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martedì 28 giugno 2016

PASSIONEI, Domenico Silvio

(Fossombrone 1682 - Frascati 1761) religioso. Svolse vari incarichi all'estero che lo misero in contatto con gli ambienti culturali europei. Nel 1706 portò la berretta cardinalizia a Filippo Antonio Gualterio a Parigi. La Nunziatura ne chiese l'espulsione, e nel 1708 partì per le Fiandre. Con l'intenzione di raggiungere Londra, si propose per un incarico nei Paesi Bassi, e partecipò a vari trattati di Pace a l'Aja, Utrecht, Baden, Soleure (Svizzera), sempre dedicandosi alla passione di collezionista di libri. Nel 1716 tornò a Parigi. Dopo un periodo in Italia, nel 1721-29 fu nunzio a Lucerna, e dal 1730 fu nunzio a Vienna.

DBI

G.V. Vella, L’abate D. P. e le sue missioni diplomatiche dal 1798 al 1716, in Nuova rivista storica, XXXIII (1949), 4-6, pp. 302-341; XXXIV (1950), 3-4, pp. 197-234;
M. Cittadini Fulvi, Le amicizie francesi del cardinale D.P., in Cultura e società nel Settecento, Fonte Avellana 1987, pp. 11-28;
D. Squicciarini, Nunzi apostolici a Vienna, Città del Vaticano 1998; 

mercoledì 22 giugno 2016

DE ANGELIS, Domenico (D. Francesco Niccolò)

(Lecce 1675 - ivi 1718) religioso ed erudito. Fu in Spagna come cappellano di un reggimento militare, passò per Parigi dove fu presentato a Luigi XIV. Venne fatto prigioniero sui Pirenei da soldataglie ribelli e condotto a Barcellona. Nel 1709 ritornò a Roma.

DBI

domenica 19 giugno 2016

DONDI DALL'OROLOGIO, Francesco Scipione




DONDI DALL'OROLOGIOFrancesco Scipione. - Nacque a Padova il 19 genn. 1756 dal marchese Gasparo e da Maria Antonietta Cittadella. Studiò nel collegio dei nobili di Modena; tornato in patria nel 1775, venne ascritto all'Accademia dei Ricovrati e poi a quella di scienze, lettere ed arti; ordinato sacerdote nel febbraio 1780, due anni dopo, il 21 luglio, fu eletto canonico della cattedrale. Zelante nei doveri ecclesiastici e appassionato studioso di storia si impose all'attenzione dei colleghi e il 25 nov. 1796, alla morte del vescovo Nicolò Giustiniani, fu eletto dal capitolo vicario generale in regime di sede vacante.
Si avvicinavano per Padova ed il Veneto giorni tempestosi ed egli, come capo di fatto della diocesi, si trovò al centro della bufera rivoluzionaria: sino all'arrivo dei Francesi non palesò apertamente sentimenti "democratici", a differenza del fratello Scipione, "imprudentissimo e sfacciatissimo giacobino", che venne anche arrestato e tradotto a Venezia. Quando a Padova si installò la nuova Municipalità democratica non celò però il suo favore e si sforzò di orientare i fedeli a una pacifica e convinta adesione al nuovo ordine di cose, da lui dipinto come favorevole alla religione; celebrò la messa per la Municipalità nel palazzo pretorio e nella pastorale del 7 maggio 1797 ebbe parole entusiastiche per "la generosità dell'invitta Repubblica Francese" e la libertà assicurata dall'"eroe" corso: i "giacobini" lo ricambiarono acclarnandolo, due giorni dopo, vescovo della città ma la nomina, non confermata dalla S. Sede, non ebbe efficacia pratica. I suoi sentimenti "democratici" trasparirono chiari anche con l'aperta adesione alla petizione per l'unione alla Cisalpina: se certo esagera l'anonimo cronista degli Annali di Padova (Biblioteca universitaria di Padova, ms. 860) nel definirlo senz'altro "vicario giacobino", non c'è dubbio che il D. simpatizzò apertamente per la Municipalità, come del resto il suo comportamento successivo, ispirato ad un duttile pragmatismo e talvolta a un pieghevole conformismo e alla logica dei fatti compiuti, dimostrò ad abundantiam. Giurò di malavoglia fedeltà al nuovo regime austriaco (febbraio 1798), ma poi nel 1799, nel momento culminante della vittoriosa offensiva del feldmaresciallo russo A. V. Suvorov, inneggiò all'Austria, vindice della religione, e salvatrice dei popoli dalle "tenebre dell'errore", "dalla tirannia e dalla strage", che con le sue armate faceva cadere le mura di Gerico: si sbilanciò anche a deprecare le "tenebre dell'errore e dell'anarchia" della defunta democrazia e l'"apparente libertà" che "offriva i ceppi del dispotismo e i ceppi dell'irreligione", e ad inneggiare al "soave governo che ci restituì i veri diritti della vita sociale", ma nel gennaio 1801 resistette abilmente al tentativo degli Austriaci di impossessarsi di 100.000 lire della mensa vescovile. In effetti, al di là delle lodi di circostanza, di cui del resto non fu mai avaro in occasione dei numerosi mutamenti di governo che si trovò a fronteggiare, i suoi rapporti col governo austriaco furono caratterizzati da un'aperta diffidenza. Secondo il Brotto, a Padova l'imperatore avrebbe nominato vescovo il cardinale F. Herzan von Harras ma la S. Sede avrebbe rifiutato di riconoscerlo per cui il D., che il 24 sett. 1805 era stato consacrato vescovo di Salamina di Cipro, in partibus infidelium, continuò a reggere interinalmente la diocesì.
La pastorale del 1º genn. 1806, che salutava l'annessione di Padova al neonato Regno Italico, traboccava di retorica e di ridondanti espressioni di entusiasmo per il nuovo regime: agli Austriaci, "barbari" dileguatisi "come l'acqua in sulla terra", subentrava il governo dell'"Eroe del secolo", che "tanto caramente ci rappresenta... l'immagine benefica" di Dio, "invitto in guerra e sommo in pace".
Gli anni 1806-07 furono densi di riforme e innovazioni, non tutte gradite ai cittadini, ai fedeli ed al clero e talvolta neppure al mite e governativo D.: questi si rifiutò di calmare il popolo in occasione del cambio della moneta, difese vittoriosamente la competenza del tribunale ecclesiastico nelle cause matrimoniali, ma accettò volentieri di collaborare alla riduzione e concentrazione dei monasteri e questo atteggiamento gli procurò una diffusa impopolarità. La pronta e leale adesione al regime napoleonico ricevette un aperto riconoscimento: primo dei vescovi veneti ad essere nominato cavaliere dell'Ordine della Corona ferrea. l'11 genn. 1807, con decreto imperiale firmato al quartiere generale di Varsavia, fu nominato vescovo di Padova: preconizzato dal papa il 18 settembre, prestò giuramento a Milano l'8 novembre, prese possesso il 29 dicembre e fece l'ingresso solenne il 5 genn. 1808.
La sua linea di convinta e totale collaborazione col governo napoleonico continuò senza ripensamenti in tutti gli anni seguenti: emanò una lettera circolare per secondare la coscrizione obbligatoria (21 febbr. 1807), impose al clero, in parte riluttante, il nuovo catechismo nazionale, appoggiò la riforma dell'anagrafe, la traslazione dei cimiteri, celebrò Te Deum per le vittorie militari dell'imperatore, operò di concerto colle autorità la riduzione delle chiese parrocchiali di Padova (1807), subì senza batter ciglio insolenze, satire e critiche popolari in occasione dei tumulti del 1809, prese provvedimenti contro alcuni regolari troppo zelanti dell'Austria, cooperò con una circolare all'estirpazione del brigantaggio. Rimeritato della sua fedeltà con la nomina, l'8 ott. 1809, a commendatore dell'Ordine della Corona di ferro, scrisse una pastorale che segnò il culmine della sua "apologetica" napoleonica: l'imperatore è "ministro d'un Dio di giustizia e di misericordia", la sua "luminosa campagna" militare, "tutta opera del Signore", ha prostrato le aquile austriache, preservando l'Italia dal ritorno "agli orrori dei secoli Vandali e Goti" (Giornale italiano, 1809, n. 310).
Proprio all'apogeo della potenza napoleonica il D. affrontò uno dei momenti più critici, ma anche più controversi, della sua vita politica ed ecclesiastica: l'11 febbr. 1811 il Giornale italiano pubblicò, insieme a quello di altri vescovi italiani, la sua adesione all'appello dei canonici parigini (del 5 gennaio) con la rivendicazione delle libertà della Chiesa gallicana. Tanto l'indirizzo parigino quanto quello dei vescovi italiani erano stati apertamente sollecitati dal governo e il D. non avrebbe certo potuto sottrarsi, ma il testo stampato era così audace e sbilanciato in senso gallicano e antipapale da suscitare perplessità e sconcerto in molti contemporanei: finché durò il Regno Italico il D. tacque ma in una pastorale del 20 maggio 1814, quando ormaì erano tornati gli Austriaci, dichiarò falso quel documento, sostenendo che il testo stampato non corrispondeva a quello da lui scritto: la questione divise autorità politiche ed ecclesiastiche contemporanee e suscitò contrastanti intepretazioni anche tra gli storici posteriori È certo comunque che in quell'occasione il D. rifiutò la nomina ad arcivescovo di Milano; in occasione del concilio nazionale dei vescovi francesi e italiani convocato a Parigi tra il maggio e l'ottobre dello stesso anno tenne un atteggiamento defilato, anche a causa delle sue precarie condizioni di salute. In mezzo alle incessanti innovazioni del governo napoleonico e al turbinoso succedersi degli eventi militari e politici non trascurò la cura della diocesi: del suo zelo pastorale sono testimonianza sicura le lodi dei cronisti conservatori e le parole di apprezzamento più volte spese da funzionari austriaci che pure segnalarono al governo di Vienna i suoi sentimenti politici apertamente filofrancesi.
Tra le sue attività pastorali più significative, oltre all'attenzione per l'insegnamento della dottrina cristiana (nel 1813 fece anche tradurre in dialetto cimbro, ad uso dei fanciulli delle parrocchie dei Sette Comuni, il catechismo nazionale), è da ricordare la visita pastorale, condotta in più riprese dal 1809 alla morte, oggi preziosa testimonianza delle condizioni economiche, morali e religiose della diocesi negli anni del governo napoleonico, così fecondo di riforme di ogni genere.
Fedele fino all'ultimo al Regno Italico, accettò senza aperte resistenze il governo austriaco e cercò anche di ingraziarselo con la famosa ritrattazione dell'indirizzo dell'11 febbr. 1811 e con altri gesti di buona volontà e sottomissione, ma i rapporti con i nuovi dominatori rimasero sempre improntati a freddezza e diffidenza. Informazioni riservate di polizia sottolinearono alle autorità viennesi i suoi trascorsi politicì filofrancesi e le sue permanenti amicizie con persone devote a Napoleone e certo a non migliorare il clima contribuì la sua resistenza alla soppressione dell'insegnamento della teologia nel seminario; un rapporto riservato del maggiore Franco, comandante della piazza di Padova, steso nei primi giorni dell'occupazione militare della città, lo collocava addirittura tra i membri della disciolta loggia massonica ma questa notizia, non ripresa in seguito dalle autorità austriache, è probabilmente più frutto della sua pubblica fama di vicario e poi vescovo "giacobino" che di una sua effettiva adesione a una associazione di cui egli, sempre attento a rimanere nei confini della più scrupolosa ortodossia, non ignorava certo le numerose condanne papali (Brotto, p. 109).
Tra le mutevoli sorti delle vicende politiche e le quotidiane fatiche del ministero pastorale il D. trovò sempre uno spazio di tempo da dedicare ai prediletti studi di storia ecclesiastica che tanta fama gli procurarono tra i contemporanei. Sin dai primi anni del suo ingresso nel capitolo si dedicò al riordino dei documenti dell'archivio: testimonianza di questa meritoria opera di sistemazione delle fonti sono il Prospectus tabularii ecclesiae maioris Patavinae, l'Index cronologico-historicus rotulorum archivii reverendissimi capituli Patavini, gli Indices dei 34 volumi di pergamene relative alle vicende patrimoniali, giuridiche e religiose del capitolo stesso e infine la Serie cronologico-istorica dei canonici di Padova(Padova 1805), utile strumento erudito per la storia di questa istituzione ecclesiastica ("li Vescovi muoiono e li Capitoli non mai", scrisse convinto nella prefazione). Arricchi di libri, codici, monete napoleoniche la biblioteca del seminario (tra l'altro donò una lettera autografa di Petrarca), favorì gli studi eruditi e fu autore egli stesso di trentuno pubblicazioni: omelie, saggi (tra cui Due lettere sopra la fabbrica della cattedrale, Padova 1794), lettere pastorali su vari argomenti di attualità civile ed ecclesistica, dissertazioni su svariati temi di erudizione ecclesiastica, elogi ffinebri, una biografia del cardinale Prata (Sinodo inedito di Pileo cardinal Pratavescovo di Padovae notizie della di lui vita, Padova 1795). L'intreccio tra temi storico-ecclesiastici e attualità politica traspare evidente nell'Istruzione pastorale sopra li cimiteri (Padova 1809), scritta in occasione dell'apertura del nuovo cimitero comunale fuori porta Savonarola.
I saggi "principi e massime del governo" sono "poi anche quelli della Chiesa in tutti i secoli", mutati col passare del tempo "dall'ambizione de' Grandi, dalla docile connivenza de' Vescovi, e dalla mal intesa pietà de' fedeli". La difesa della volontà napoleonica di proibire le sepolture nelle chiese e di erigere nuovi cimiteri fuori città è ricondotta alle vecchie usanze ebraiche, romane, protocristiane: i fedeli devono "cooperare efficacemente alle sagge viste del Principato, viste analoghe alle leggi della Chiesa", nella fiduciosa convinzione che "sarà decoroso al culto divino, consono allo spirito della Chiesa, utile all'umana conservazione, che non si seppelliscano cadaveri in Chiesa, ma tutti vengano indistintamente recati ne' pubblici cimiteri" (pp. 13.15).
L'opera più celebre del D. sono le nove Dissertazioni sopra l'istoria ecclesiastica di Padova (Padova 1802-1817), che non vogliono essere, per sua stessa ammissione, "una Storia seguente" ma una raccolta di "documenti" e "osservazioni" per "stabilire più solidamente in parte, ed in parte ad accrescere con nuovi lumi le fin'ora edite serie de' Vescovi di Padova" (p. 11); si tratta in effetti di una serie di biografie dei vescovi patavini, raccordate da notizie storiche sulla diocesi e accompagnate da ampie appendici documentarie. Completa il suo lavoro erudito la Dissertazione sopra li ritidisciplina,costumanzedella Chiesa di Padova sino al XIV secolo (Padova 1816).
Qui egli mette in luce le "strane e ridicole" pratiche religiose dei secoli "bui" della Chiesa padovana, che provano "le aberrazioni e debolezze dell'umane menti, le quali allontanandosi dall'ossequio ragionevole dell'Apostolo, abbracciarono il falso di buona fede, facendone anzi pompa siccome di nobile, religioso e conveniente ornamento" (p. 2): il suo moderato illuminismo disapprova i molti esempi di "materialismo" nei riti medievali ma esprime ammirazione per quei buoni cristiani "che sebben rozzi, anziché beffarsi di quelle costumanze ridicole o indecenti vi assistevano e le onoravano con sommo rispetto e venerazione per il mistero che da quelle veniva rappresentato" (p. 63).
Le ricerche storiche del D., benché non sempre inappuntabili per precisione di dati e accuratezza nell'edizione delle fonti, costituiscono un'importante tappa nella storiografia sulla diocesi di Padova. Le animosità politiche che accompagnarono tutta la sua opera di vescovo lambirono anche la sua attività di storico: se forse ha ragione il Bellini ad attribuire a Pietro Ceoldo molte indagini e la trascrizione dei documenti usati per la Dissertazioni (Bellini, Sacerdoti, p. 100), è certo frutto di livore contro il "vicario giacobino" l'insinuazione, raccolta nel marzo 1815 da un funzionario austriaco, che siano addirittura altri gli autori dei suoi lavori (Brotto, p. 221).
Morì a Padova il 6 ott. 1819.
Fonti e Bibl.: Padova, Biblioteca del Seminario, mss. 551-552: G. Gennari, Notizie giornaliere di quanto avvenne specialmente in Padova dall'anno 1739 all'anno 1800 (ora edite a cura di L. Olivato, Padova 1982); Ibid., Biblioteca del Museo civico, ms. 1076: G. Polcastro, Memorie per servire alla vita civile e politica d'un padovano; Ibid., ms. B. P. 64: B. Fiandrini, Cronaca del monastero di Praglia; Ibid., ms. B. P. 1030: Catalogo delle pastoralinotificazionieditti e circolari pubblicate dall'ille revmonsF.S.D.; Ibid., Bibl. universitaria, ms. 860: Annali di Padova dai primi atti della democrazia,nell'aprile del 1797 al 5 aprile 1801passim; Ibid., Arch. della Curia vescovile, Visitationum voll. CVIII, CIX, CX; Ibid., A. Comino, Memorie; S. Melan, Elogia illustrissimi et reverendissimi Francisci Scipionis episcopi Patavini urbis ecclesiis rite perlustratis in unum collecta, Patavii 1810; Id., Laudatio in funere Francisci Scipionis Dondi ab Horologio episcopi Patavini 1819; Id., Elogi, in Opere itale latine, III, Padova 1840, p. 75; Biografia universale antica e moderna, XVI, Venezia 1824, pp.190 ss.; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, Padova 1832, pp. 347-354 (con l'elenco completo delle opere edite ed inedite); C. Cantù, Cronistoria dell'indipendenza ital., Milano 1877, pp. 743 ss.; Y. Toffanin, Il dominio austriaco in Padova dal 20 gennaio 1798al 16 genn1801, Padova-Verona 1901; A. Ongaro, La Municipalità a Padova nel1797, Feltre 1904; F. Sartori, La nobile famiglia Dondi Dall'Orologio, Padova 1901; G. Cristofanelli, Della cultura padovana sullo scorcio del secXVIII e nei primi del XIX, Padova 1905; L. Ottolenghi, FSD., vescovo di Padova e l'indirizzo 11 febbr1811, in Atti e memdRAccademia di scienze e lettere ed arti di Padova, n. s., XVII (1901), pp. 209-221; Id.,Padova e il dipartimento del Brenta dal 1813 al 1815, Padova 1909; A. G. Brotto, F.S.Dvicario capitolare e vescovo di Padova1796-1819, Padova 1909 (con l'indicazione di molte fonti archivistiche padovane e veneziane); R. Cessi,Sul'indirizzo 11 febbr1811del vescovo FSDa Napoleone, in Bolldel Museo civico di Padova, XIII (1910), pp.67-71: [L. Todesco-G. Serena], Il Seminario di Padova...., Padova 1911, pp. 247 ss., 272 s.; [G. Bellincini], La diocesi di Padova sotto il vicariato di monsFSD., Padova 1923; G. Bellini, Sacerdoti educati nel seminario di Padova distintiper virtù scienza posizione sociale, Padova 1951, pp. 154 ss.; A. L. Coccato, Distribuzione e provenienza del clero nella diocesi di Padova del primo Ottocento, in Contributi alla storia della Chiesa padovana, a cura di A. Gambasin, II, Padova 1984, pp. 219-240; Id., La visita pastorale di FSDnella diocesi di Padova, Vicenza 1989; P. Preto, FSD., vescovo "giacobinoe uomo di culturatra francesi e austriaci, in Contributi alla bibliografia storica della Chiesa padovana, 6, in Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana, XXIII (1991), pp. 13.30; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, VII, Patavii 1968, pp. 300, 376.

giovedì 16 giugno 2016

BORROMEO, Vitaliano

nunzio a Vienna



o. - Nacque a Milano il 3 marzo 1720, in una delle più nobili famiglie milanesi, terzogenito del conte Giovanni Benedetto e di Clelia del Grillo. Dopo aver compiuto gli studi nella città natale e nell'università di Pavia, ove si laureò in utroque iure il 20 ott. 1745, si recò a Roma per seguire la carriera prelatizia. Creato referendario delle due Segnature, fu ordinato sacerdote nel 1747 e il 10 aprile fu nominato vicelegato a Bologna, ove si distinse anche nei salotti letterari per la sua tenue vena poetica e strinse una calda amicizia con F. M. Zanotti. Ritornato a Roma, divenne nel 1753 consultore dei Riti e del S. Offizio; quindi, consacrato dal card. Doria il 22 febbr. 1756 arcivescovo titolare di Tebe, gli fu affidato da Benedetto XIV l'incarico di reggere la nunziatura di Toscana, succedendo a mons. L. A. Biglia (16 marzo). Giunto a Firenze il 29 apr. 1756, fronteggiò con abilità la politica giurisdizionalista della reggenza granducale.
Nella delicata situazione venutasi a creare tra la S. Sede e Francesco di Lorena circa l'interpretazione delle norme che riformavano il tribunale dell'Inquisizione in Toscana, il B. cercò di evitare ogni superfluo motivo di attrito, invitando alla moderazione lo zelante vescovo di Pienza, Francesco Maria Piccolomini, che non esitava a fare abuso di censure canoniche contro i magistrati laici che ledevano l'immunità ecclesiastica. Al B., infatti, sebbene fosse personalmente un intransigente difensore dei privilegi del clero, non sfuggiva che un totale irrigidimento poteva soltanto nuocere alla Chiesa. Consigliò perciò alla Curia romana una cautela particolare anche nella decisione da prendere circa la richiesta fatta dal governo toscano (marzo 1759) di soppressione di numerose parrocchie fiorentine: egli, ricordando come tale provvedimento s'inquadrasse nel disegno più generale di una riduzione del numero degli ecclesiastici nel granducato, dopo aver notato che esso non era giustificato da un punto di vista canonistico, proponeva tuttavia di accogliere la proposta relativamente a quattro parrocchie che erano sottoposte al patronato laico. Durante la sua permanenza a Firenze il B. si distinse anche in campo culturale proteggendo con generoso mecenatismo vari studiosi: fra gli altri, nel 1758 conobbe J. J. Winckelmann.
Nel settembre 1759 gli fu comunicato il trasferimento alla nunziatura di Vienna, sanzionato ufficialmente il 10 dic. 1759.
La sua scelta per un incarico così importante era giustificata da vari fattori: anzitutto, nel clima più intransigente creato da Clemente XIII, era ben visto dal segretario di Stato Torregiani l'orientamento zelante del B., il quale aveva inoltre un'approfondita conoscenza dei problemi - che avevano Vienna come centro di discussione - riguardanti la Toscana, a causa della sua cessata missione, e della Lombardia austriaca, sua patria d'origine; costituivano tuttavia una remora alla buona riuscita dell'incarico affidatogli l'assoluta ignoranza della lingua tedesca - difetto comune, comunque, alla diplomazia pontificia -, che contribuiva a rendere inefficiente l'azione del nunzio in un periodo in cui molto valida era la propaganda anticuriale sul piano pubblicistico; e la diffidenza che nei confronti del B. vi era ancora in Maria Teresa per le iniziative filospagnole della madre di lui Clelia del Grillo alla fine della guerra di successione austriaca (1746).
Dopo una lunga permanenza a Milano, il B. giunse a Vienna il 24 ag. 1760, dove fu ricevuto la prima volta a corte il 2 ottobre. Il B. notò subito la pericolosa connessione che si stava creando fra politica giurisdizionalistica del governo e nuovi orientamenti dottrinali dell'episcopato: le difficoltà per concertare un'azione comune con i vescovi in difesa dei privilegi ecclesiastici derivavano spesso, infatti, dall'infiltrazione di principî canonistici anticuriali che venivano diffusi dalle facoltà teologiche della Germania. Perciò il B. tentò spesso vanamente di imbrigliare tale produzione pubblicistica: i suoi sforzi maggiori furono diretti ad ottenere la proibizione dei Principia iuris ecclesiastici catholicorumdel La Paix, adottati all'università di Innsbruck nel 1761, e quindi, dopo il 1764, del De potestate ecclesiastica del Febronio. Nei primi anni della sua nunziatura, comunque, il B. si impegnò con una certa efficacia a difendere alcune azioni e atteggiamenti intransigenti, come l'imposizione da parte della S. Sede al vescovado di Mantova di mons. Della Puebla, canonico di Olmütz; l'atteggiamento "zelante" del vescovo di Pienza (che, comunque, fu espulso dalla sua diocesi dal governo toscano); l'interdetto lanciato dal vescovo di Trento contro la città di Rovereto, colpevole d'aver innalzato nella chiesa parrocchiale un monuzato a Girolamo Tartarotti, inviso alla Curia romana. Pure energici furono gli interventi del B. nel protestare contro l'immissione di elementi laici in alcuni uffici dell'Inquisizione toscana, con interpretazione palesemente forzata della riforma del 1755-56; e contro il rinnovo del trattato fra lo Stato di Milano e i Grigioni.
In una memoria presentata al cancelliere Kaunitz il 15 febbr. 1764 il nunzio lamentava che non si fosse consultata la S. Sede per un atto che coinvolgeva gli interessi religiosi e patrimoniali della diocesi di Como. Oltre a una disposizione che permetteva al governo delle Tre Leghe l'eventuale alienazione di alcuni beni ecclesiastici, era particolarmente ostico alla Curia romana un articolo segreto che consentiva la tolleranza delle famiglie protestanti già stabilite nei paesi grigioni cattolici: per il B. la pericolosità di tale clausola era dimostrata dal fatto che, appena venutine a conoscenza, i protestanti "si erano avanzati a domandare la facoltà di aprire una chiesa, di tenere un ministro, insomma di esercitare pubblicamente la loro falsa religione". Il tentativo del B. di ottenere la soppressione della clausola, prima che il trattato fosse ratificato, fu però vano.Nel 1766 l'azione del B. perdette maggiormente di efficacia di fronte a un sempre più diretto intervento del governo imperiale negli affari ecclesiastici: dell'11 genn. 1766 è una circolare del Kaunitz ai vescovi d'Austria e Boemia, in cui si chiedeva di aggiungere all'indulto già accordato, di lavorare in alcuni giorni festivi, la dispensa dal precetto di ascoltare la messa; il B. non riusciva neppure a conoscere le risposte date dai vescovi. Nel luglio, informato del progetto del conte di Firmian circa la riforma della censura dei libri nello Stato di Milano, il B. presentò a Maria Teresa un memoriale volto soprattutto a evitare che la revisione fosse divisa in due sezioni separate, "dandosi agli ecclesiastici ciò che riguarda la religione, e a revisori secolari le altre materie" (Arch. Segr. Vat., Nunz. Germania 381, f. 475); il B. non negava allo Stato il diritto di rivedere ogni libro, ma lo rivendicava anche alla Chiesa, essendo impossibile la divisione aprioristica tra materie religiose e politiche, poiché "se si vuole formare il giudizio de' libri da' loro titoli, si possono prendere abbagli gravissimi. Si potrebbono addurre moltissimi libri, li quali sotto titoli indifferenti, ed anche onestissimi contengono perniciose dottrine contro la Religione, i buoni costumi e la sana Politica" (ibid., f.476). La posizione intransigente del B. a questo riguardo, che non era condivisa dall'arcivescovo di Milano, card. Pozzobonelli - il quale sperava di ottenere nella prassi ampie concessioni - non ottenne che di aumentarne l'isolamento: "Dacché io ho apertamente dichiarata la mia contrarietà ad ogni proposizione che è stata fatta rispetto alla revisione de' libri di Milano, sono forse divenuto sospetto" (ibid. 383, f. 159, dispaccio del 7 febbr. 1767). Ciò apparve evidente anche nella scarsa confidenza che i vescovi tedeschi gli dimostrarono allorché fu loro distribuita una circolare governativa in cui si chiedeva di svelare "i gravami che soffrono e ricevono dalla S. Sede": secondo il B., i vescovi desideravano soprattutto ingraziarsi i ministri "la cui animosità contro la Chiesa non si può dire a qual segno sia giunta" (ibid., f. 170, 9 marzo 1767). Nel maggio il B. denunciava alla segreteria di Stato il tentativo di innalzare in Vienna "un contro altare" alle scuole dei gesuiti, ponendo sulla cattedra universitaria dell'istituita facoltà teologica Pietro M. Gazzaniga e Agostino Gervasio: particolarmente il primo, sebbene "buon religioso", era molto pericoloso per la sua faziosità antigesuitica e avrebbe potuto nuocere all'azione che il B. svolgeva da tempo presso Maria Teresa in favore della Compagnia: perciò il 24 agosto 1767 il B. consigliava il richiamo in Italia del teologo domenicano. Già elevato alla porpora il 26 sett. 1766, il B., sostituito da A. E. Visconti, lasciò Vienna nel settembre 1767.
Nella relazione che trasmetteva al suo successore (ibid. 761, ff. 187-190) il B. lamentava che soltanto nella bassa plebe era rimasta viva la devozione religiosa, mentre le classi colte erano state corrotte dalla lettura "di stranieri libri pieni di veleno pestilenziale alla Religione ed a' buoni costumi"; l'episcopato e il clero, sebbene il loro comportamento fosse ineccepibile da un punto di vista religioso, non volevano dipendere dalla nunziatura; i ministri erano, in generale, poco favorevoli alla Chiesa, specialmente il Kaunitz; lodata era, invece, la religiosità dell'imperatrice, sulla quale però esercitavano un'influenza negativa il medico olandese Van Swieten, il vescovo di Passavia e il prelato di S. Dorotea, confessore privato, accaniti antigesuiti; sostanzialmente positivo era il giudizio del B. sul futuro imperatore Giuseppe II.
Fermatosi a Milano per un periodo di riposo, il B. vi si trovò anche durante la crisi provocata dal monitorio papale al governo di Parma: ormai definitivamente schierato con gli "zelanti" giudicò troppo "umile e abietta" la condotta di Clemente XIII, che per placare le corti borboniche aveva sacrificato il segretario di Stato Torregiani (ibid. 388, ff. 216 s., lett. al Garampi 24 ag. 1768). Ritornato a Roma nell'autunno 1768, ottenuto il titolo cardinalizio di S. Maria in Aracoeli,fu eletto legato di Ravenna il 1º genn. 1769, ma, per la morte di Clemente XIII, prese possesso del governo affidatogli soltanto il 4 luglio. Nel conclave appoggiò la candidatura Ganganelli dopo che questi, come sembra, aveva assicurato che i gesuiti non sarebbero stati soppressi.
A Ravenna, costretto dopo il 1773 a eseguire le direttive papali per la soppressione della Compagnia in una zona ove operavano anche numerosi ex gesuiti spagnoli, il B. fu sospettato di complicità con alcuni di essi che avevano stampato, verso la fine del 1776, un opuscolo (Lettera del vescovo N. in Francia al cardinal N. in Roma, s.l. né d.) che attaccava violentemente la condotta antigesuitica del Papato. Certo è che il B. aveva letto la Lettera ancora manoscritta, ma - secondo le sue affermazioni, - aveva ricevuto promessa che non si sarebbe stampata; per l'energico intervento della segreteria di Stato fu costretto, comunque, a confiscare le cinquemila copie già in circolazione e ad arrestare i gesuiti Bruno Marti, che ne era l'autore, e Agostino Puchol, che aveva provveduto alla pubblicazione, e gli stampatori Achille e Vincenzo Marozzi di Forlì (aprile 1777).
Sostituito dal card. L. Valenti Gonzaga, il B. lasciò Ravenna il 5 luglio 1778. Dopo una breve permanenza a Milano, si trasferì definitivamente a Roma, ove ebbe da Pio VI cariche di rilievo, divenendo prefetto della Congregazione dell'Immunità ecclesiastica e membro delle congregazioni del S. Offizio, Concilio, Propaganda Fide, Indulgenze e sacre reliquie, Acque, e fu deputato alla correzione dei libri della Chiesa orientale; il 15 dic. 1783 optò per il titolo di S. Prassede. Nel clima di attiva reazione alle idee gianseniste e giurisdizionaliste che si andava creando a Roma dopo il 1782, il B. ebbe una parte di primo piano, proteggendo alcuni ex gesuiti, tra cui F. Antonio Zaccaria e Giuseppe Cernitori, e particolarmente Giovanni Marchetti, che dal 1785 fu uno degli uomini di punta della pubblicistica filocuriale. Scoppiata in Francia la Rivoluzione, il B. fu chiamato a far parte, insieme ai cardinali Albani, Antonelli, Campanella, Pallotta e Salviati, della Congregazione per gli affari di Francia, che doveva esaminare la situazione seguita alla promulgazione della costituzione civile del clero e che orientò in senso intransigente le decisioni del papa.
Il B. morì a Roma il 7 giugno 1793.
Fonti eBibl.: Arch. Segr. Vaticano, Nunz.Germania 377-383, 388, 761; Ibid., Arch. Nunz.Vienna 82-85; Ibid., Nunz. Firenze146-148, 155; Ibid., Romagna 86-96, 135-136; Ibid., Cardinali 162, ff. 213, 216, 269, 314; 163, ff. 156, 266-268; 165, ff. 75, 256; 167, ff. 190, 208, 279; 171, f. 241; P. Guerrini, Carteggi bresciani inediti sulla vita e i tempi di Pietro Tamburini, inBoll.della Soc. pavese di storia patria, XXVII (1927), p. 185; Korrespondenz des Fürstabtes Martin II Gerbert, II, Karlsruhe 1934, p. 18; Lettere inedite di Gaetano Marini, a cura di E. Carusi, II, Città del Vaticano 1938, pp. 116, 161, 177, 196, 259, 355; Carteggi di giansenisti liguri, a cura di E. Codignola, II, Firenze 1941, p. 193; F. Maas, Der Josephinismus. Quellen zu seiner Gesch. in Österreich 1760-1790, I, Ursprung und Wesen des Josephinismus (1760-1769), Wien 1951, pp. 54, 56, 69, 128 s., 143, 172-174, 187-190, 197-200, 202-205, 228 s., 231-235, 249 s., 251 s., 313 ss. e passimLe lettere di Benedetto XIV, a cura di E. Morelli, I, Roma 1955, p. 414; J. J. Winckelmann, Lettere italiane, a cura di G. Zampa, Milano 1961, pp. 97, 99, 112, 128; Novelle letterarie, XI (1750), col. 12; XII (1751), col. 137; XXXIX (1778), col. 233; F. Petruccelli della Gattina, Histoire diplomatique des conclaves, IV, Bruxelles 1866, pp. 193, 199, 225; S. Bernicoli, Governi di Ravenna e di Romagna dalla fine del secolo XII alla fine del secolo XIX, Ravenna 1898, p. 93; P. Savio, Devozione di mgr. Adeodato Turchi alla Santa Sede, Roma 1938, p. 346; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 1, Roma 1953, pp. 448, 568, 570, 1027 s.; XVI, 2, ibid. 1954, p. 66; P. Savio, Giansenizzanti e giurisdizionalisti, in Italia francescana, n.s., XXX (1955), pp. 103, 106 s.; G. Seregni, La cultura milanese nel Settecento, in Storia di Milano, XII, Milano 1959, p. 586; A. Ellemunter, Antonio Eugenio Visconti und die Anfänge des Josephinismus, Graz-Köln 1963, pp. 14, 31, 35, 122, 126, 130; G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-ecclesiastica, VI, p. 60 e ad Indicem; Dict. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., IX, col.1285; R. Ritzler-P. Sefrin,Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, VI, Patavii 1958, pp. 24, 400.

BORGIA, Stefano

unico viaggio a Lione per incoronazione di Napoleone, dove morì



. - Nato a Velletri il 3 dic. 1731 da Camillo e da Maddalena Gagliardi, nel 1740 fu affidato alle cure dello zio, Alessandro Borgia, arcivescovo di Fermo, che rafforzò in lui l'inclinazione per le ricerche storiche. Licenziatosi in filosofia nel 1750, rivolse inizialmente i suoi interessi verso l'antiquaria, divenendo membro dell'Accademia etrusca di Cortona e dell'Accademia Colombaria di Firenze.
Nel suo primo scritto, Monumento di Giovanni XVI (Roma 1750), redatto come socio dell'Accademia di Cortona, il B. studiò una iscrizione scoperta nel marzo del 1749nella pieve di S. Maria in Rapagnano, tentando di datarla. Identificata la scrittura come gotica maiuscola, respinse la datazione al sec. XI proposta da altri eruditi; inoltre il confronto con altre scritture riprodotte dal Mabillon lo indusse a datarla al sec. XV e lo stemma dei Piccolomini scolpito nell'iscrizione lo rimandò ad Enea Silvio che, in qualità di vescovo di Fermo, l'aveva fatta incidere sulla base di un esemplare più antico.
Nel 1751 divenne membro dell'Accademia di Fermo. Nel 1752 con una Apologiadel pontificato di Benedetto X (Modena 1756) conseguì la laurea in teologia. Nel 1756 si trasferì a Roma, dove, addottoratosi (1757) alla Sapienza in diritto canonico, iniziò la carriera prelatizia. Referendario delle due Segnature, il 25 nov. 1758 fu nominato da Clemente XIII rettore di Benevento dove rimase dal 1759 al 1764. Durante questi anni raccolse il materiale erudito per i tre volumi delle Memorie istoriche della pontificia città di Benevento dal secolo VIII al secolo XVIII (Roma 1763-1769), che vennero dedicate a Clemente XIII.
Il primo volume comprende la storia della città dal sec. VIII all'XI; il secondo ricostruisce rapidamente gli avvenimenti a partire dall'inizio del sec. XI fino al XVIII, facendo perno sull'età normanna; il terzo volume presenta l'opera dei governatori della città dall'inizio del dominio pontificio fino al 1550. Il loro interesse consiste anche nei numerosi documenti pubblicati con ricca annotazione. La buona preparazione acquisita dal B. nello studio dei codici risalta nella datazione dei passionari conservati nella Biblioteca Capitolare di Benevento che egli fissò al sec. XII. La scrittura, designata, come longobarda, è quella che oggi viene classificata come beneventana.
Dopo il suo ritorno a Roma nel 1764, il B. divenne segretario della Congregazione delle Indulgenze e il 25 marzo 1765 fu ordinato sacerdote. Nel 1770 Clemente XIV lo nominò segretario della Congregazione di Propaganda Fide.
Egli si adoperò per la riorganizzazione del lavoro della congregazione, preoccupandosi di favorire, anche a proprie spese, la formazione nelle terre di missione di un clero indigeno. I vasti rapporti internazionali della congregazione gli permisero di acquistare per le sue raccolte, che riunì in un museo a Velletri, pezzi esotici, soprattutto orientali, la maggior parte dei quali era costituita da medaglie; numerosi erano però anche i manoscritti copti. Di grandissimo interesse era il codice miniato messicano del museo, oggi designato come Codex Borgianus. Il B. non attese soltanto alla raccolta del materiale antiquario, ma si preoccupò dello studio dei suoi tesori, pubblicando egli stesso dissertazioni erudite o incaricandone altri eruditi, non di rado stranieri e anche protestanti (ad esempio, uno dei primi papiri greci d'Egitto, datato al 192 d.C., fu pubblicato per iniziativa del B. dal danese Nils Schow). Tali pubblicazioni furono stampate dalla stessa tipografia di Propaganda Fide. Sotto il Murat le medaglie furono trasportate a Napoli nel Museo Borbonico, mentre i manoscritti vennero incorporati nella biblioteca della Congregazione di Propaganda, donde nel 1902 passarono alla Biblioteca Vaticana.
Il 3 sett. 1773 il B. presentò a Clemente XIV una relazione sullo stato delle missioni, Notizie e luoghi di missioni,protestando poco dopo contro l'esecuzione immediata del decreto di scioglimento della Compagnia di Gesù nei territori di missione, temendone gravi impedimenti all'attività di apostolato. Il breve fu spedito lo stesso, ma gli ex gesuiti poterono continuare a svolgere i loro compiti come preti secolari. Quando la Congregazione di Propaganda nominò, il 9 ag. 1778, il vescovo russo bianco Siestrzencewicz delegato apostolico e visitatore per tre anni, vi fu una violenta reazione dei governi borbonici, dato che il vescovo aprì a Polock un collegio di gesuiti permettendo così la sopravvivenza della Compagnia in Russia. Il B. dovette giustificarsi presso il papa. Ma, in verità, egli non era certamente un filogesuita, come lo accusavano alcuni scritti satirici: anzi, animato da un grande fervore religioso, intrattenne amichevoli rapporti con numerosi simpatizzanti romani di Port-Royal frequentando per vari anni le riunioni della Chiesa Nuova. Inoltre fu a lungo amico e collaboratore, sia pure per ragioni scientifiche, di G. C. Amaduzzi, sovrintendente della tipografia di Propaganda. Dopo il 1780 si schierò però in favore degli interessi, anche temporali, del Papato. Utilizzando il materiale storico già raccolto a Benevento e dopo altre approfondite ricerche negli archivi vaticani, il B. fu infatti in grado di difendere brillantemente le rivendicazioni pontificie, nella secolare controversia tra la Curia e il Regno di Napoli per il possesso di Benevento e del suo territorio, nei tre libri della Breve istoria del dominio temporale della Santa Sede nel Regno delle due Sicilie, pubblicata anonima a Roma nel 1788, in due volumi.
Il primo libro trattava del dominio pontificio e dei titoli giuridici del Papato sul Regno delle Due Sicilie, riconducendoli giustamente alle investiture dei principi normanni concesse da Niccolò II e Gregorio VII. In particolare prendeva in esame i rapporti di Roberto il Guiscardo, Ruggero II e Guglielmo I con Benevento, su cui non esercitarono mai alcun diritto di sovranità. Il secondo libro esaminava in ordine cronologico i documenti di investitura da Umfredo (1053) fino a Ferdinando IV di Borbone (1760). Nelle dissertazioni di diritto feudale che aggiungeva a commento, il B. sosteneva fra l'altro che le rivendicazioni pontificie sulla Sicilia non si fondavano sulla falsa donazione di Costantino. Nel terzo libro difendeva l'autenticità del diploma non datato rilasciato da Enrico II al papa Benedetto VIII, che confermava i diritti della Chiesa romana su Roma e il suo ducato, riconosciuta ora dalla critica moderna. In un'appendice erano pubblicati ventitré documenti, fra i quali i giuramenti feudali dei Normanni e i diplomi di Ruggero II, Guglielmo II e Tancredi per Benevento.
Già nell'agosto del 1787 il B. aveva presentato al segretario di stato di Pio VI, il cardinale Boncompagni Ludovisi, una dissertazione manoscritta sulla sovranità pontificia su Pontecorvo, che fu utilizzata con tutta probabilità nelle trattative col governo napoletano condotte dallo stesso cardinale, il quale nell'ottobre del 1787 si era recato in forma non ufficiale nel Regno. In una lettera di ringraziamento del 20 ag. 1787 il Boncompagni preannunziò al B. il più alto riconoscimento per il suo impegno scientifico; il 30 marzo 1789 Pio VI lo elevò a cardinale prete di S. Clemente, affidandogli in particolare la sorveglianza degli orfanotrofi.
La Breve istoria, concepita come risposta agli scritti dell'abate Cestari, apparve nello stesso anno in una seconda edizione che portava però il nome del Borgia. La controversia pubblicistica con il Regno di Napoli raggiunse allora il culmine: numerosi pamphlets furono diffusi contro le tesi del B., che replicò nel 1791 con una Difesa del dominio temporale della Sede apostolica nelle Due Sicilie,in risposta alle scritture pubblicate in contrario (Roma), nella quale utilizzò anche i materiali su Pontecorvo. Dal punto di vista teorico il Papato aveva vinto, ma la realtà politica decise contro le rivendicazioni pontificie. Il governo napoletano si rifiutò di continuare a pagare il tributo feudale e di riconoscere la giurisdizione del nunzio e, nonostante l'arrendevolezza mostrata da Pio VI nella questione delle nomine vescovili, non si riuscì a concludere un concordato.
Allorché i rapporti tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria si fecero tesi, il B. fece parte della Congregazione di Stato che condivideva, sia pure con funzioni consultive, dal 30 sett. 1792 con Pio VI e il segretario di stato la responsabilità delle più importanti decisioni di politica estera. Prefetto della Congregazione dell'Indice dal 1796, dopo l'armistizio di Bologna (giugno 1796) egli si mostrò tra i più intransigenti oppositori di una pace con i Francesi che compromettesse sul piano religioso le prerogative della S. Sede.
In particolare, durante le trattative di Firenze, quando il Direttorio richiese al papa di sconfessare, e revocare i documenti pontifici emanati contro i principi della Rivoluzione, il B. sconsigliò nettamente di cedere su tale punto, dichiarandosi contrario anche alla formula di compromesso proposta da monsignor Di Pietro (che fu poi trasmessa al Caleppi, incaricato delle trattative) cm cui si ammetteva che i brevi e le bolle pontificie riguardavano soltanto la religione; diffidente sulla possibilità di accordo, egli stimava però opportuno dimostrare all'opinione pubblica europea "la matura e paziente condotta della Santità Sua, e la necessità di venire a guerra di Religione" (Filippone, p. 663), rispondendo ai Francesi che il papa era disposto a sostituire le espressioni suscettibili di equivoche interpretazioni con altre per la cui redazione si dichiarava pronto a convocare un concilio ecumenico, per garantire la conservazione dell'unità della fede. Naturalmente questo doveva essere un espediente per guadagnare tempo in attesa di eventi favorevoli e per preparare psicologicamente il popolo alla difesa (anche il B. contribuì alla propaganda controrivoluzionaria con l'anonimo libello Disinganni nelle parole ai popoli della Europa tutta, s.l. 1797, acre analisi del "linguaggio" rivoluzionario).Quando Pio VI dovette lasciare Roma il 20 febbr. 1798, il B. fece parte della Congregazione incaricata, sotto la guida del cardinale Antonelli, del governo della Chiesa. Imprigionato l'8 marzo dai Francesi, fu rilasciato il 28 marzo a condizione che abbandonasse il territorio della Repubblica romana. Si recò prima in Toscana, poi a Venezia e Padova, dove, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, tentò invano di riorganizzarla.
Nel conclave di Venezia il B., sostenuto dal "partito Bellisomi", fu tra i papabili, ma probabilmente per la sua fama di intransigente non riuscì a raccogliere i voti della maggioranza. Il neoeletto Pio VII confermò il B. nella carica di prefetto dell'Indice e nel 1801 lo mise alla testa della Congregazione economica; nel 1802 i B. fu nominato prefetto di Propaganda Fide. Prescelto con altri cardinali ad accompagnare Pio VII a Parigi per l'incoronazione imperiale di Napoleone, il B. morì a Lione il 23 nov. 1804.
Numerose furono le relazioni del B. con gli eruditi del suo tempo. Tra gli altri, il danese Georg Zoega, presentato dal Garampi, ebbe a disposizione le collezioni del B., da cui fu anche indotto a stabilirsi nel 1783 a Roma e a compilare il catalogo delle monete egiziane del museo borgiano, pubblicato nel 1787. Altri danesi protetti dal B. furono Jakob Adler, Nils Schow, Friedrich Münter; numerosi altri protestanti furono in rapporti con lui, fra i quali Johann G. Herder. Anche Goethe visitò nel 1787 il museo di Velletri. L'Accademia di Gottinga nominò il B. socio onorario nel 1793. Tra gli amici e corrispondenti sono da ricordare il Garampi, P. L. Galletti, A. F. Gori, G. L. Mingarelli, A. Calogerà, G. C. Trombelli, A. Assemani, G. Tiraboschi, I. Affò, R. Gregorio, M. Tomasetti e, tra gli stranieri, F. L. Bülow, O. G. Tychsen, A. L. Millin, Et. Borson, Arnold Heeren, il bollandista K. Suyskens.
Per gli Anecdota litteraria ex codicibus manuscriptis eruta, Romae 1773-1783, editi da G. C. Amaduzzi, il B. preparò l'edizione di vari testi desunti da codici vaticani: dal Vat. lat. 3679, Ascanii Columnae cardinalis oratio ad Sixtum V,Blosii Palladii Rom. oratio de praestatione obedientiae Rhodiorum Leoni X P. M. e Kalendarium Venetum seculi XI (IRomae 1773). Sulla base di una comunicazione di F. M. Piccolomini, nel 1774 pubblicò nel terzo volume della collana con ricco commento la Pii IIP. M. oratio de bello Turcis inferendo (Romae). Nel 1783 apparvero nel quarto volume i Fragmenta copticum ex actiy S. Coluthi martyris. Nella Raccolta d'opuscoli scient. e filologici del Calogerà pubblicò (1757) unaDissertaz. filologica sopra un'antica gemma intagliata. Contributi alla storia dell'arte sono: Vaticana confessio B. Petri Principis apostolorum (Romae 1776), De cruce vaticana ex dono Iustini Augusti... commentarius (Romae 1779) e De cruce Veliterna commentarius (Romae 1780). Altri brevi scritti di occasione sono indicati da Paolino di S. Bartolomeo e dal Baraldi; al loro elenco si deve aggiungere l'orazione funebre De Fabricio Borgia Ferentini episcopo oratio funebris(Velitris 1755).
Fonti e Bibl.: Bibl. Apost. Vat., Borg. lat. 283-288(carteggio dal 1748 al 1800), inoltre, lettere e comunicazioni sparse nei codd. 271 272, 274, 290, 292, 294, 295. Il Borg. lat. 294 contiene materie riguardanti la questione del Regno delle Due Sicilie. Nel cod. Vat. lat. 9044, ff. 224-253, sono conservate varie lettere del B. a G. Marini. G. Struggini, Lunga risposta di 14 pagine alla breve storia di 558 pagine scritte da mons. B. contro l'ab. Cestari, Napoli 1788; SPolito, Analisi critica dell'opera di mons. B. sul dominio temporale della Sede Apostolica nelle Due Sicilie, Napoli 1789; Relazione delle feste fatte nell'inclita città di Velletri per celebrare l'esaltazione alla sacra porpora dell'emo. e rmo. sig. card. S. B., Velletri 1789; J. G. C. Adler, Museum cuficum Borgianum Velitris, Romae 1782-92; Relazione giunta da Lione della malattia,morte e funerali di sua eminenza,il sig. card. S. B., Roma 1804;G. B. Vermiglioli, Cento lettere inedite di LVII uomini illustri i taliani e stranieri..., Perugia 1842, ad Ind.Il viaggio di Pio VII a Parigi in un diario di S. Sacchetti, a cura di G. Sacchetti, in Studi romani, VI (1958), pp. 449 s.; F. G. Cancellieri, Elogio della chiara memoria del... card. S. B., Roma 1805;Paulinus a S. Bartholomaeo, Vitae synopsis S. B., Romae 1805;F. Münter, Kardinal S. B., København 1805;L. Cardinali, Elogiodetto alla memoria di C. S. B., s.l. 1806;L. A. Millin, Notice sur la vie du cardinal B., estr. da Magasin encyclop., febbraio 1807;G. Baraldi, Notizia biografica sul cardinale S. B. di Velletri, in Mem. di rel.,di morale e di lett., XVII (1830), pp. 283 ss.; E. De Tipaldo, Biogr. d. Ital. illustri. I, Venezia 1834, pp. 47-50;P. E. Visconti, Biografia di S. B., in L'Album, II (1836), pp. 353 ss.; C. Borgia, Notizie biografiche del card. S. B., Roma 1843;F. Gregorovius, Kleine Schriften zur Geschichte und Cultur, II, Leipzig 1888, p. 153;A. Michaelis-Georg Zoega, in Allgemeine Deutsche Biographie, XLV, Leipzig 1900, pp. 390, 392-94, 396;P. F. Kehr, Papsturkunden in Rom. Die römischen Bibliotheken, in Nachrichten der Göttinger Gesellschaft der Wissenschaften,phil.-hist. Klasse, 1903, pp. 69-78;G. De Iuliis, Lettere ined. del card. B. al fratello G. P. B., Velletri 1906;Nonciatures de Russie..., a cura di M. J. Rouët de Journel, III, Nonciature d'Arezzo, 1 (1802-1804), Città del Vaticano 1922, ad Indicem; A. Jamalio, Il Muratori beneventano, in Atti della Società stor. del Sannio, IV (1926), pp. 513;L. v. Pastor,Storia dei papi, XVI, 2-3, Roma 1933-34, ad Indicem; Lettere inedite di Gaetano Marini, a cura di E. Carusi, II, Città del Vaticano 1938, pp. 33, 149, 166, 214, 220, 260, 276, 294, 297, 302, 307, 310 s., 371, 392; III, ibid. 1940, pp. 80, 84;G. Gasperoni, Settecento italiano, I, Padova 1941, passimCarteggi di giansenisti liguri, a cura di E. Codignola, II, Firenze 1941, p. 150; E. Carusi, Come mons. S. B. ebbela "cartula testamentidell'imperatriceAgeltrude, in Scritti di paleografia e diplomatica in on. di V. Federici, Firenze 1944, pp. 365-371; A. Zazo, Il card. S. B. in una necrologia del "Corriere Milanese", in Samnium, XXV (1952), pp. 56-58; N. Kowalsky, Stand der katholischen Missionenum das Jahr 1765an Hand der Übersicht desPropagandasekretärs S. B. aus dem Jahre 1773, Schöneck-Beckenried 1957; D. Lohrmann, Zwei Passionare des 12.Jahrhunderts aus der Kapitelbibliothekvon Benevent, in Quellen undForschungen aus ital. Arch. und Bibl., XLVI (1966), pp. 464 s., 472 s., 476 s.; G. Filippone, Le relazioni tralo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria.Storia diplomatica del trattato di Tolentino, II, Milano 1967, pp. 80, 108, 151, 366-68, 443, 466, 471, 480, 508, 510, 512, 634, 663-66; G. Morelli, Un dimenticato storico marsicano:Marino Tomasetti (1730-1802), in Samnium, XLI (1968), pp. 235-47; W. Henkel, Kardinal S. B. als Sammlervon Handschriften, in Euntes docete, XXII (1969), pp. 547-64;Dict. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., IX, coll. 1233-36; Enc. Catt., II, coll. 1916 s.

BONSIGNORI (Bonsignore), Stefano

fu a Fontainbleau


. - Nato a Busto Arsizio il 23 febbr. 1738 da Giovanni Battista, mercante di cotone, e da Giovanna Galeazzi, dopo i primi studi compiuti nella città natale presso uno zio materno sacerdote, frequentò i seminari arcivescovili. Ammesso nel 1759 nella Congregazione degli oblati di S. Ambrogio, della quale facevano parte insigni personalità del clero lombardo, fu ordinato sacerdote il 31 dic. 1760: insegnò, quindi, grammatica nei seminari arcivescovili di Celana e Gorla e poi retorica e teologia nel seminario maggiore di Milano e nel Collegio elvetico, venendo a contatto con il gruppo di eruditi e studiosi che faceva capo al cardinale Durini, nella cui casa si incontravano illustri personaggi come il conte di Firmian, l'arcivescovo Pozzobonelli, Carlo Trivulzio, e gli oblati Mussi e Oltrocchi. Acquistata fama come oratore sacro, epigrafista e scrittore di storia ecclesiastica (pubblicò il Compendio storico della vita e ricerche intorno la patria della beata Giuliana..., Milano 1770), nel 1774 fu nominato dottore della Biblioteca Ambrosiana, continuando tuttavia a esercitare l'insegnamento. L'11 maggio 1775 il B. si laureò in teologia all'università di Pavia.
Nel 1791 quando, dopo la parentesi del seminario generale, con Leopoldo II furono ripristinati i seminari vescovili, la commissione incaricata del riordinamento si assicurò l'opera del B. come professore di teologia dogmatica e prefetto degli studi e, ritenendolo degno dei maggiori riguardi per le sue qualità, gli assegnò un trattamento economico particolare.
Consigliere stabile dell'arcivescovo Visconti, apprezzatissimo oratore e benvoluto da tutto l'ambiente della nobiltà milanese, nel 1797 fu ammesso nell'aristocratico capitolo della metropolitana come canonico teologo, una delle dignità più ambite e ricche di prestigio; ma il notevole benessere che era collegato con questa carica doveva durare ben poco, perché il 19 maggio 1798 furono aboliti tutti i capitoli delle cattedrali e incamerati i beni di queste. Solo dopo molti ricorsi, e probabilmente con l'appoggio di qualche membro del governo, riuscì a ottenere al tempo della seconda Cisalpina la pensione di 1.200 lire concessa ai parroci.
I riguardi concessi al B. in questa occasione e quelli sempre più importanti ottenuti successivamente avevano probabilmente origine nella stima e simpatia che egli si era conquistato presso il Bonaparte al momento dell'entrata delle truppe francesi a Milano dopo Marengo. Sembra che al B. e al parroco di S. Babila, Ronna, fosse stato dato l'incarico di compendiare quel discorso di Bonaparte ai parroci di Milano che doveva segnare una svolta decisiva nella politica ecclesiastica della Francia. Il programma iniziale di stampare questo discorso fu modificato con un ordine al vicario capitolare Bonanomi di inviare una lettera enciclica con accenni all'allocuzione; ed anche in questo caso il B. fu incaricato della redazione della lettera (Marelli, Giornale storico, p. 152v).
L'anno dopo, quando il vecchio arcivescovo Visconti si decise a partecipare alla consulta di Lione, ove morì, il B. venne scelto per accompagnarlo come consigliere. Con l'istituzione della Repubblica italiana è certamente significativo che tra i primi nomi proposti dal Melzi per i vescovadi ci fosse quello del B., "uno dei nostri" come il vicepresidente della Repubblica lo definisce.
La candidatura del B. aveva un significato politico: egli, pur non essendo nobile, proveniva da quell'ambiente aristocratico taglieggiato ed esautorato durante il governo democratico della Cisalpina, che il Melzi proteggeva e dove avrebbe voluto prendere i suoi collaboratori, se solo avesse potuto trovarvi personalità adatte ad assumersi incarichi di governo. Così, nell'ambito di questo programma di recupero dell'aristocrazia, non nuocevano più al B. le espressioni piuttosto forti contro i rivoluzionari sovvertitori del trono e dell'altare che aveva pronunziato in duomo il 15 dic. 1799 in un'omelia in cui aveva fatto l'apologia del primato pontificio.
Ma, per il ritardo con cui divenne operante il concordato con la S. Sede, il B. dovette attendere il 5 apr. 1806 per essere designato ufficialmente dall'imperatore vescovo di Faenza: solo il 18 sett. 1807 la nomina fu approvata da Pio VII. Nel frattempo si cercò di aiutare il B., in quel periodo professore di filosofia e di analisi delle idee al liceo di Brera, nominandolo membro dell'Istituto nazionale e affidandogli nel giugno 1803 la carica di vicedirettore della Biblioteca di Brera, ufficio creato per lui e che dopo la sua nomina a vescovo venne abolito.
Ottenuta la dignità vescovile, il B. divenne uno dei prelati più devoti al regime, cosicché ricevette tutte le onorificenze che in quel periodo non si lesinavano agli alti funzionari ossequiosi e obbedienti: fu grand'ufficiale del Regno d'Italia, commendatore dell'Ordine della Corona di Ferro, conte e barone. Ma, a parte queste onorificenze ufficiali, il fatto di aderire al regime napoleonico diventò nella controversia sempre più accesa tra il papa e l'imperatore una presa di posizione nell'ambito stesso della Chiesa, anche se si ha l'impressione che l'atteggiamento del B. sia stato più di passiva acquiescenza che di meditata azione politica.
Consacrato vescovo a Milano dall'arcivescovo Codronchi il 23 dic. 1807, prese possesso della sua diocesi il 13 marzo 1808, quaranta giorni dopo che le truppe del generale Miollis erano entrate a Roma. Gli anni seguenti, che porteranno all'annessione all'Impero della residua parte dello Stato pontificio, alla scomunica dell'imperatore, all'arresto e alla prigionia di Pio VII e praticamente alla denuncia del concordato da parte del papa, trovano il vescovo di Faenza fedele esecutore delle disposizioni del governo nella politica ecclesiastica; la lettera ai parroci del 15 dic. 1810, in cui al matrimonio civile viene attribuito lo stesso valore di quello religioso e che il B. dovrà ritrattare, obbediva a una circolare del ministro del Culto dell'8 ottobre, nella quale il Bovara esortava i vescovi a indurre i fedeli a celebrare, prima del matrimonio religioso, quello civile che aveva "le obbligazioni della vera unione matrimoniale". L'11 settembre di quello stesso anno il B., invitato dal canonico Tosi, anch'egli di Busto Arsizio, amministrò la cresima alla moglie del Manzoni, Enrichetta Blondel.
Si trattava di un'ennesima prova della stima e dell'amicizia che egli godeva nell'ambiente milanese (come si può vedere anche dal sonetto del Porta dedicato al B. in risposta a una sua lettera di elogio per il ditirambo composto dal poeta per le nozze di Napoleone). Questo episodio insieme con la accettazione di quei principi gallicani che avevano riavvicinato all'imperatore il vecchio clero costituzionale francese con a capo il Grégoire e con il quale il B. venne necessariamente a contatto ha indotto alcuni biografi a vedere in lui una certa propensione per il giansenismo. Ma, in realtà, la sua completa avversione per le idee gianseniste è ben documentata non solo, per quello che riguarda la teologia dogmatica, dal suo insegnamento a Milano come si può vedere da una lettera del padre Martino Natali (E. Codignola,Carteggi di giansenisti liguri, I, p. 159), ma anche sul piano ecclesiologico da una rappresentanza dell'arcivescovo Visconti all'imperatore (1789)a proposito della facoltà teologica di Pavia, redatta dal B. stesso (M. Panizza, p. 209), che il Wilzeck riteneva atta a preparare gli animi alla opinione della infallibilità pontificia.
Comunque la fedeltà del B. al regime gli valse il patriarcato di Venezia, allora vacante, nell'ambito della nuova polinca ecclesiastica del Regno italico. Non a caso la lettera di nomina in data 9 febbr. 1811 coincise con l'indirizzo di adesione al senato consulto dell'anno precedente che proclamava legge dell'Impero i quattro articoli del 1682 circa le prerogative della Chiesa gallicana. Secondo il sistema ideato dal ministro dei Culti francese Bigot de Préameneu, il vicario capitolare di Venezia, amministratore della diocesi in sede vacante, diede le dimissioni e il capitolo delegò i suoi poteri al Bonsignore.
Il 9 aprile il B. fece il suo ingresso nella città, ma già il 5 maggio partiva per Parigi convocato per il concilio e, su ordine di Napoleone, raggiungeva in viaggio i vescovi di Tours, Treviri e Nantes inviati a Savona da Pio VII per ottenere qualche concessione in vista del concilio. Di nessuna rilevanza furono gli interventi del B., che pure era uno dei quattro segretari, durante le sedute del concilio, come del resto la sua azione nella seconda e più imponente deputazione di vescovi che in ottobre si recò a Savona, dove, nonostante il prolungarsi delle trattative fino al febbraio successivo, nulla si poté ottenere. Nel 1813 si recò a far visita al papa a Fontainebleau, ma non sembra abbia avuto parte nelle trattative per il concordato.
Dopo la capitolazione di Napoleone il B. cominciò la serie delle sue ritrattazioni che riguardavano la lettera ai parroci sul matrimonio, l'insediamento a Venezia come patriarca, l'indirizzo di adesione alle proposizioni gallicane, scrivendo una lettera al papa prima della sua partenza da Venezia il 5 maggio 1814 e pronunciando il 29 dello stesso mese, dal pulpito della cattedrale di Faenza, un'omelia e la confessione delle sue colpe. Ottenuto dal papa il permesso di ritornare nella sua sede faentina, dopo aver subito la pena canonica di un anno di sospensione dai pontificali, da Bologna, il cui arcivescovo e suo vecchio amico cardinale Opizzoni lo aveva molto aiutato in questa circostanza, inviò il 5 sett. 1815 una lettera pastorale al clero e al popolo della sua diocesi, prima di rientrarvi.
In seguito la sua azione pastorale fu di energico sostegno dell'opera di restaurazione religiosa voluta da Pio VII: il B., dopo la visita pastorale del 1816, ripristinò il collegio dei parroci urbani, ristabilì il numero delle parrocchie e ricostituì gli otto monasteri soppressi; altri due monasteri furono fondati a Bagnocavallo e a Fagnano per provvedere all'educazione delle fanciulle. Negli ultimi anni provvide al riordinamento del seminario, alla cui biblioteca lasciò i suoi libri e manoscritti. Morì a Faenza il 23 dic. 1826.
Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Milano, Studi, p.m. 85, 87, 88, 102, 849; Ibid., Autografi, 20; Ibid., Culto, p.a. 1034; Ibid.,Culto, p.m. 1477, 1488, 2875; Milano, Arch. della Curia arcivescovile, sez. XI, vol. 41; Milano, Bibl. Ambrosiana, S. B., Sue ritrattazioni, p. 241 sup. (2); Ibid., G. A. Marelli, Giornale storico, p. 152v., S. Q. + I 23; Bologna, Arch. della Curia arcivescovile, Carte appartenenti a Mons. S. B. vescovo di Faenza, in Raccolta Opizzoni, vol.V, 1;Arch. Segr. Vat., Processi concistoriali, vol. 208, ff.218-222; Carteggi di giansenisti liguri, a cura di E. Codignola, I, Firenze 1941, p. 159; I carteggi di F. Melzi d'Eril..., a cura di C. Zaghi, I, Milano 1958, p. 413; II, ibid. 1958, pp. 96 s., 459; VI, ibid. 1962, p. 104; G. A. Morini,Elogio di S. B., Faenza 1826; Commentari di S. B., Faenza 1827; B. Pacca, Memorie storiche…, Roma 1830, pp. 292, 301, 319 s.; E. De Tipaldo, Biogr. degli Ital. illustri, III, Venezia 1836, pp. 273-275; A. Strocchi, Serie cronologico-critica dei vescovi faentini, Faenza 1841, p. 249; G. Cappelletti, Le chiese d'Italia, II, Venezia 1844, pp. 300-301; IX, ibid., 1853, pp. 377-378; I. Rinieri, Napoleone e Pio VII, II, Torino 1906, pp. 120, 150; F. Lanzoni, Cronotassi dei vescovi di Faenza, Faenza 1913, pp. 206 s.; G. Rizzardo, Il patriarcato di Venezia durante il regime napoleonico, in Nuovo archivio veneto, n.s., XXV (1914), pp. 391-424; C. Castiglioni, Napoleone e la Chiesa milanese, Milano 1934, pp. 54, 74, 143, 231, 237, 255; F. Meda,Un prelato milanese cesarista, in La scuola cattolica, LXIII (1935), pp. 15-43; P. Bondioli, Manzoni e gli amici della verità,Varese 1936, pp. 56-59, 81, 166, 185; C. Castiglioni, Dottori dell'Ambrosiana, in Memorie storiche della diocesi di Milano,II (1955), pp. 44-46; MPanizza, L'Austria e gli studi superiori ecclesiastici nella diocesi di Milano...,ibid., III (1956), p. 209; C. Mazzotti, Il vescovo cesarista monsignor S. B. a Faenza, in Studi romagnoli, VIII (1957), pp. 147-167 (con una larga appendice di documenti); G. Caldiroli, Un prelato cesarista: il bustese S. B., in Diocesi di Milano, II (1961), pp. 320-322; A. Niero, Ipatriarchi di Venezia, Venezia 1961, pp. 163-166; C. Porta, Poesie, a cura di C. Guarisco, Milano 1964, pp. 178, 384, 447; L. Maino, Mons. S. B. 1738-1826, in Busto Arsizio, a cura di S. Ferrario, Milano 1964, pp. 372-377; Dict. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., IX, coll. 1108 s.

BENINCASA, Francesco

(Sassuolo 1731 - Carpi 1793) gesuita, fu imprigionato per due anni a Castel Sant'Angelo (1773-75). Successivamente lasciò Roma e seguì il conte di Courbet a Parigi per curare l'educazione di un duo figlio. Dopo due anni rientrò a modena chiamato dal duca Francesco III che lo elevò a duca.

DBI

mercoledì 15 giugno 2016

ARTEAGA, Stefano





. - Nacque il 26 dic. 1747 a Moraleja de Coca presso Segovia in Spagna, come dichiarò egli stesso iniziando il suo noviziato di gesuita, o a Madrid, come si dovrebbe dedurre dalle intestazioni delle sue opere dove appare come "matritense". Studiò a Madrid grammatica e retorica; il 23 sett. 1763 entrò nella Compagnia di Gesù e fu ascritto alla provincia di Toledo. Nel febbraio 1767, colpito insieme ai suoi confratelli dal decreto d'espulsione dal territorio spagnolo, si rifugiò in Italia, e il 21 giugno 1769, quattro anni prima della soppressione dell'Ordine, abbandonò la Compagnia, pur conservando in seguito il titolo d'abate, forse anche per giustificare il diritto alla pensione corrisposta da Carlo III di Spagna agli ex gesuiti. Mancano notizie della sua vita fino al 1773, ma è molto probabile che si dedicasse esclusivamente agli studi, particolarmente di filosofia, trascurando la teologia, che considerava una "falsa scienza" e per la quale nutri poi sempre una spregiudicata avversione. È certo comunque che dal 1773 al 1778 studiò all'università di Bologna seguendo vari corsi (filosofia, matematica medicina) e orientando il suo pensiero in senso decisamente illuministico e antisistematico con prevalenti influssi sensistici e empiristici. Scarso il suo tributo alla moda tipicamente settecentesca dei letterati verseggiatori: dei suoi componimenti d'occasione, oggi perduti, è ricordato solo quello che egli scrisse in occasione della morte di Carlo III.
Temperamento indipendente e desideroso di un'affermazione individuale, fu indotto "a battere la carriera d'autore", come ebbe a scrivere al Borsa nel 1788 (cfr. la lettera pubblicata da M. Batllori in Arteaga e Bettinelli, 111-112), "per soddisfare a una certa attività naturale che non gli permetteva di vivere nell'inazione, indi per uscire dalla folla loiolitica e dall'oscurità". E in realtà il suo esordio di scrittore non poteva essere più vivace e clamoroso. Nel 1783, dopo essere intervenuto in una disputa tra il p. A. Eximeno e il p. G. B. Martini, autore del Saggio fondamentale pratico di contrappunto, con uno scritto apparso nelle Memorie enciclopediche di Bologna (1782), l'A. fece pubblicare il primo volume del suo lavoro di maggior respiro, Le rivoluzioni del teatro musicale italiano dalla sua origine fino al presente, Bologna, Trenti, che riecheggia nel titolo Le rivoluzioni d'Italia di C. Denina.
Appena pubblicata, l'opera ebbe una vasta risonanza e suscitò numerosi consensi e dissensi, quest'ultimi dovuti a talune sprezzanti censure rivolte dall'A. a studiosi autorevoli, come l'Andrés e il Tiraboschi, e a operisti e librettisti contemporanei. Insofferente di critiche e tenacemente attaccato alle proprie convmzioni, l'A. ribadì i suoi punti di vista (con l'aggiunta di un'appendice polemica contro il musicista V. Manfredini, che aveva recensito Le rivoluzioni nelGiornale enciclopedico di Bologna dell'aprile 1786) nell'edizione definitiva dell'opera pubblicata a Venezia nel 1786 (ma con la data 1785) da Carlo Palese, cui l'A. l'aveva affidata dopo che il Trenti ne aveva ritardato l'uscita. Comunque anche il Trenti non rinunciò a completare la sua edizione, pubblicando nel 1786 altri due volumi e includendo inoltre nel terzo una controreplica del Manfredini.
Al di là del carattere baldanzosamente polemico di certi giudizi dell'A. e del tono libellistico assunto dalla controversia (tipico in questo senso l'opuscolo che Ranieri de' Calzabigi pubblicò a Venezia nel 1791 per reagire ai rilievi mossigli dall'A.), Le rivoluzioni del teatro musicale hanno una notevole importanza come documento degli sviluppi del pensiero riformatore sull'opera settecentesca. Frutto di interessi e studi maturatisi nell'A. a contatto con il p. Martini, che possedeva a Bologna una cospicua raccolta musicale, esse hanno tuttavia ben scarso valore come excursus storico-erudito sull'opera, mentre conservano molto interesse come enunciazione di una ragionata riflessione critico-estetica sul dramma in musica. Il punto di partenza da cui muove l'indagine arteaghiana è vivacemente espresso nel Discorso preliminare, dove al pungente sarcasmo contro il gusto della "gente di mondo" (che sembra derivato dal Teatro alla moda di B. Marcello) fa riscontro l'intento di tracciare un profilo storico dell'opera e di definirne i caratteri secondo un criterio filosofico che presupponga, oltre ai dati dell'erudizione, il fondamento del gusto, e soddisfi in pari tempo all'impegno (in realtà non mantenuto) di includere nella storia della musica italiana i "cangiamenti della tragedia e della commedia". Il "sistema drammatico" è dall'A. concepito come una sorta di teatro totale, "appoggiato sull'esatta relazione de' movimenti dell'animo cogli accenti della parola o del linguaggio, di questi colla melodia musicale e di tutti colla poesia", sicché per la sua attuazione sarebbe stato necessario riunire in un sol uomo, come si rendeva conto lo stesso A., "i talenti di un filosofo come Locke, d'un grammatico come Du Marsais, d'un musico come Hendel o Pergolesi, e d'un poeta come Metastasio". Ma più che nell'enunciazione di questo sistema drammatico, del cui carattere utopistico lo stesso A. era pienamente cosciente, ma che è stato salutato come un'anticipazione teorica dell'esperienza wagneriana (cfr. comunque la convincente confutazione di questa interpretazione del pensiero arteaghiano fatta da F. d'Amico), le qualità di chiarezza critica e teorica dell'A. emergono dall'analisi dei caratteri dell'opera italiana (da lui indicata come modello del genere, nonostante la constatazione del suo decadimento) e in taluni rilievi estetici circa la verosimiglianza e l'imitazione del dramma in musica e il linguaggio musicale, inteso come espressione dei sentimenti, come "linguaggio naturale", contrapposto al "linguaggio convenzionale", proprio della poesia.
La pubblicazione del primo volume delle Rivoluzioni diede fama all'A. anche fuori dai circoli bolognesi e gli procurò, oltre al raddoppio della pensione regia, la nomina a precettore presso il marchese F. Albergati Capacelli, letterato e commediografo, e quella a socio dell'Accademia di Padova, da lui sollecitata e favorita dal Cesarotti, cui s'aggiunse in seguito quella dell'Accademia Virgiliana di Mantova. L'opera fu poi tradotta in tedesco da J. N. Forkel (Lipsia 1789, 2 voll.) e compendiata in francese dal barone di Rouvron (Londra 1802). L'incarico in casa dell'Albergati, luogo d'incontro di letterati e scrittori, non durò a lungo. Assunto nel febbraio 1784, cessò nello stesso anno, nonostante l'accordo stabilito tra precettore e ospite sui criteri per l'istruzione del marchesino Luigi, ispirati a una pedagogia illuminata e razionalistica (cfr. Batllori, intr. alla Belleza ideal, pp. XVII-XX). Ciò che invece irritava l'Albergati era la spregiudicatezza con cui l'ex gesuita valutava la letteratura italiana, la stessa spregiudicatezza, peraltro priva di quella sprezzante baldanza che vi si volle scorgere, contenuta in una serie di Osservazioni che l'A. pubblicò in appendice alla dissertazione Del gusto presente in letteratura (Venezia 1784) di Matteo Borsa, nipote e segretario del Bettinelli.
Le Osservazioni, benché investano questioni almeno in apparenza marginali, servono a definire gli orientamenti critici dell'Arteaga. All'anafisi della decadenza della letteratura italiana fatta dal Borsa da un punto di vista (evidentemente d'ispirazione bettinelliana) accesamente nazionalistico e classicistico, le Osservazioni sembrano contrapporre una posizione modernista e cesarottiana, non organicamente espressa, ma evidente pur nella frammentarietà dei rilievi. Alla condanna che il Borsa fa dei neologismi stranieri e dell'influenza della filosofia (o del "filosofismo", come si preferiva dire) sulla letteratura, l'A. oppone il concetto della mutabilità delle lingue e l'esigenza di un moderato accoglimento di parole straniere, specie per una lingua come l'italiana che gli sembrava "soverchiamente pusillanime, e assai meno feconda di "quello che altri non crede", e in contrasto anche col parere dell'erudito tedesco di Merian, sottolinea il beneficio ricevuto per l'influsso della filosofia dalla poesia dei Greci e dei Latini. In termini di equilibrato sensismo è confutata un'opinione dei letterato mantovano sull'istinto come risultato di un processo d'assuefazione, che pare sottintendere un più generale criterio di giudizio fermo a presupposti scolastici e precettistici, mentre da particolari rilievi del Borsa l'A. deriva meno importanti osservazioni: sull'eloquenza sacra, in cui trova modo di polemizzare contro i vacui abusi di dottrina teologica dei predicatori italiani; sull'uso della parodia e del ridicolo, con interessanti notazioni sue e dell'Albergati sul carattere di talune commedie antiche e recenti; sui mezzi di restituire il gusto depravato, m cui avanza una serie di proposte, peraltro ingenue, di riforma letteraria per così dire dall'alto (istituzione di una commissione che controlli e stimoli la produzione intellettuale).
Accolte con sdegno dai letterati tradizionalisti e arcaicizzanti (per esempio Clementino Vannetti) e confutate sul piano di una libellistica rivendicazione dei valori nazionali da A. Rubbi, autore dei Dialoghi tra il sig. S. A. e Andrea Rubbi in difesa della letteratura italiana, e da G.B. De Velo (pseudonimo dell'abate Garducci) con la dissertazione Del carattere del gusto italiano e di certo gusto dominante nella letteratura straniera (Vicenza 1786), le Osservazioni portarono anche alla rottura dei rapporti col Bettinelli, cui l'A. rimproverava d'aver gradito la dedica del libello del Garducci e pertanto d'aver autorizzato, l'opinione corrente di una contrapposizione Garducci-Bettinelli da una parte, Arteaga-Cesarotti dall'altra (cfr. Batllori, A. e Bettinelli, pp.107 ss.).
Intanto, in conseguenza dell'ahontanamento dalla casa dell'Albergati, l'A. s'era recato a Venezia verso la fine del 1784, e qui si diede a frequentare la società letteraria e galante che si riuniva nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi. Del temperamento dell'A. la Teotochi lasciò una vivida descrizione nei suoi Ritratti ("chiaro, rapido, succoso" nel parlare, "cuore ardente e immaginazione creatrice", ma orgoglioso e "alquanto intollerante nel giudicare"; "la sua parola era sacra, ed inalterabile come il destino"), dove anche accolse, facendola seguire da una sua replica, una lettera dell'ex gesuita sulla Mirra dell'Alfieri (un articolo sul Filippo per difendere il monarca spagnolo dall'accusa, contenuta nella tragedia alfieriana, d'aver fatto uccidere il figlio, l'A. pubblicò in seguito nell'Antologia romana del 1792), in cui appare chiaramente, attraverso le cavillose argomentazioni di una critica moralistica e stroncatoria, il carattere molto spesso pretestuoso e astratto dei suoi giudizi letterari.
A Venezia l'A. rimase fino al principio dei 1787, allorché preferì stabilirsi a Roma, dove si legò strettamente con J. N. de Azara, ministro plenipotenziario spagnolo presso la S. Sede, al quale aveva dedicato Le rivoluzioni del teatro musicale. I suoi studi letterari furono volti in questo periodo soprattutto alla poesia classica, di cui s'era anche occupato negli anni precedenti, cominciando a Bologna le versioni metriche di Teocrito in latino e dell'Ero e Leandro di Museo in castigliano, e pubblicando a Venezia nel 1787 alcune lettere intorno alla traduzione cesarottiana dell'Odissea. Nel 1791 approntò per il Bodoni di Parma un'edizione di Orazio, che il Vannetti e il Tiraboschi (cui l'A. rispose con una lunga lettera pubblicata dallo stesso Bodoni nel 1793) giudicarono splendida tipograficamente ma di scarso valore filologico, e nel 1794 un'altra di Catullo, Tibullo e Properzio, che egli accompagnò con una prefazione in cui prometteva un commentario alla Chioma di Berenice,pronto nel 1795, ma poi non pubblicato dal Bodoni e smarrito insieme ad altre carte dello scrittore.
Frattanto il contatto a Roma con artisti e teorici del neoclassicismo (E. Q. Visconti aveva collaborato all'edizione bodoniana dei poeti latini), le riflessioni sui trattati del Mengs, del Winckelmann, del Milizia, oltre che sui commentari aristotelici del Cinquecento, i suggerimenti derivati dalla lettura degli articoli dell'Encyclopédie sulle arti e sul bello, l'avevano indotto a dare ordine alle sue meditazioni estetiche e a pubblicarle in castigliano col titolo di Investigacionesfilosóficas sobre la belleza ideal considerada come objetd de todas las artes de imitación, Madrid 1787 (nuova ed. a cura di M. Batllori col titolo La belleza ideal, Madrid 1943).
Si è forse esagerato il valore di novità presente in certe parti del breve trattato arteaghiano, del resto non privo di spunti originali. In realtà l'A. resta fermo al concetto di arte come imitazione (che egli distingue dalla copia intesa come riproduzione) senza sospettare il carattere creativo del fenomeno artistico, messo in evidenza dall'estetica successiva. Nonostante l'assunto platonico contenuto nel titolo stesso del suo trattato, la bellezza ideale perde per l'A. la sua definizione di universalità o generalità e si risolve nella bellezza ideale particolare delle singole arti (pittura, scultura, poesia, musica, ecc.), mentre acquista rilievo lo "strumento" di cui ogni singola arte si serve, con una accentuazione dei valori tecnici ed espressivi secondo l'A. indispensabili all'artista per dimostrare la sua bravura nel superare le difficoltà d'esecuzione. La novità del pensiero arteaghiano - a voler tenere conto di certi sviluppi in senso empiristico e antimetafisico dell'estetica moderna - sta caso mai in questa risoluzione della filosofia dell'arte nelle singole poetiche, sempre però sul punto di convertirsi per il loro stretto legame coi concetto d'imitazione in altrettante scienze precettistiche. Ma quanto al riconoscimento che l'A. fa della validità estetica del "feo" e del "malo" (il brutto e il cattivo), esso resta molto al di qua della scoperta del bello deforme enunciata dal Lessing nel Laocoonte e, lungi dall'anticipare la poetica del naturalismo, come pure è stato affermato, esso s"mquadra in una speculazione ancora fondamentalmente aristotelica (l'A. nori fa che sottolineare un noto passo della Poetica sull'efficacia realistica della riproduzione di fatti o personaggi sgradevoli) e in un orientamento di gusto ormai corrente, tipicamente tardo settecentesco e preromantico.
A parte una recensione sulle Effemeridi romane, La belleza ideal non suscitò in Italia, né del resto altrove, le reazioni provocate dagli altri lavori dell'Arteaga. Un'origine polemica, col solito strascico di personali ripicche, ebbe invece la dissertazione Della influenza degli Arabi sulla poesia moderna in Europa (Roma 1791). Qui l'A. volle ribadire la sua opposizione alla tesi "arabista" dell'Andrés sulla nascita della poesia provenzale e modema, già da lui confutata nel primo volume delle Rivoluzioni, ma nel 1790 ripresa e rinverdita dal Tiraboschi che aveva ritrovato e pubblicato, non senza qualche acre punta polemica contro l'A., il trattatello del provenzalista cinquecentesco G.M. Barbieri, Dell'origine della poesia rimata (titolo dato dal Tiraboschi). Nella disputa l'A. si mostra perentoriamente avverso alla tesi dei due storici della letteratura, benché non altrettanto deciso nell'affermare la derivazione delle rime provenzali dai ritmi latini della bassa latinità o dai canti popolari germanici. Ma a parte la validità delle rispettive argomentazioni, che peraltro non hanno del tutto perduto la loro efficacia come termini contrapposti di un problema delle origini tuttora aperto, la controversia metteva in rilievo ancora una volta l'indipendenzadelle posizioni intellettuali dell'A., il quale non si curava di aderire a una tesi che l'Andrés avanzava anche per affermare la priorità della letteratura spagnola sulle altre letterature romanze e che quindi era accolta con favore dai gesuiti immigrati, poco benevoli invece, dopo la pubblicazione delle Rivoluzionie delle Osservazioni, verso lo spregiudicato e polemico ex confratello.
Dopo l'ultima edizione bodoniana dei poeti latini, l'A. non pubblicò più nulla. Nel 1796 accompagnò l'Azara, il marchese Guidi e il principe Braschi nella loro missione di intermediari tra Pio VI e Napoleone; nel maggio era a Firenze dove probabilmente si fermò fino al rientro dell'ambasciatore spagnolo dal viaggio a Bologna e Milano. Ritornato a Roma, vi stette fino alla proclamazione della Repubblica romana e alla partenza del papa; poi segui l'Azara a Parigi, dove era stato nominato ambasciatore. Qui strinse amicizia col musicologo J. Chr. Grainville, che aveva cominciato a tradurre i suoi studi sulla musica antica, le Lettere musico-filologiche Del ritmo sonoro e del ritmo muto presso gli antichi. Ma la morte, sopravvenuta dopo pochi mesi di permanenza nella capitale francese, lasciò incompiuta questa terminale produzione filologica dell'A. (edita da M. Batllori, Madrid 1944).
Morì infatti a Parigi il 30 sett. 1799.