grazia quand'è sulle scene. Dice bene i recitativi, e con rara espressione, combinando anche col cantar complicato la sillabazione la più perfetta. Ha molta voce e buona e l'ha composta di tutta quell'estensione di corde che la natura e l'arte insieme unite possono dare, potendosi dire che nella sua voce fa sentire tre voci diverse, l'acutissima di soprano, quella di mezzo o contralto robustissima, e la più virile e toccante di tenore; cantando però le arie in maniera che il passaggio dall'una all'altra voce non rende al delicato orecchio dell'uditore crudezza alcuna, ma anzi un'eguaglianza di armonia singolare assai rara" (pp. 3 s.).
Nel 1782 fu nominato primo virtuoso di camera e cappella del re di Sardegna Vittorio Amedeo II. Il contratto prevedeva una permanenza a corte, a Torino, per tre mesi l'anno, e lo lasciava libero di viaggiare e cantare in altri teatri per il tempo restante. Nel 1785 debuttò a Vienna e a Varsavia nel Giulio Sabino di Sarti, su invito del quale, in quello stesso anno, si stabilì a Pietroburgo, dove ottenne un contratto per tre anni. Cantò nella parte di Rinaldo ne L'Armida e Rinaldodi Sarti accanto a Luísa Todi de Agujar, mezzosoprano portoghese che godeva grande favore presso Caterina II. Partecipò, sempre nella città russa, all'allestimento del Castore e Polluce di Sarti, ma poi, nell'inverno del 1787 (prima della fine del contratto) decise di tornare in Italia, forse per contrasti con la Todi o per il clima troppo rigido. Riprese a cantare in Italia alla fine del 1787, alla Scala di Milano ne Il conte di Saldagna di A. Tarchi, e tornò a riscuotere grandi successi in tutti i teatri della penisola. Nel 1785 compare tra gli iscritti a Milano nella loggia massonica di S. Giovanni (cfr. Maccapani, p. 25).
Nel 1788, con il Giulio Sabino di Sarti, debuttò a Londra, dove nel 1789 cantò al King's theatre nell'Ifigenia in Aulide di Cherubini, ne Il disertore e ne La generosità di Alessandro, entrambe di Tarchi, e nell'Olimpiade di D. Cimarosa. Fu nel periodo londinese che diede alle stampe due volumetti di sua composizione.
Si tratta di due raccolte di sei arie ciascuna per canto con accompagnamento di pianoforte o arpa, pubblicate a Londra da Longman & Broderip. Forse tali arie erano state composte per essere eseguite dal M. stesso, oltre che in concerti privati, anche durante rappresentazioni di opere, tra le "arie di baule". Esse mostrerebbero le sue peculiarità vocali, essendovi inseriti molti abbellimenti che comprovano le sue abilità esecutive.
Sempre a Londra il M. incontrò per la prima volta il sopranista G. Pacchiarotti, suo rivale canoro, in un concerto privato che si trasformò in un'amichevole gara, nella quale i due cantanti esibirono tutte le loro doti. Il M. si fermò a Londra fino al 1790, anno in cui il miniaturista R. Cosway dipinse un suo ritratto. La moglie del miniaturista, Maria, in quell'anno lasciò il marito per seguire il M., con cui ebbe una relazione che durò fino al 1795.
Dal 1790 il M. fu di nuovo in Italia. A Venezia, nella stagione del carnevale del 1790-91, si trovò coinvolto in una competizione canora con la Todi. In quell'occasione il pubblico veneziano si schierò tutto a favore della cantante portoghese, come documentato in varie pubblicazioni dell'epoca.
In particolare La dissertazione ragionata sul teatro moderno di I. Della Lena, quasi interamente dedicata all'analisi delle peculiarità dei due cantanti, esalta la Todi e denigra in maniera talmente esagerata il M. da risultare poco credibile. Dallo scritto di Della Lena il M. sembra essere un pessimo attore dalla presenza sgradevole, con il solo pregio di avere una bella voce ma con un brutto modo di cantare. Dietro questa vicenda pare ci fosse una questione di altra natura. P.M. Zaguri in una lettera a G. Casanova del 1791 scriveva: "Ogni verso scritto in favore di Marchesi vien mutilato e poi licenziato dal Magistrato della Bestemmia. Ogni laude sfacciata per la Todi è permessa, perché le Damone e le Case Anziane la proteggono" (Molmenti, p. 136). La Todi cantava al teatro S. Samuele e il M. al teatro S. Benedetto; il primo era proprietà di una società di palchettisti, mentre il secondo era passato da una società appositamente costituita dai palchettisti alla famiglia Venier che, di fatto, aveva espropriato la società. Si può quindi dedurre che dietro alla vicenda ci fosse una disputa tra sostenitori dei due teatri alla vigilia dell'apertura della Fenice.
Il M. tornò comunque a essere applaudito a Venezia nella stagione del carnevale del 1793 e in quella del 1795 alla Fenice con tre opere di N. Zingarelli: Il conte di SaldagnaIfigenia in Aulide e Il Pirro e ancora nel 1798 con Carolina e Mexicow, dello stesso compositore. Nel 1796 rifiutò di cantare a Milano per Napoleone Bonaparte. Il gesto gli procurò un elogio di V. Alfieri: un epigramma dal Misogallo in cui lo si loda per non essersi sottomesso al potere precostituito. Il M. si esibì quindi a Lisbona, Livorno, Genova. Nel 1800, tornato a Milano, cantò in concerti in onore di Napoleone accanto al contralto Giuseppina Grassini; l'occasione si ripeté anche nel 1805, quando Napoleone venne a Milano per essere incoronato re d'Italia. In quell'anno il M. lasciò le scene e si ritirò nella sua villa di Inzago, continuando l'attività solo in occasione di qualche concerto privato.
Il M. morì a Inzago il 14 dic. 1829, dopo una lunga malattia.
Dagli studi di Maccapani sugli ultimi anni del M., sembra che a Inzago abbia attraversato una profonda crisi spirituale che lo portò a riavvicinarsi alla fede. Destinò parte delle ingenti fortune accumulate al Pio Istituto filarmonico di Milano, da lui fondato nel 1783, che provvedeva al sostentamento di vedove e orfani di musicisti. Inoltre, grazie ai suoi lasciti, fu aperto nella villa di sua proprietà a Inzago un ospedale a lui intitolato e tuttora operante.
Fonti e Bibl.Lodi caratteristiche del celebre cantante L. M., Siena 1791; I. Della Lena, Dissertazione ragionata sul teatro moderno, Venezia 1791, passim; M. Kelly, Reminiscences, London 1975, pp. 44-50 (rist. in facsimile dell'ed. 1826);Musicisti del passato. L. M., in Ars et labor, musica e musicisti, LXI (1906), 3, pp. 216-220; P. Molmenti, Carteggi casanoviani, Palermo 1918, pp. 128-131, 136 s.; A. Heriot, The castrati in opera, London 1956, pp. 156-160; R. Edgcumbe, Musical reminiscences, New York 1973 (rist. in facsimile dell'ed. del 1834), pp. 60-72; A. Maccapani, L. M., il sopranista pentito di Inzago (1754-1830), Inzago 1989; P. Barbier, Histoire des castrats, Paris 1989, ad ind.Enc. dello spettacolo, VII, coll. 101 s.; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicistiLe biografie, IV, pp. 641 s.; C. Sartori, I libretti italiani a stampa dalle origini al 1800Indici, II, pp. 400 s.; The New Grove Dict. of music and musicians, XV, pp. 823 s.; Die Musik in Geschichte und GegenwartPersonenteil, XI (2004), coll. 1048-1050. L. Spreti

ZUCCARELLI, Francesco




ETO:
Zuccarèlli ‹z-›, Francesco. - Pittore (Pitigliano 1702 - Firenze 1788); allievo a Firenze di P. Anesi, a Roma studiò i paesaggi del Lorenese e di A. Locatelli e le vedute di G. P. Pannini, a Venezia (iscritto alla Fraglia dei pittori, 1736) risentì di M. Ricci. Lavorò a Bergamo (1736174717481751) e nel 1752 si recò a Londra, quindi ritornò a Venezia (1763), dopo aver visitato anche Parigi, la Germania, i Paesi Bassi. I suoi paesaggi, animati da figure, trattati con tocco leggero e arioso, sono di piacevole effetto decorativo: lo spirito eroico e romantico dei paesaggi di M. Ricci si trasforma in grazia arcadica.

giovedì 16 giugno 2016

TIEPOLO, Lorenzo

(Venezia 1721 - Madrid 1776) pittore. Nel 1750 si trasferì a Wurzburg col padre e col fratello Giandomenico per la decorazine della residenza del principe Carlo Filippo di Greiffenklau. Dopo un periodo trascorso in Italia, seguì il padre a Madrid per decorare il Palazzo Reale.

Vedi ETO Tiepolo Giambattista

TIEPOLO, Giandomenico

(Venezia 1721 - ivi 1804) pittore. Nel 1750 si trasferì a Wurzburg col padre e col fratello Lorenzo per la decorazine della residenza del principe Carlo Filippo di Greiffenklau. Dopo un periodo trascorso in Italia, seguì il padre a Madrid per decorare il Palazzo Reale.

ETO

TIEPOLO, Giambattista

(Venezia 1696 - Madrid 1770) pittore. Sviluppò una versione personale del rococò che ebbe grande successo in Italia e all'estero. Nel 1750 fu chiamato a Wurzburg, dove con l'aiuto dei figli Giandomenico e Lorenzo realizzò la decorazione della residenza del principe vescovo di Greiffenklau. Tornò in Italia dove rimase fino al  1762, quando si traferì a Madrid per affrescare le sale del nuovo palazzo reale.

ETO

martedì 7 giugno 2016

LEONI, Giacomo

NO DBI

Leoni, Giacomo [James] (c.1686–1746), architect, a Venetian first heard of at Düsseldorf in 1708, arrived in Britain early in the second decade of the eighteenth century. He claimed to have been ‘Architect to his most serene Highness the Elector Palatine’ (G. Leoni, The Architecture of A. Palladio, 1716–20, title-page); although this remains unproven, his residence at Düsseldorf is known from an inscription on a short manuscript treatise. His arrival in Britain was announced with his edition of translations (1715–19) of Palladio's Quattro libri dell'architettura (1570). In this work Leoni replaced the original woodcuts with copperplate-engravings produced by distinguished craftsmen in London and in Amsterdam where the print shop of Bernard Picart was the base for distribution of the book, which carried a French text, through Europe. The English translation was the work of Nicholas Dubois (c.1665–1735), and was based on a French edition of 1650 rather than on the ‘Italian Original’ mentioned on the title-page. While a complete English translation of Palladio was a key text in the growing interest in that architect, it was soon noted that Leoni's plates took liberties with Palladio's buildings. Although he claimed to have seen Palladian buildings for himself, as early as 1719 the young Lord Burlington noticed errors in his depiction of a cornice in Vicenza, and the elevation of the Villa Valmarana was substantially redesigned. A considerable subscription list accumulated during the course of the publication of the work; either Leoni or, more probably, Dubois ensured that half the artisan subscribers were members of building trades.

Leoni approached the practice of architecture by grounding himself in architectural theory. The manual written in Düsseldorf had concerned the orders according to the precepts of Palladio; for his first English patron, Henry Grey, duke of Kent, he wrote ‘Compendious Directions for Builders’. This may have been presented as early as 1713, by which time Leoni was involved in the greater labour of preparing the edition of Palladio. This theoretical preparation yielded practical fruit in a commission from the duke of Kent to modernize his house at Wrest in Bedfordshire, but although Leoni's designs were sent abroad to receive the comments of distinguished foreign architects such as Fillipo Juvarra, nothing came of them. Another early patron was James, Earl Stanhope, first lord of the Treasury, for whom he designed a triumphal arch for George I intended for Hyde Park, but this too came to nothing. Leoni's first recorded building appears to have been Queensberry House, 7 Burlington Gardens, for John Bligh, Lord Clifton, in 1721, which was built on Lord Burlington's Westminster estate. This early and prominent participation in the development of the estate suggests that, briefly, Palladio's editor may have enjoyed a measure of collaboration with Lord Burlington; at this time the earl was building up his collection of the drawings of Inigo Jones, and Colen Campbell, whose own designs had considerable impact on Leoni, was working for Burlington.

Over the next thirty years Leoni was involved in the construction of over a dozen substantial country houses, including a small group in the north-west of England, and at least six London houses; two church monuments are also known to be by him. This activity brought him little prosperity, and in 1734 one patron, Lord Fitzwalter of Moulsham, Essex, provided £25 to him, ‘being in distress’ (Edwards, 53). Nor does a substantial body of work survive on which an assessment of his work can be based: Moulsham (1728) was demolished in 1816, Bodecton Park, Sussex (1738), in 1826, Lathom, Lancashire (c.1740), in 1929. Two of his greatest schemes, for Carshalton, Surrey (1723–7), and Thorndon, Essex (1733–1742), were never completed. The narrow record of his extant works can be widened slightly by engraved designs of projects which he published in 1729. The country houses adhere to a slightly austere Palladian formula: many of the fronts are tall and only barely articulated, though the survival of either Carshalton or Thorndon might have modified this severe impression. Leoni's most extensive surviving work is Lyme Park, Cheshire (c.1725–35), where he ingeniously adapted the formalities of his Palladianism to the complexities of an earlier house. The galleries are carried on an arcade round the interior court, masking the irregularity of the space, while the projecting Ionic portico on the south front was one of his grandest statements. Little evidence of his interest in the villa form survives but a small group of town houses, including Queensberry House, shows that he took part in the fashionable development of the city of Westminster.

Publication continued to provide Leoni with the possibility of additional income, but his interests were erudite and ambitious. From as early as 1719 he was intending to publish a translation of Alberti's De re aedificatoria and the first volume appeared in 1726. Again the translation was not his (it was by John Ozell); his main contribution was the preparation of drawings for the engravers. In the third volume, published by 1730, he included Some Designs for Buildings both Publick and Private, a collection of engravings of eight of his designs, three of which had been executed, including Carshalton and Queensberry House. Towards the end of his life he was preparing to publish a ‘Treatise of Architecture and ye Art of Building Publick and Private Edifices … Containing Several Noblemen's Houses & Country Seats’ of his own design, but this was cut short by his death. Leoni died on 8 June 1746 after a month's illness, during which his benefactor Lord Fitzwalter had sent him £8 8s. ‘par charité’ (Edwards, 64). He was buried in St Pancras old churchyard, Middlesex, and left a wife, Mary, and two sons, one of whom was probably a clerk to Matthew Brettingham.

Sources:
Colvin, Archs. · R. Hewlings, ‘James Leoni, c.1686–1746: an Anglicized Venetian’, The architectural outsiders, ed. R. Brown (1985), 21–44 · E. Harris and N. Savage, British architectural books and writers, 1556–1785 (1990) · T. P. Hudson, ‘Moor Park, Leoni and Thornhill’, Burlington Magazine, 113 (1971), 657–61 · T. Friedman, ‘Lord Harrold in Italy, 1715–16: four frustrated commissions to Leoni, Juvarra, Chiari and Soldani’, Burlington Magazine, 130 (1988), 836–45, esp. 837–40 · J. Cornforth, ‘Lyme Park, Cheshire [pts 1–2]’, Country Life, 156 (1974), 1724–7, 1998–2001 · A. C. Edwards, ed., The account books of Benjamin Mildmay, Earl Fitzwalter (1977)
Archives  

Beds. & Luton ARS, Lucas MSS · Cliveden, Buckinghamshire, Cliveden album · JRL, Legh of Lyme MSS