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domenica 3 luglio 2016

ALBERTI, Matteo




. - Architetto, nato a Venezia, da Francesco, intorno al 1660, morto a Düsseldorf nel 1716.
Di famiglia cittadinesca veneta, imparentata agli Alberti di Firenze, fu uno dei maggiori ingegneri idraulici del Magistrato alle acque di Venezia. La fonte principale per la conoscenza della sua personalità è costituita da un manoscritto di G. M. Raparini (Le portrait du vrai mérite dans la personne ser. de monseigneur l'électeur palatin,1709, riprodotto per estratto dal Dobisch), che è ora conservato nella Landesbibliothek di Düsseldorf. L'A. studiò a Parigi e subì in particolare l'influsso delle opere architettoniche di Levau e Hardouin-Mansart. Come ingegnere lagunare e lidense, si occupò d'otturazioni di canali e contrastò efficacemente, nel 1672, con altri periti, un progetto inteso ad eliminare presunti pericoli di scoli nell'estuario, con danno al retroterra mestrino. Nel 1687 concepì "una gran palificata" protettiva sopra la spiaggia di Malamocco, come pure un generale prolungamento e rafforzamento dei murazzi preesistenti a tutela del litorale. L'A. è autore di Giuochi festivi e militari espressi con le sue figure (Venezia 1686); ma va, soprattutto, ricordato per un 'importante Dimostrazione scenografica et ortografica de' ripari che si fanno sopra i liti del mare all'uso di Venetia e d'Olanda,riccamente illustrata e dedicata "a' savî ed esecutori all'acque" (11 dic. 1692). La Dimostratione fu lodata, tra gli altri, da V. Coronelli, che chiama l'A. "erudito nostro collega de' molti viaggi".
Membro eminente (dal 1715) della Accademia degli Argonauti del Coronelli, l'A. ne raccolse a stampa le pubbliche lezioni in un volume dedicato all' imperatore Leopoldo I (Epitome cosmografica, Colonia 1693). Il Gasperi attesta d'aver anche veduto a Bonn, nel 1752, nella residenza dell'elettore di Colonia, due "bellissimi globi" da lui costruiti.
Dal 1691 al 1716 circa, l'A. fu al servizio dell'elettore palatino Giovanni Guglielmo, come soprintendente alle fortezze e alle costruzioni civili nel ducato di Berg e nel Palatinato. Tale importante carica gli fu probabilmente procurata dal fratello Antonio, confessore della principessa Anna Maria Luisa de' Medici, elettrice palatina. Per l'elettore Giovanni Guglielmo l'A. lavorò a progetti ideali per una residenza, da costruirsi a Heidelberg o a Düsseldorf. Un disegno prospettico di questo piano grandioso si conserva, con altri disegni di fortezze fatti dall'A., nel museo storico di Düsseldorf. Per incarico dell'abate Stefani l'A. lavorò a un progetto (ora perduto) per la chiesa di S. Clemente in Hannover. L'A. non realizzò veramente se non il progetto per il castello di Bensberg (tra Colonia e Düsseldorf), ideato verso il 1700 e costruito tra il 1700 e il 1716. Questo grandioso edificio è, evidentemente, ispirato a Versailles, come rivela l'andamento rigorosamente simmetrico della pianta, mentre d'altra parte il trattamento degli spazi e i particolari vigorosamente barocchi richiamano le forme diffuse in Italia sin dal sec. XVI. Particolarmente felice è l'inserimento del complesso nel paesaggio. Un modello dell'edificio, eseguito da Aloysius Bartoly sotto la direzione dell'A., si trova ancora nel castello stesso. Altra opera dell'A. è la chiesa delle orsoline a Colonia (1709-12), con grandiosa facciata fiancheggiata da due torri, e notevole interno. Sembra inoltre che l'A. abbia preso parte alla ricostruzione del castello di Düsseldorf.
Fonti e Bibl.: G. P. Gasperi, Note ined. nel Cod. Cicogna 519 (= 3525) del Museo Correr di Venezia, p. 8; A. L. Romanò,Prospetto delle conseguenze derivate alle lagune veneziane dopo la diversione dei fiumi, I, Venezia 1815, pp. 332, 339, 356, passim; E. A. Cicogna, Delle Inscrizioni Veneziane..., III, Venezia 1830, pp. 164-165; P. Riccardi, Biblioteca matematica italiana, I, Modena 1870, col. 18; P. Clemen, Per Düsseldorfer Schlossplan des Grafen M. Albeeti, in Beiträge zur Geschichte des Niederrheins, V (1902), p. 66 ss.; H. Weidner, Die Schlossbauten des Kurfürsten Yohann Wilhelm von der Pfalz und der westdeutsche Schlossbau um 1700, Köln 1924; Id., Das Modell des Bensberger Schlosses, in Jahrb. des Kölnischen Geschichtsvereins (1927), p. 97; A. Nöldecke, Kunstdenkmäler der Provinz Hannover, Stadt Hannover, Hannover 1932, p. 181; W. Dobisch, Das neue Schloss zu Bensberg, in Rheinischer Verein für Denkmalspflege und Heimatschutz, XXXI (1938), pp. 15 ss.; L'opera del genio italiano all'estero, F. Hermanin, Gli artisti italiani in Germania, Roma 1934, I, pp. XIX, 100-102, 153; F. Marzolo-A. Ghetti, Fiumi, lagune e bonifiche veneziane: guida bibl., Padova 1949, p. 11; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lex. der bildenden Künstler, I, p. 212.

PASQUINI, Giovanni Claudio





. – Nacque a Siena nel 1695. Nella natia Siena il giovane Pasquini fu socio, come Disperato, dell’Accademia dei Rozzi (così lo designa un esemplare della Lite fra la suocera e la nuora, s.d., oggi alla Biblioteca del Conservatorio di Napoli); figura invece come Desertato nella raccolta manoscritta di suoi componimenti alla Biblioteca comunale degli Intronati di Siena (BCI H.XI.30). In seno a essa produsse componimenti celebrativi per occasioni solenni, comparsi subito a stampa: Il trionfo d’Apollo sopra il Pitone (1719), in onore di Violante Beatrice di Baviera, eseguita con musica di Franco Franchini durante una mascherata con un «carro con numero cinquanta musici»; la cantata a due voci Malta e Siena (1722), musica di Girolamo Chiti, in morte di Marc’Antonio Zondadari gran maestro dell’ordine di Malta. Per i Rozzi scrisse anche il primo lavoro drammatico comico: l’intermezzo in musica La lite fra la suocera e la nuora (1721), «farsetta a due voci servita di contrascene alla commedia del Bassa in fuga recitata dagli Accademici Rozzi», poi nella Biblioteca teatrale italiana (Lucca 1762).
Entro la primavera del 1722 (cfr. la lettera del 13 giugno 1722 a Domenico Valentini: Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI I.XI.44) si trasferì a Roma, dove fu segretario di Nicolò Coscia (cardinale dal 1725), stretto collaboratore del cardinale Orsini (papa Benedetto XIII nel 1724). Lì lo ritrasse il 26 gennaio 1725, qualificandolo come abate, Pier Leone Ghezzi (cfr. Rostirolla, 2001). Entrato in conflitto con il potentissimo prelato, e giudicando compromessa ogni prospettiva romana, grazie a conoscenze influenti ottenne un incarico alla corte di Vienna, alla cui volta partì il 16 giugno 1725 (così annota il Ghezzi in calce alla caricatura).
La nomina alla corte imperiale (con stipendio annuo di 800 fiorini), dove Pasquini fu incaricato dell’insegnamento della lingua italiana alle arciduchesse Maria Teresa e Maria Anna, rappresentò una svolta decisiva. Affiliato all’Arcadia come Trigenio Migontidio, a Vienna conobbe Apostolo Zeno, che ne patrocinò gli esordi, attribuendosi il merito d’aver iniziato alle scene un «giovane di talento» privo di «pratica alcuna del teatro» (Zeno, II, 1752, pp. 394 s., 416) e offrendosi come modello di scrittura drammatica.
Con il sostegno di Zeno (poi mancato: un’«ingratitudine che mise scandalo» a carico di Pasquini è denunciata da un parziale biografo zeniano: Epistolario scelto, 1829, p. XII) e l’apprezzamento del ‘direttore della musica’ conte Ferdinand von Lamberg, Pasquini sostituì nella produzione dei testi encomiastici Pietro Pariati, alla cui morte (1733) fu promosso a poeta di corte, con stipendio di 1000 fiorini; nel 1739 fu infine nominato, a 1550 fiorini, poeta cesareo, titolo attribuitogli dai registri contabili dall’inizio del 1740 al 31 marzo 1742.
Per la corte imperiale Pasquini lavorò per tre lustri a ritmi sostenutissimi, fornendo non meno di 67 testi di vario taglio tra il 1726 e il 1740. Se non mancano lavori impegnativi dall’articolazione in più atti, in gran parte si tratta di ‘feste’ o ‘servizi di camera’, componimenti intermedi tra la cantata da camera e l’opera, in un atto, da due a cinque voci, eventualmente con piccolo coro (cfr. Bennett, 2007, pp. 50 s.; Hansell ne conta complessivamente una trentina; 1992, p. 903), i cui soggetti pescano dalla storia antica o dal mito vicende esemplari delle virtù asburgiche (cfr. Fritz-Hilscher, 2013, pp. 13, 15). Numerose le pastorali (l’Ecloga pastorale risuonò per il genetliaco del «Principe Esterhasi», musica di Francesco Maggiore, a Eisenstadt nel 1755). Tra il 1731 e il 1737 Pasquini compose spesso non meno di sei lavori all’anno, a celebrare, generalmente nella Hofburg o nelle residenze suburbane della Nuova Favorita o di Laxenburg, accanto al carnevale e alla quaresima, le ricorrenze del calendario dinastico (compleanni e onomastici degli imperatori e delle arciduchesse).
Il debutto avvenne presumibilmente con la cantata Il giorno natalizio di Giove (musica di Giuseppe Porsile), eseguita il 15 febbraio 1726 nel genetliaco di Luigi XV nel palazzo dell’ambasciatore francese, duca di Richelieu. Nel 1727 Pasquini vi ritornò con la cantata Il sogno e il servizio da camera Clizia e Psiche, quest’ultimo con musica di Francesco Conti. Per l’ambasciatore spagnolo, Michel-Joseph duca di Bournonville, scrisse la festa Corona d’Imeneo (1728, musica di Caldara), in occasione delle doppie nozze tra Spagna e Portogallo (Bennett, 2007). Il 21 febbraio 1726 debuttò a teatro con il dramma per musica Spartaco (musica di Porsile, interpretato da Faustina Bordoni; Zeno vantava la paternità dell’«intero scenario», cfr. Zeno, II, 1752, p. 416). Al 6 febbraio 1727 risale il debutto in ambito comico, con l’«opera serioridicola per musica» Don Chisciotte in corte della duchessa, musica di Caldara.
A Vienna fu intensa la collaborazione con i compositori attivi alla corte imperiale: Porsile (un dramma e una festa: non si tiene qui conto dei componimenti da camera), Caldara (tre commedie, due atti d’un dramma coi suoi intermezzi, tre feste), Ignazio Maria Conti (debuttò con un testo di Pasquini, di cui intonò anche due feste e due oratorii), Georg Reutter jr (con Pasquini, suo principale collaboratore letterario, debuttò e scrisse sei feste teatrali, due oratori e un atto d’un dramma), Giuseppe Bonno (debutto, molti componimenti minori e un oratorio), Maximilian Joseph Hellmann (Pasquini è autore di tutte e cinque le sue composizioni vocali), Johann Joseph Fux (un solo, ma fortunato oratorio: La deposizione dalla croce di Gesù Cristo Salvator Nostro).
A Vienna strinse amicizia con il Metastasio: il nutrito scambio epistolare corre dal 1744 alla morte di Pasquini, che il poeta cesareo definì «uomo amabile per l’ottimo fondo del suo carattere, distinto per il suo talento», benché caratterizzato da «estri irregolari, che variavano bensì talvolta, ma non peggioravano il suo carattere» (Tutte le opere di Metastasio, IV, 1954, p. 331). Da Dresda nel 1748 Pasquini funse da intermediario con l’editore Walter per la progettata, ma mai realizzata, pubblicazione d’una nuova edizione ampliata, delle opere del poeta cesareo (ibid., III, 1951, pp. 334-353). Nel 1749 Pasquini si adoperò presso la corte sassone per assicurare al Metastasio il godimento della percettoria di Cosenza (ibid., pp. 381-389).
Alla morte di Carlo VI Pasquini passò, plausibilmente entro la fine del 1741, a Mannheim. Il 13 ottobre 1740 Carlo Filippo Teodoro elettore di Baviera gli aveva concesso il titolo di Cavaliere del Sacro Romano Impero (Diploma palatino, Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI C.X.23). Nel gennaio 1742 scrisse per l’evento dinastico cruciale delle doppie nozze tra il principe ereditario Carlo Teodoro e la cugina Elisabetta Augusta, e tra la sorella Maria Anna e il duca Clemente Francesco di Baviera, il dramma per musica Meride che inaugurò il nuovo teatro di Alessandro Galli Bibiena, musica di Carlo Pietragrua, che quello stesso venerdì santo intonò l’oratorio Il figliuol prodigo.
La scomparsa di Stefano Benedetto Pallavicino, il 16 aprile 1742, spianò la strada alla nomina a poeta della corte reale ed elettorale di Dresda, dove Pasquini riprese la produzione nei generi più vari già sperimentati a Vienna. Nominato consigliere di delegazione (Legationsrath), al maestro di cappella Johann Adolf Hasse offrì i testi di due oratorii (La deposizione dalla croce di Gesù Cristo Salvador Nostro, 1744; e La caduta di Gerico, 1745: andrà respinta la retrodatazione al 1743, quando fu eseguito un oratorio diverso, cfr. Kamieński, 1912, pp. 149 s.; Koch, 1989, I, p. 57; Poppe, 2000, p. 275) e tre drammi, tra cui i due titoli più fortunati della produzione teatrale pasquiniana. Innanzitutto l’Arminio, scritto dal 1744, rappresentato il 7 ottobre 1745 a Dresda, ripreso entro il 1761 a Wolfenbüttel, Vienna, Dresda e Varsavia, e portato nel 1747 a Berlino da Federico II di Prussia, sebbene proprio il re di Prussia fosse il bersaglio dell’allegoria politica sottesa all’opera. Il 14 giugno 1747 La spartana generosa ovvero Archidamia celebrò le doppie nozze del principe ereditario Federico Cristiano con la sorella dell’elettore di Baviera, Maria Antonia Walpurgis, e della sorella di Federico Cristiano, Maria Anna, con l’elettore di Baviera medesimo, Massimiliano III Giuseppe. Infine, il 7 ottobre 1747 andò in scena, nella palazzina di caccia di Hubertusburg, la «favola pastorale» Leucippo, fra «le ultime propaggini della favola pastorale» (Natali, 1973, p. 837) e forse il lavoro drammatico più fortunato di Pasquini, visto entro il 1765 a Venezia, Dresda, Vienna, Mannheim, Praga, Salisburgo, Bratislava, Londra, Berlino e Brunswick.
Pasquini collaborò anche con Giovanni Alberto Ristori per la serenata La liberalità di Numa Pompilio e la festa Diana vendicata (Varsavia, 1746), le feste di camera Trajano (Dresda, 1746), Amore insuperabile (Dresda, 1747: per le nozze del delfino di Francia con Maria Josepha di Sassonia nel palazzo del duca di Richelieu, vecchia conoscenza viennese di Pasquini) e I lamenti di Orfeo (Dresda, gennaio 1749, accolto «avec un succès et un applaudissement universel»; cfr. Mengelberg, 1916, p. 12): una produzione nata attorno alla principessa Maria Antonia, nei confronti della quale Pasquini funse da tramite anche con il Metastasio.
A Dresda Pasquini rielaborò con ogni evidenza L’asilo d’amore (cfr. Mellace, 2011) e in quanto poeta teatrale curò l’allestimento di diversi drammi metastasiani con musica di Hasse: nel 1748 il Demofoonte richiese, per l’aspra rivalità tra le due prime donne, Faustina Bordoni e Regina Mingotti, l’intervento epistolare del poeta cesareo da Vienna (cfr.Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 337-346).
Nell’attività di Pasquini si nota la non comune, disinvolta consuetudine nel riprendere temi e testi già sperimentati. Avviene così, per esempio, per la festa teatrale Archidamia (Reutter jr, Vienna 1727), trasformata in serenata (La generosa Spartana, Bonno, Vienna 1740) e in dramma per musica (La spartana generosa ovvero Archidamia, Dresda 1747); la festa di camera La Liberalità di Numa Pompilio (I. M. Conti, Vienna 1735), ripresa a Vienna nel 1739 come Il Natale di Numa Pompilio (Bonno) e a Varsavia nel 1746 (Ristori); l’oratorio Il figliuol prodigo (I. M. Conti, Vienna 1735), poi a Mannheim (Pietragrua, 1742) e a Dresda (Johann Georg Schürer, 1747); La deposizione dalla croce (Fux, Vienna 1728; ripreso, anche con musica diversa, a Brno, Mannheim, Dresda e Vienna), riproposto a Hasse a Dresda nel 1744, in una veste profondamente trasformata, sotto l’influsso della Passione metastasiana (poi ancora a Dresda, Firenze, Venezia e Roma).
Significativa è l’influenza delle scelte tematiche pasquiniane, anche sullo stesso Metastasio: la festa di cameraScipione Africano il Maggiore (1730 e 1735) anticipa il Sogno di Scipione (1735), la festa teatrale Zenobia (1732) l’omonimo dramma per musica (1737; cfr. Fritz-Hilscher, 2013, pp. 13 s.).
Maturata già nella primavera 1749 la decisione di lasciare Dresda per ritirarsi dalla vita pubblica e dedicarsi alla devozione (cfr. Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 388, 426), nel settembre Pasquini fu congedato su sua istanza con un vitalizio di 200 talleri. Transitando brevemente per Vienna nell’ottobre (p. 426), fece ritorno a Siena. Della decisione di rinunciare al servizio a corte si pentì prestissimo: in condizioni economiche precarie, già dal gennaio 1750 chiese l’aiuto del Metastasio, che s’impegnò assiduamente fino alla morte del collega nel perorarne la causa a Vienna, Firenze e Dresda, ottenendo un primo beneficio nel 1751 e un secondo nel 1753 (pp. 388, 399 s., 451, 477 s., 502 s., 531, 561, 598, 630 s., 647, 792 s., 795, 806, 837 s., 844, 856, 875 s., 1156 s.; ibid., IV, 1954, pp. 17 s., 303 s., 329 s.).
A Siena, Pasquini promosse la poetessa Livia Accarigi, pubblicò la festa teatrale La gara del genio con Giunone (1751) per la nascita dell’erede maschio degli elettori sassoni e scrisse il Dialogo del merito e dell’umiltà (1761). Realizzando un’idea accarezzata da alcuni anni (cfr. Algarotti, 1794, pp. 133, 135-137), nel 1751 pubblicò ad Arezzo il volume I delleOpere, raccolta di dieci titoli, viennesi ma soprattutto dresdensi, dedicati al primo ministro Heinrich von Brühl, cui è indirizzata la Canzone pindarica d’apertura.
L’antiporta, disegnata da Giuseppe Galli Bibiena e incisa da Carlo Gregori, esibisce l’integrazione del poeta nel tessuto culturale cittadino, indicandone l’appartenenza a tre accademie locali, gli Intronati, gli Apatisti e i Rozzi (proprio nel 1751 Pasquini tenne la carica di arcirozzo). Moreni (1835) cita un tomo II delle opere, rimasto manoscritto così come un terzo (Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI I.XI.44 e BCI H.XI.30-32), comprendente una Vita dell’abate Giovanni Claudio Pasquini poeta cesareo senese scritta da se stesso in ottava rima in tre canti, conclusa con i «primi viaggi in Germania».
Già dagli anni giovanili erano riconosciute a Pasquini quelle solide doti di «improvvisatore e poeta giocoso» (Natali, 1973, p. 778) cui alludono sia Ghezzi («bravo poeta faceto»; cfr. Rostirolla, 2001, p. 126) sia Zeno («giovane di talento, buon poeta, massimamente nello stile familiare e giocoso», cui «non manc[a] il verso»: Zeno, 1752, II, pp. 394, 416). Moreni (1835) lo definisce «fecondo di pensieri, facile nell’invenzione, felice di espressione, gustoso di stile, vivace, bizzarro e focoso». Il Metastasio, a proposito della Spartana generosa, temperava gli elogi per il poeta («Ne ho ritrovati i versi fluidi e numerosi, lo stile ornato e poetico quanto conviene al genere drammatico […] le ariette sono tutte armoniose e felici») con le riserve sul drammaturgo («avrei desiderato maggior moto in tutta l’opera vostra, o, per ispiegarmi più acconciamente, meglio stabiliti i principii di que’ moti che vi siete proposto d’introdurvi. Non possono prendere gli spettatori tutta la parte che voi vorreste nelle agitazioni delle persone rappresentate, perché non le avete per tempo rese loro odiose o care abbastanza», Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 311 s.); il giudizio, più positivo, è capovolto per il Leucippo, dove si censura lo stile, «talvolta troppo dimesso» (ibid., p. 333), mentre Algarotti non aveva lesinato elogi: «qual dolcezza e qual fluidità di versificazione! […] Quale ingenuità ne’ caratteri, come appunto conviene nel genere pastorale; qual forza d’affetti, qual sospension nell’intreccio, qual felicità nello scioglimento! Le ariette poi sono maravigliose e suscettibili della musica più bella e più varia» (1794, p. 134). Andrà riconosciuta a Pasquini una felice assimilazione dei modelli viennesi Zeno e Metastasio, e l’influenza della pratica dei componimenti encomiastici (cfr. Mücke, 2003, pp. 134).
Significativo il rapporto intrattenuto con la letteratura secentesca d’autore nella commedia musicale con i tre lavori realizzati per Caldara nel 1727-33. Da un lato il rifacimento del Misanthrope di Molière negli esilaranti Disingannati, debitori della Dirindina del conterraneo Girolamo Gigli (nell’avvertenza Pasquini dichiara d’aver «voluto provar se mi riusciva di farne un componimento che serbasse il gusto della commedia, e si adattasse intanto a ciò che richiede la teatral poesia», anche tramite «caratteri di nuovo introdotti ed un diverso filo di quel di Molière»). Prima ancora Pasquini aveva dato alla luce il Don Chisciotte in corte della duchessa (seguito da Sancio Pansa governatore dell’isola Barattaria), che influenzò il Don Chisciotte della Mancia di Giovanni Battista Lorenzi per Paisiello (1769; cfr. Natali, 1973, p. 829; Fido, 2000, p. 247) e fu a lungo pubblicato erroneamente come opera di Zeno (cfr. Pini Moro, 1992, pp. 263 s.); nell’argomento Pasquini dichiarava d’aver «procurato […] di stare attaccato più che gli è stato possibile alla vezzosa idea dell’ingegnosissimo autore spagnolo […] L’invenzione ha puramente lavorato sull’intreccio degli amori, e questi per altro sono come tante linee tirate a finire in un punto, essendo condotti in maniera che, nonostante la passione, abbia luogo negli amanti una certa spezie di puntiglioso donchisciottismo». Del suo modello comico Gigli, Pasquini allestì alla corte di Vienna La moglie giudice e parte, ovvero Il ser Lapo (cfr. De Angelis, 1824, p. 325), testimonianza d’un rapporto con la patria evidente anche nella corrispondenza con Jacopo Nelli. Nel 1760 l’eccentrica e irriverente Culeideuscì attribuita a Gigli tra le Poesie di eccellenti autori toscani ora per la prima volta date alla luce per far rider le brigate, per essere ristampata postuma (1786) come opera di Pasquini.
Nel 1754 Pasquini intraprese l’attività di predicatore (cfr. Tutte le opere di Metastasio, III, 1951, pp. 925, 945). Nel 1755 perdette la vista (ibid., pp. 982, 1088). Nel febbraio 1758 ottenne la nomina a vicerettore degli Studi di Siena (ibid., IV, 1954, p. 40). Della responsabilità di cinque pronipoti, a seguito della scomparsa d’un nipote, scriveva il 7 novembre 1763 al Metastasio, che ancora il 26 novembre si adoperava per lui presso la corte di Dresda, forse per ripristinare la pensione già goduta: la decisione del principe elettore a favore di Pasquini intervenne tuttavia tardivamente, pochi giorni dopo il decesso del poeta (ibid., pp. 325 s.).
Morì improvvisamente a Siena nel novembre (dopo il 7) 1763.
Fonti e Bibl.: Siena, Biblioteca comunale degli Intronati, BCI C.X.23: Diploma palatino (Mannheim 1740); BCI C.X.16, BCI D.VI.10, BCI D.VI.11 e BCI D.VI.12: Miscellanea di lettere inviate a Pasquini; BCI I.XI.44 e BCI H.XI.30-32: opere varie (tra cui alcune epistole in versi di Pasquini); Opere del signor abate G. C. P., I, Arezzo 1751; A. Zeno, Lettere, II, Venezia 1752, pp. 394 s., 416; F.A. Zaccaria, Storia letteraria d’Italia, III, Venezia 1752, p. 561; VII, Modena 1755, p. 125; Poesie di eccellenti autori toscani ora per la prima volta date alla luce per far rider le brigate, Gelopoli 1760 (alle pp. 37-52 La culeide, qui attribuita a Gigli); O. Diodati, Biblioteca teatrale italiana scelta e disposta da Ottaviano Diodati, Lucca 1762 (include La lite fra la suocera e la nuora, t. II, e Don Chisciotte in corte della duchessa, t. IV); Raccolta di poesie toscane. La culeide del sig. abate Pasquini…, Londra [ma Toscana] 1786, pp. 1-28; F. Algarotti, Opere del Conte Algarotti, IX, Venezia 1794, pp. 119 s., 129-139, 173 s.; L. De Angelis, Biografia degli scrittori sanesi, Siena 1824, p. 325; Epistolario scelto di Apostolo Zeno veneziano, a cura di Bartolomeo Gamba, Venezia 1829, pp. XI s.; D. Moreni, Bibliografia storico-ragionata della Toscana, II, Firenze 1835, p. 158; La Biblioteca pubblica di Siena disposta secondo le materie, VI, Siena 1847, p. 590 s.; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des Theaters am Hofe zu Dresden, II, Dresden 1862, pp. 239-242, 245, 247, 255, 274, 296; Maurice, comte de Saxe et Marie-Josèphe de Saxe, dauphine de France, a cura di C.-F. Vitzthum d’Eckstaedt, Leipzig 1867, pp. 241 s.; L. Köchel, Johann Joseph Fux. Hofcompositor und Hofkapell-meister der Kaiser Leopold I., Josef I. und Karl VI. von 1698 bis 1740, Wien 1872, pp. 189 s., 543-558, 568; C. Mennicke, Hasse und die Brüder Graun als Symphoniker, Leipzig 1906, pp. 390, 393-396, 497, 501; Ł. Kamieński, Die Oratorien von Johann Adolf Hasse, Leipzig 1912, ad ind.; C.R. Mengelberg, Giovanni Alberto Ristori, Leipzig 1916, pp. 12, 16, 78 s., 144; C. Schmidl, Supplemento al Dizionario universale dei musicisti, Milano 1938, pp. 595 s.; Tutte le opere di Pietro Metastasio, a cura di B. Brunelli, III-V, 1951-1954, ad ind.; F. Hadamowsky, Barocktheater am Wiener Kaiserhof. Mit einem Spielplan (1625-1740), Wien 1955, pp. 107-115; R. Gerber, introduzione a J.A. Hasse: Arminio, a cura del medesimo, Mainz 1957, s. n. di p.; J. Lawson, G. C. P., in Enciclopedia dello spettacolo, VII, Roma 1960, coll. 1728-1731; A. Liberati, Accademia dei Rozzi in Siena: ricordi e memorie, Siena 1966, p. 12; La Musica. Dizionario, II, Torino 1971, p. 576; G. Natali, Il Settecento, II, Milano 1973, ad ind.; G.C. Pasquini, Spartaco, in Italian opera librettos, IX, New York 1978; H.M. Brown, introduzione a G. 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Spáčilová, Hudba na dvoře olomouckého biskupa Schrattenbacha (1711-1738), diss., Università di Brno, 2006, pp. 80, 130, 145 s., 181; L. Bennett, Musical celebrations of the 1720s in the Viennese palaces of the French and Spanish ambassadors, in Studien zur Musikwissenschaft, LIII (2007), pp. 35-60; A. Żórawska-Witkowska, Giovanni Alberto Ristori and his serenate at the Polish court of August III, 1735-1746, in Music as social and cultural practice, a cura di M. Bucciarelli - B. Joncus, Woodbridge-Venezia, 2007, pp. 152-155; R. Mellace, Musica e politica. Hasse e la festa teatrale tra Napoli, Dresda e Vienna, in La festa teatrale del Settecento, a cura di A. Colturato - A. Merlotti, Lucca 2011, pp. 116-123; J. Perutková, František Antonín Míča ve službách hraběte Questenberga a italská opera v Jaroměřicích, Praha 2011, pp. 118-127, 490, 533; G.B. Tedesco, Nicolau Nasoni: formação de um pintor e de um artista da arte efémera em Itália (1691-1723), diss., Universidade do Porto, 2011, p. 89; P. Maione, La musica ‘viaggiante’ nelle carte dei ministri napoletani a Dresda nel Settecento, in Studi pergolesiani, 8, Bern 2012, pp. 104, 120-123; E. Fritz-Hilscher, Dynastie - Staat - Identität. Panegyrische topoi in den Opern und componimenti musicali für Karl VI., in The Eighteenth-century Italian opera seria. Metamorphoses of the opera in the imperial age, a cura di P. Macek - J. Perutková, Praha 2013, pp. 13-19; R. Mellace, «Al canto, al ballo, all’ombre, al prato adorno». Derive pastorali del melodramma tra Sei e Settecento, inLa tradizione della favola pastorale in Italia. Modelli e percorsi, a cura di A. Beniscelli - M. Chiarla - S. Morando, Bologna 2013, p. 524; R.D. Schmidt-Hensel, Hasses Opern auf Friedrichs Bühne, in Johann Adolf Hasse. Tradition, Rezeption, Gegenwart, a cura di W. Hochstein, Stuttgart 2013, pp. 58-64.

FABRI, Francesco Saverio




. - Nacque a Medicina (Bologna) l'11 genn. 1761 da Giovanni Battista, esponente di una famiglia notabile e membro del Consiglio comunale, e da Antonia Capuzzi di Lugo. Dopo avere compiuto i primi studi nel paese natale frequentò i corsi di disegno e di architettura presso l'Accademia Clementina di Bologna sotto la direzione, nei diversi anni di iscrizione, degli architetti F. Tadolini, P. Fancelli, G. Jarmorini e del medicinese A. Venturoli, esponenti e divulgatori - soprattutto il Tadolini e il Venturoli - di quel classicismo moderato neocinquecentesco introdotto e diffuso, a Bologna, da F. Algarotti, M. Tesi e C. Bianconi.
Durante gli anni di frequenza all'Accademia Clementina, dal 1782 al 1788, il F. ottenne diversi riconoscimenti nella sezione di architettura: nel 1782, '83, '84 ricevette il premio di frequenza Fiori con i disegni Pantheon a pianta centrale,Mausoleo di generale Progetto di palazzo. Negli anni 1783 e 1788 risulta vincitore del premio Marsigli-Aldrovandi nella prima classe di architettura con gli elaborati Facciata di magnifico teatro Dogana di mare.
Già dal 1784 il F. esercitò l'attività di architetto; risale infatti a questa data la prima commissione, documentata, che egli progettò e realizzò: si tratta dell'altare della Compagnia della Buona Morte nella chiesa della Confraternita dell'Assunta (o del Crocifisso) di Medicina, opera che il F. portò a termine nel 1788 con la collaborazione, per la decorazione plastica, dello scultore L. Acquisti. Ancora in collaborazione con l'Acquisti il F. progettò ed eresse a Medicina il nuovo palazzo Prandi (1785-1792; Rimondini-Samoggia, 1979) e nel 1785 avviò la costruzione del nuovo ospedale di S. Maria del Suffragio, edificio che rimase incompiuto alle fondamenta e i cui disegni sono ancora conservati presso l'archivio storico dell'ospedale di Medicina.
Contemporaneamente alle opere medicinesi il F. svolse lavori, non documentati (cfr. lettera del F. del 1788 a D. A. Prandi, in Rimondini-Samoggia, 1979, p. 109), per la famiglia Tanari di Bologna, compì viaggi ed attese alla compilazione di un trattato di matematica e fisica, corredato di incisioni, sulla scorta del testo di B. Forest de Belidor (ibid., pp. 82, 104, 165). Per la preparazione artistica e la tecnica raggiunta, nel 1789 fu proposto per la nomina di "accademico del numero" dell'Accademia Clementina di Bologna, ma nel frattempo a causa dei frequenti viaggi compiuti, soprattutto a Roma, cominciò a realizzare 'Progetti fuori Bologna e fuori patria. Il 1° nov. 1790 giunse a Tavira, in Portogallo, dove il vescovo di Faro Francisco Gomes do Avelar, che oltre a reggere la diocesi dell'Algarve ne assolveva anche la funzione di governatore civile, l'aveva chiamato perché lo coadiuvasse, in qualità di architetto, in un piano di ricostruzione delle chiese della regione gravemente danneggiate o abbattute dal terremoto del 1755 e nella progettazione di nuovi edifici pubblici. La scelta del F. da parte del vescovo Gomes do Avelar potrebbe essere stata motivata sia dal possibile incontro tra i due personaggi a Roma, dove il Gomes, della Congregazione degli oratoriani, soggiornò per diverso tempo fino al 1788, sia tramite l'oratoriano padre Careno, il quale servì, dal 1788 in poi, da agente del vescovo a Roma per segnalargli tecnici e artisti italiani disposti a trasferirsi in Portogallo (Volkmar Machado, 1823; Cabrita, 1940).
La maggior parte degli interventi del F. sugli edifici ecclesiastici dell'Algarve è sicuramente di restauro e di conservazione, secondo il criterio di rispetto delle preesistenze storiche suggerito dallo stesso vescovo (Oliveira, 1902; Cabrita, 1940), come attestano i caratteri degli edifici sui quali l'architetto operò: la cattedrale di Faro, le chiese parrocchiali di Cacela, Albufeira, Aljezur, São Braz de Alportel, Lagoa, São Martinho de Estoi, São Luis di Faro (Cabrita, 1940). Nella chiesa di S. Maria di Tavira invece il F. intervenne con un progetto radicale di ristrutturazione (1793-95 c.), che conferì alla chiesa un carattere neopalladiano secondo la tradizione accademica bolognese. Il F. mostrò comunque profondo rispetto storico mantenendo il portale ogivale che è sormontato da un timpano mistilineo barocco (Rimondini-Samoggia, 1979).
I maggiori interventi nell'architettura civile furono attuati dal F. nella città di Faro dove, con la facciata esterna dell'Arco da Vila (antica porta araba) e l'ospedale da Misericordia, creò una nuova piazza, esterna alle antiche mura arabe, affacciata sulla laguna. Oltre ad altri edifici, quali il seminario di Faro - di fronte alla cattedrale - e lo stabilimento delle terme di Monchique (non più visibile), il F. progettò per il vescovo-governatore un porto franco e un arsenale per la città di Faro: opere non realizzate di cui restano soltanto i disegni (Cabrita, 1940).
Il periodo 1790-94 rappresentò per il F. un eccezionale banco di prova che gli permise, sempre grazie all'azione del Gomes do Avelar, di farsi conoscere ed apprezzare anche nella capitale portoghese, ove il vescovo dell'Algarve godeva stima e amichevoli rapporti con la corte (J. B. Silva Lopez, Memorias para a historia eclesiastica do bispado do Algarve, Lisboa 1848, pp. 270 ss.).
Dal 1794 il F. fu stabilmente a Lisbona presso il conte de Obidos, dove ricoprì la carica di architetto delle opere pubbliche e insegnante di disegno di un figlio del marchese de Abrantes. Nell'anno 1795 fu incaricato da A. J. de Vasconcellos e Sousa marchese de Castelo Melhor di progettare la integrale ristrutturazione del proprio palazzo e annessa chiesa, posti tra il passeio (oggi praça dos Restauradores) e la salita da Gloria nel centro della nuova Lisbona pombalina.
L'edificio, di cui si conservano diversi disegni presso il Museo nacional de arte antiga di Lisbona, presenta due identiche fronti a timpano poste alle estremità del corpo longitudinale: una costituisce l'ingresso nobile del palazzo, l'altra fungeva da facciata alla annessa chiesa. Nel tardo Ottocento, per volontà del marchese A. J. da Foz (da cui l'attuale nome del palazzo, ora sede della segreteria di Stato per l'Informazione e il Turismo), furono apportate modifiche interne e fu costruita una mansarda sopra la cornice che travisa la sobria ed elegante linea architettonica orizzontale e mortifica la raffinatezza degli elementi decorativi marmorei di sapore accademico bolognese (Rimondini-Samoggia, 1979).
Contemporaneamente ai lavori del palazzo Castelo Melhor il F., nella sua qualità di architetto delle opere pubbliche, progettò e diresse i lavori per il nuovo cimitero di Campo de Ourique, la dogana - presso il forte da junqueira - e lo stabilimento della Corderia. Di queste costruzioni oggi non resta pressoché nulla che possa riferirsi ai lavori dell'architetto. Nel 1797 gli furono affidati i lavori di progettazione e direzione esecutiva della costruzione del.l'ospedale della marina reale (oggi ancora funzionante come ospedale della marina). Le opere, che si protrassero fino ai primi anni dell'Ottocento, imposero al F. di conciliare diverse esigenze: dignità architettonica, rispetto urbanistico (facciata su una piazza dell'antica Lisbona in forte pendenza) e complesse strutture funzionali, che egli affrontò e risolse coniugando l'esperienza operativa, acquisita in Portogallo, con elementi tecnici ed estetici maturati in Italia, il tutto tradotto in un linguaggio di classica razionalità (ibid.).
Degno di nota è anche il grande interesse che il F. pose negli scavi e nei rilievi del teatro romano rinvenuto al centro della vecchia Lisbona nel 1798: egli non solo adottò provvedimenti di tutela e conservazione, ma auspicò presso la corte interventi sistematici di scavo e di studio, proponendo inoltre la pubblicazione di relazioni scientifiche e disegni da lui stesso eseguiti (gli elaborati e i rilievi furono pubblicati solo nel 1815, a cura dell'Accademia delle scienze di Lisbona in L. A. de Azevedo, Dissertação, Lisboa 1815, p. 46). L'affermazione dell'architetto italiano presso la corte è ribadita dalla nomina di "architetto delle opere di Sua Maestà" conferita al F. nel 1799 quando, in occasione della morte del generale britannico principe C. di Waldeck, il reggente Giovanni VI gli affidò la progettazione e l'esecuzione della tomba monumentale nel cimitero degli Inglesi.
Il monumento - ancora esistente - è costituito da una piramide, recante il medaglione con il ritratto del generale, fiancheggiata da rocchi di colonna sormontati da vasi egizi, improntata ad un gusto di chiara ispirazione piranesiana, alla stessa maniera del disegno (esistente in copia presso l'Academia de belas artes) che il F. eseguì in quel periodo per il conipletamento dell'arco di praça do Comercio di Lisbona (realizzato, con altri disegni di altro autore, decenni più tardi).
A partire dal 1801 al F. venne offerta la possibilità di esprimere al massimo livello la sua professionalità e la sua personalità di architetto. Fu infatti incaricato, insieme con l'architetto portoghese José da Costa Silva (anch'egli formatosi presso l'Accademia Clementina di Bologna, poi diffusore in Portogallo, col F., del neoclassicismo moderato clementino), di esaminare e fornire giudizi sul progetto del nuovo palazzo reale dell'Ajuda che l'architetto Manuel Caetano de Sousa andava lentamente costruendo dal 1795 in attardate forme settecentesche.
Certamente intorno a questa prestigiosa opera - la residenza reale ufficiale dopo la distruzione della città avvenuta con il terremoto del 1755 - all'interno della corte portoghese si animarono discussioni in ordine al carattere estetico conferito al grandioso complesso con conseguente formazione di due posizioni: una a favore del Caetano, l'altra sostenitrice degli innovatori F. e Costa Silva (De Carvalho, L'opera portoghese..., 1979; Id., Os tres…, 1979). Le relazioni critiche di questi due architetti e le loro distinte proposte progettuali di modifica fecero sì che il reggente Giovanni VI affidò loro lo studio e l'esecuzione di nuovi progetti.
La morte del Caetano nel 1802 lasciò definitivamente campo libero al F. e al Costa Silva, i quali furono nominati architetti delle opere reali e incaricati di proseguire, con un nuovo piano unitario, il vasto cantiere partendo dalla facciata secondaria di levante (ora facciata unica e principale). Nel 1804 l'ala orientale della reggia dell'Ajuda era già compiuta nel piano terreno e, in occasione dell'innalzamento delle sei colonne monolitiche, antistanti i tre archi d'ingresso, il F. venne insignito dell'onorificenza della Croce di Cristo da Giovanni VI. Il cantiere dell'Ajuda era ancora in atto il 25 nov. 1807, quando Lisbona fu occupata dai Francesi e la corte si trasferì in Brasile. Il F. tuttavia restò attivo nei lavori e, dal 1812, divenne unico architetto reale del complesso a seguito della partenza del Costa Silva per il Brasile. Sotto la direzione dei F., coadiuvato dal suo assistente Antonio Francisco Rosa, i lavori nel palazzo reale proseguirono con ritmo stentato, anche a motivo della lontananza della corte dal Portogallo, su un terzo dell'area in progetto e limitatamente al settore rivolto verso Lisbona che costituisce l'attuale incompiuto palazzo.
La grandiosa costruzione, anche se non fu mai portata a compimento, influenzò notevolmente per alcuni decenni la produzione architettonica, scenografica e decorativa di Lisbona e più in generale portoghese (ibid.).
Intorno al cantiere dell'Ajuda, sotto la guida del F., si rinnovò nella composizione e nell'indirizzo artistico la Casa del disegno, atelier-scuola dove operavano i collaboratori per i vari settori: architettura, decorazione, pittura. Tra questi si ricordano Manuel Piolti - allievo portoghese del bolognese Giacomo Azzolini - che diresse il settore pittorico-decorativo e scenografico della reggia e un nipote dello stesso F., Francesco Cocchi, chiamato dallo zio a Lisbona nel 1815 per lavorare dapprima come decoratore, in seguito esclusivamente come scenografo teatrale. Gli assistenti e i discepoli del F., A. F. Rosa e Manuel Caetano Gaião, seguirono i praticanti della Casa del disegno; questi stessi architetti proseguirono i lavori dell'Ajuda alla scomparsa del Fabri.
Il F., che nel 1799 aveva sposato Barbara de Sousa Vieira (figlia di un ufficiale di corte), morì improvvisamente a Lisbona il 23 ott. 1817, senza figli, e fu sepolto nella parrocchiale di Santos o velho.
Fonti e Bibl.: Oltre alle fonti citate in Rimondini-Samoggia, 1979, cfr.: C. Volkmar Machado, Collecção de memorias, Lisboa 1823, pp. 229 s.; G. Simoni, Cronistoria del Comune di Medicina, Bologna 1880, p. 469; Id., I monumenti cristiani della Terra di Medicina, II, Medicina 1884, p. 27; F. X. de Ayhade Oliveira, Biografia de DFrancisco Gomes do Avelar, Porto 1902, passim; L. X. Da Costa, O ensino das belas artes nas obras do real palacio da Ajuda, Lisboa 1936, passim; P. J. Cabrita j., DFrancisco Gomes do Avelar, Faro 1940, pp. 41-46; G. de Matos Sequeira, O palacio nacional da Ajuda, Lisboa 1961, p. 18; J. A. França, Una città dell'Illuminismola Lisbona del marchese di Pombal, Roma 1972, pp. 148, 164; G. Rimondini-L. Samoggia, A MedicinaMostra del centro storico e del territorio, in Culta Bononia, V (1973), 2, p. 221; A. M. Matteucci, Esiti bolognesi dell'architettura tardosettecentesca in Portogallo, in Architin Emilia Romagna dall'Illuminismo alla RestaurazioneAtti del convegnoFaenza 1974, Firenze 1977, pp. 131 ss.; E. Riccomini, Vaghezza e furore, Bologna 1977, pp. 145 s.; G. Rimondini-L. Samoggia, F. S. F., Bologna 1979; A. de Carvalho, L'opera portoghese di FSF., ibid., pp. 155-188; Id., Os tres arquitectos da Ajuda, Lisboa 1979; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, XI, p. 166.

BRISIGHELLA EISMANN, Carlo





. - Figlio di Mattia Brisigliella, nacque a Venezia; risultava ancora vivente a Verona nel 1718 (Dal Pozzo) e, anche per questo, non può in alcun modo identificarsi con l'omonimo ferrarese. Il Dal Pozzo lo indica nato a Venezia nel 1679 e, scrivendo egli quando il pittore era ancora vivente nella sua stessa città, questa data, che si è voluto talvolta notevolmente anticipare, sembra almeno approssimativamente attendibile. Secondo le notizie raccolte nel 1738 in un manoscritto di T. Temanza, già appartenente al Moschini, il B. ancora giovane fu adottato dal pittore Jacob Anton Eismann, nativo di Salisburgo (1604), operoso a Venezia dal 1644 (morto ivi 1698).
L'Eismann era pittore di paesaggi, battaglie e marine, genere molto in voga nel Veneto, e la sua operosità si svolgeva parallela (e forse anche in precedenza) a quella di pittori pure provenienti dalle valli alpine, come gli Stoni e i Guardi. Anche il B., che aveva aggiunto al suo nome quello delPEismann, si dedicò allo stesso genere, seguendo il maestro e padre adottivo nei suoi viaggi in Germania e in Italia, anche a Roma; dopo la morte di lui, si stabilì a Verona, dove gli scrittori locali lo ricordano operoso nel dipingere "paesi, prospettive e battaglie terrestri e marittime".
Quattro battaglie a lui attribuite nella Galleria di Dresda sono illustrate dal Posse. Una di queste si trovava registrata già nell'inventario del 1754 sotto il nome di "Eisenmann". Forse è sua la Veduta di un porto, firmata "... isman" nella Villa Nazionale di Stra.
Il B. è stato talora confuso (per es. Thieme-Becker) con il ferrarese Carlo Brisighella.
Fonti e Bibl.: B. Dal Pozzo, Le vite de' pittori... veronesi, Verona 1718, pp. 196 a.; T. Temanza, Zibaldone, a cura di N. Ivanoff, Venezia-Roma 1963, p. 55; P. Zani, Enciclopedia metodica... delle Belle Arti, I, 5, Parma 1820, p. 55; D. Zannandreis, Le vite dei pittori veronesi, Verona 1891, p. 339; H. Posse, Die Staatliche Gemäldegalerie zu Dresden,Dresden 1929, pp. 267 s. (con ill.); G. Fiocco, La pittura veneziana del Seicento e Settecento, Verona 1929, pp. 48, 72; M. Marenesi, La villa Nazionale di Stra, Roma 1932, p. 11; G. Delogu, Pittori venetiminori del Settecento, Venezia 1930, pp. 58, 71 s. n. 6;R. Pallucchini, La pitturaveneziana del 700, Venezia 1960, pp. 31, 42;U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, X. pp. 439 s. (sub voce Eismann Carlo).

FORTEGUERRI, Bartolomeo 2




. - Nacque a Siena il 24 febbr. 1751 da Niccolò e Berenice Pannilini. La sua antica famiglia, che apparteneva anche al patriziato di Pistoia, aveva espresso nei secoli personalità rilevanti nel campo della cultura letteraria e in quello ecclesiastico. Ricevuto il titolo di patrizio senese, il F. fu educato nella sua città natale fino al 1766. Pronto a partire per Roma, dove avrebbe dovuto completare gli studi umanistici, fu chiamato a far parte della marineria del granduca di Toscana Pietro Leopoldo. Recatosi con il consenso dei familiari a Livorno, acquisì le necessarie conoscenze della navigazione e fu inquadrato nella marina granducale con il grado di guardiamarina.
Fu subito imbarcato sulle navi militari impegnate nel Mediterraneo contro la pirateria barbaresca. Le compagnie di navigazione olandesi e inglesi subivano sistematiche aggressioni che rendevano il commercio marittimo estremamente incerto. Le fregate toscane insieme con quelle inglesi cercavano di proteggere per quanto possibile i naviganti ma i risultati non sempre erano brillanti. Il F. fu per alcuni anni impegnato in questo difficile compito. Il 20 genn. 1771 fu promosso tenente di vascello. Nel 1775 partecipò alla spedizione contro Algeri, finanziata e sostenuta militarmente dalla Spagna: fu in occasione di questa impresa che il F. chiese e ottenne di potersi imbarcare su navi militari inglesi. Navigò nel Mediterraneo e nel Mar Nero, visitando numerosi porti e città orientali.
Fatto ritorno in Toscana nel 1777, il F. decise d'imbarcarsi per nuovi viaggi. L'anno successivo, ottenuta l'autorizzazione del granduca, salpò dal porto di Livorno su una nave da guerra francese diretta a Tolone. Qui fu accolto dal conte Ch.-H. d'Estaing, comandante della squadra navale pronta a salpare per una lunga spedizione in sostegno delle tredici colonie d'America contro il Regno Unito.
Le navi da guerra si recarono nel porto bretone di Brest e da qui iniziarono una serie d'incursioni contro le imbarcazioni inglesi dirette oltreoceano. Il F. ebbe modo di stringere saldi legami di amicizia col d'Estaing e di farsi particolarmente apprezzare per le sue conoscenze tecnico-militari. Sui legni francesi percorse migliaia di miglia, e negli ultimi due anni della guerra d'indipendenza americana fu al comando di un vascello. Nel 1782 fu nominato membro dell'Accademia reale della marina francese.
Il 27 ag. 1783 il F. otteneva il permesso di vestire la divisa della marina di Francia, ricevendo vantaggiose offerte per continuare il suo servizio. Tuttavia preferì ritornare in patria. Comunque poté curare i suoi interessi familiari solo per alcuni mesi, in quanto il 1° dic. 1783 J.F.E. Acton - già comandante della marina toscana, chiamato poi dal re di Napoli Ferdinando IV a riorganizzare la marina da guerra -, lo invitò a entrare nella marina napoletana.
Il F. aveva i requisiti giusti per figurare tra i protagonisti di questo nuovo corso. Nei primi giorni del gennaio 1784 egli venne inquadrato con il grado di capitano di fregata. Solo pochi mesi dopo il suo arrivo a Napoli, l'Acton, segretario di Stato, in accordo con il governo spagnolo, decideva di riprendere le ostilità contro la pirateria barbaresca.
L'obiettivo di questa azione coordinata era ancora una volta Algeri. Il contingente navale napoletano era composto da due vascelli, tre fregate, due sciabecchi, due brigantini e altrettante polacche. Il comando della squadra fu affidato al brigadiere G. Bologna, ma in realtà fu il F. - imbarcato sul vascello "S. Giovanni" - a dirigere le operazioni. La mattina del 18 maggio 1784 le navi lasciarono Napoli per unirsi nel Mediterraneo alla flotta spagnola e dirigersi poi verso le coste africane. Durante i tre mesi dell'assedio alla città di Algeri il F. ebbe occasione di mostrare le sue notevoli capacità marinare e di attenuare le conseguenze dei non pochi errori commessi dal comandante in capo della spedizione, il tenente generale spagnolo A. Barcellò di Majorca. Quando - il 2 sett. 1784 - la squadra navale fece ritorno dall'Africa settentrionale, Ferdinando IV "volle andarle incontro, e salito sulla nave ammiraglia nelle acque d'Ischia, le piacque venire in rada manifestando a tutti il suo reale compiacimento, ed eleggendo il Forteguerri capitan di vascello" (D'Ayala, 1843, p. 257).
Pochi giorni dopo il F., per smentire un rapporto negativo del capitano R. Quattromani sulla fregata "Minerva" uscita dai cantieri di Castellammare, assunse il comando della nave per circa due mesi costeggiando la Sicilia e dimostrando l'eccellente tenuta dell'imbarcazione. Nel 1785 gli fu affidato il comando del vascello "S. Gioacchino" e, contemporaneamente, ebbe l'onore di ospitare a bordo fino a Livorno i sovrani napoletani diretti a Torino. Al ritorno furono imbarcati dal F. nel porto di Genova e ricondotti a Napoli.
Questo viaggio sancì il grado di autorevolezza e di considerazione raggiunti dal F. nella marina napoletana: l'anno successivo, quando dai cantieri navali uscì il vascello "Partenope", fiore all'occhiello della flotta, il ministero della Marina ne affidò al F. il comando. Egli divenne inoltre ispettore della R. Accademia dei cavalieri, della fanteria marittima e dei cannonieri, nonché sopraintendente degli Arsenali. Nel 1787 gli fu affidato il comando di alcuni legni da guerra che scortavano pescherecci impegnati nella ricerca del corallo in prossimità delle coste della Barberia. Nel 1788 andò in missione in Inghilterra, per recare un omaggio di Ferdinando IV al sovrano Giorgio III. Dopo un anno di riposo, nel 1790, riprese la navigazione lungo le coste del Regno, svolgendo un'intensa attività di formazione dei giovani ufficiali. Il 12 agosto il re lo elevava al grado di maresciallo e gli affidava il comando di una divisione composta da tre fregate e tre corvette. Nel 1792 fece la sua comparsa nelle acque di Napoli la squadra navale francese comandata dal Latouche-Tréville e la flotta napoletana apparve pronta ad affrontare il possibile scontro (ma il re cedette alle richieste francesi).
Nel 1793 fu siglata la convenzione anglo-napoletana e il Regno di Napoli entrò nella prima coalizione antifrancese. La flotta fu immediatamente allertata e il F. si trovò di fronte alla necessità di allestire in tempi ristretti una squadra navale capace di partecipare alle ormai prossime operazioni militari. L'occasione fu subito offerta dalla difesa di Tolone, occupata dagli Inglesi e attaccata dalle truppe repubblicane. Il governo napoletano inviò in aiuto delle truppe britanniche un forte contingente di 4.460 soldati che parteciparono agli aspri scontri contro gli assedianti, appoggiati questi ultimi da un fitto fuoco d'artiglieria diretto dal maggiore Napoleone Bonaparte.
Il F. informò puntigliosamente il ministro Acton sugli avvenimenti militari e diplomatici, denunciando anche il tentativo degli Inglesi di assoggettare il contingente napoletano, e più volte entrando in urto con l'ammiraglio S. Hood al quale era affidato il comando supremo delle operazioni navali e della difesa della città. Il 10 ott. 1793 Hood decise addirittura di togliere al F. ogni autorità e di dirigere personalmente le manovre delle navi napoletane. Il F. si oppose con vigore e dignità, ribadendo sia all'ammiraglio inglese sia al suo ministro della Marina "la volontà del re di Napoli […] di riunire e non di prostituire le sue forze agl'inglesi" (A. Simioni, 1912, p. 649). In risposta l'Acton dava ragione alle rimostranze del F., promettendogli una decisa protesta presso l'ambasciatore a Napoli sir W. Hamilton, anche se, nello stesso tempo, lo invitava a non esasperare il contrasto con il comando inglese. Il precipitare della situazione spinse molti abitanti di Tolone a chiedere asilo alle navi napoletane, ma il F. su questo punto fu irremovibile. Così come non permise che alcun napoletano che aveva lasciato Napoli sulle navi del Latouche-Tréville potesse fare ritorno nel Regno, consapevole, così come emerge dai rapporti confidenziali al ministro Acton, che questi uomini avrebbero potuto minare la fiducia e la fedeltà dei suoi marinai. Il F. riteneva non potessero fare rientro in patria uomini ormai decisamente vicini a idee rivoluzionarie (ibid., p. 652). A Tolone, frattanto, la situazione precipitava e gli eserciti della coalizione subivano continue disfatte. La perdita del forte Malbousquet il 28 nov. 1794 da parte degli Inglesi fu addebitata dal F. esclusivamente agli errori del generale O' Hara. Solo qualche giorno dopo, ormai certo della disfatta, l'alto ufficiale napoletano comunicava all'Acton la necessità di salvare quanto più possibile della squadra navale.
Dopo la caduta di Tolone lo Hood accusò l'esercito napoletano di viltà e giudicò negativamente l'operato del F., costretto a renderne conto al re. Il 12 febbr. 1794, dopo un attento esame degli avvenimenti, il ministro Acton poteva comunicargli la insussistenza delle accuse dell'ammiraglio Hood confermandogli la stima sua e della Corona. Nonostante questo incidente, il F. continuò a cooperare con i comandi inglesi nel Mediterraneo fino al 10 ott. 1796. Tra il 1795 e il 1796 fu formata una divisione di due vascelli e quattro fregate, affidata al comando del F., che il 1° maggio 1797 fu promosso tenente generale. In questo periodo fu imbarcato sul vascello "Archimede" e fu più volte impegnato in viaggi lungo le coste italiane.
In questi anni pubblicò due suoi scritti: uno dedicato alla pirateria, O più pace o più guerra (Napoli 1797), l'altro alla strategia, Proposta di campagna marittima per i bastimenti di guerra del Re delle Sicilie (ibid. 1798).
Il 10 genn. 1798 vi fu un rimpasto ministeriale e il F. fu confermato al comando della Marina, che gli era stato assegnato fino dal 1796, alla scomparsa del maresciallo Danero. Nella notte del 21 dic. 1798 il F. fece parte della ristrettissima corte che accompagnò la famiglia reale al Molosiglio per imbarcarsi sulle lance inglesi (Memoria degli avvenimenti popolari seguiti in Napoli in gennajo 1799, ibid. 1799). Durante il periodo repubblicano il F. fu di stanza a Messina al comando del vascello "Archimede". Dopo la caduta della Repubblica e i successivi processi, il F. rientrò a Napoli insieme con i sovrani. La sua fedeltà fu premiata nel 1800 con la nomina a ministro della Guerra e della Marina (De Nicola, Diario…, I, p. 423) e il conferimento dell'Ordine di S. Ferdinando. L'8 maggio 1803 il De Nicola di nuovo annotava, tra l'altro, che il segretario di Stato F. era stato chiamato a far parte del Consiglio delle Finanze (ibid., II, p. 145).
Tre anni dopo, nella notte fra il 4 e il 5 febbr. 1806, il F. fu costretto ad abbandonare nuovamente Napoli insieme con i membri della famiglia reale mentre le truppe francesi si avvicinavano alla capitale. Giunto a Palermo ormai ammalato e stanco, si sistemò presso il seminario nautico dove spirò il 5 genn. 1809.
Fonti e Bibl.: Documenti relativi alla carriera militare del F. si conservano in Napoli, Archivio militare di Pizzofalcone, fondo Libretti di vita e costumi. Le relazioni del F. all'Acton sull'assedio di Tolone sono conservate presso l'Arch. di Stato di Napoli, Segreteria di Stato degli Affari esteriTolone, Spedizione delle truppe di S. M. Siciliana (1793); Segreteria di GuerraDettagli della battaglia di Tolone1793. Per la sua attività come ministro della Guerra, Ibid., Segreteria del re,Protocolli del Consiglio di Stato. Una biografia del F. fu pubblicata da M. D'Ayala in Le vite de' più celebri capitani e soldati napoletani dalla giornata di Bitonto fino a' dì nostri, Napoli 1843, pp. 253-272. Il D'Ayala aveva già ricordato la figura del F. in Memorie militari, Napoli 1835, pp. 94 s. La partecipazione alla spedizione di Algeri del 1784 è ricordata da B. Maresca, I marinai napoletani nella spedizione del 1784 contro Algieri (da un diario contemporaneo), in Arch. stor. per le prov. napol., XVII (1892), pp. 808-850; per ulteriori notizie, Id., La marina napoletana nel secolo XVIII, Napoli 1902. Sulla spedizione di Tolone v. A. Simioni, I Napoletani a Tolone, in Arch. stor. per le prov. napoletane, XXXVII (1912), pp. 412-465, 617-663; XXXVIII (1913), pp. 278-310, 367-408. Altre notizie in M. D'Ayala, I Napoletani a Tolone nel 1793, Napoli 1834. Ricordi e annotazioni varie sulla vita militare del F. in A. Simioni, Le origini del Risorgimento politico dell'Italia meridionale, Messina-Roma 1925, I, pp. 58-61; II, pp. 257-263; R. Conforti, Napoli dal 1789 al 1796, Napoli 1883; L. Dal Pozzo, Cronaca civile e militare delle Due Sicilie dal 1734 in poi, Napoli 1857, ad Indicem. Riferimenti al F. in C. De Nicola, Diario napoletano 1798-1825, Napoli 1906, I, p. 423; II, pp. 145, 196. Sui rapporti con Ferdinando IV vediDiario di Ferdinando IV di Borbone (1796-1799), a cura di U. Caldora, Napoli 1965, pp. 192, 272, 378, 404, 410, 421. Infine, sui rapporti tra il F. e gli alti comandi inglesi: A. Simioni, La marina napoletana nella guerra della prima coalizione (1793-1796), in Studi in on. di Michelangelo Schipa, Napoli 1926, pp. 549-571.

BAVASTRO, Giuseppe (Capitan Bavastro)




. - Nato a San Pier d'Arena (Genova) il 27 maggio 1760 da Michele e da Geronima Parodi, sin dall'infanzia si trasferì con la famiglia a Nizza; da qui, dopo sfortunate esperienze scolastiche, si imbarcò, attorno al 1774, su una piccola nave che effettuava il traffico costiero tra Genova e Nizza. Nel 1775 si arruolò su una fregata francese e compì nel levante una lunga crociera e stazione navale della durata di circa due anni. Tornato a Nizza, compì un anno come soldato volontario nel reggimento Dragoni di Savoia ed ebbe modo di conoscere il futuro generale napoleonico Massena, con il quale strinse durevole amicizia; da ciò la leggenda, avallata da alcuni memorialisti, secondo la quale il B. e Massena sarebbero stati cugini.
Rimasto analfabeta, ma ormai esperto defmare nonostante la giovane età, riuscì ad armare, grazie all'aiuto paterno, una goletta da cento tonnellate, con la quale compì numerosi viaggi commerciali in Sicilia, in Spagna e in genere nel bacino occidentale del Mediterraneo, nel corso dei quali dovette difendersi dai pirati barbareschi. La sua attività armatoriale andò sempre crescendo, ed egli moltiplicò i propri bastimenti, che navigavano sotto la bandiera francese e facevano capo a Nizza come porto di armamento, e a Marsiglia e Genova per i traffici. Ma con le prime guerre della Rivoluzione il B. si trovò a dover fronteggiare difficoltà notevoli, dato che il mare era dominato dai nemici della Francia. Nel 1797 collaborò al reperimento del naviglio da noleggiare per la spedizione di Bonaparte in Egitto, e s'impegnò a favore dei Francesi nelle successive lotte marittime. All'assedio di Genova (1800), fu tra gli uomini più efficienti del servizio di esplorazione, riuscendo più volte ad attraversare audacemente la linea del blocco, tenuta dalle unità britanniche di lord George Keith. In seguito a ripetute prove di coraggio e di perizia marinaresca e militare ricevette la nomina a capitano di fregata della Repubblica genovese e il comando dell'unità principale di Genova, la galera Prima.
Con tale unità il B. guidò una sortita del naviglio leggero genovese, nella notte tra il 20 e il 21 maggio 1800, contro due grosse unità britanniche, il vascello ammiraglio Audacious e la fregata Aurora; il combattimento non si chiuse in svantaggio per il B., il cui successo morale, però, durò poco: il comandante dell'Aurora, infatti, con un audace colpo di mano nel porto di Genova, attaccò la notte del 22 la Prima all'ancora, e se ne impadronì, conducendola via come preda di guerra. Il B. avrebbe voluto tentar di organizzare una difesa, ma fu abbandonato dai suoi uomini e poté salvarsi a stento.
Il B. iniziò allora le sue crociere di corsaro, al comando di diverse unità, alcune delle quali volle fossero chiamateIntrepido, in relazione al difficile compito che dovevano svolgere. Con la prima nave di questo nome, uno sciabecco di modeste proporzioni, operó nello stretto di Gibilterra, catturandovi alcune navi britanniche (luglio 1803) e meritandosi la croce della Legion d'onore e un'azza di arrembaggio, come segno del suo valore. Di nuovo nella zona di Gibilterra condusse altre fruttuose crociere con il secondo Intrepido, una unità più grande e meglio armata della precedente. Successivamente operò in Adriatico, di base in Ancona, con lo sciabecco Massena e con due altri, trabaccoli (1805), é nel Tirreno, di base a Napoli, con la corvetta Fama (1806). Sempre nel Tirreno comandò poi la polacca Principe Eugenio, impegnata nella difficile lotta coi corsari inglesi e napoletani che controllavano il mare e il commercio marittimo; sulle coste orientali della Sardegna riuscì a catturare un bastimento corsaro inglese, ma, essendo successivamente intervenuta la fregata britannica Seahorse, ben più armata e potente della sua nave, il B. dovette infine cedere, dopo una lunga e onorevole difesa. Salvatosi avventurosamente, riprese il mare con il suo terzo Intrepido, con il quale condusse la guerra di corsa, riuscendo a sfuggire alle crociere inglesi fino a quando, nel febbraio 1812, fu intercettato al traverso di Cartagena da superiori forze britanniche e sospinto in costa: arenato, braccato da vicino e impossibilitato a continuare il combattimento, il B. diede fuoco alla Santa Barbara e cercò scampo in territorio spagnolo.
Crollato l'impero napoleonico, il B. emigrò nell'America meridionale, dove combattè con Simón Bolívar, e ritornò in Europa prima della spedizione di Algeri del 1830- In quella occasione egli poté ancora essere di aiuto al comandante in capo francese, ammiraglio Guy-Victor Duperré, sia nella predisposizione della scorta all'imponente convoglio di cinquecentosettanta due navi che trasportavano il corpo di spedizione, sia nella scelta del luogo dello sbarco. Ottenne quindi in Algeri la carica di capitano del porto, e come tale trascorse in quella città gli ultimi anni della sua avventurosa vita conclusa il 10 marzo 1833. La sua figura si prestò a molte fantasiose rielaborazioni, per cui non è agevole sviscerare dalla leggenda gli avvenimenti realmente accaduti: tuttavia va ricordato che, trovatosi generalmente a combattere in condizioni di schiacciante inferiorità, riuscì sempre a cavarsela con, onore, dando prova di audacia e di valore militare non comuni, tanto che lo stesso Napoleone, nel 1810, volle conoscerlo personalmente econgratularsi con lui.
Bibl.: H. Lauvergne, Bavastroou un Corsaire sous l'Empire, Toulon 1853; W. James, The naval History of Great Britain, II, London 1878, p. 435; C. Randaccio, Storia delle Marine militari italiane dal 1750 al 1860 e della Marina militare italiana dal 1860 al 1870, I, Roma 1886, p. 22; Mémoires du Général Baron de Marbot, III, Biographie de Massena, Paris 1891, pp. 7 s.; E. Tarle, Le blocus continental et le Royaume d'Italiè, Paris 1931, pp. 174-92; S. Romiti, Le Marine militari italiane nel Risorgimento, Roma 1950, pp. 68 s.

GALUPPI, Baldassarre detto il Buranello





DBI